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“Askja”

di Gabriele Ottaviani

Cala un lungo silenzio. Fuori un sole schietto squarcia di nuovo le nuvole e la sua luce dorata infiamma la stanza. «È tutto? Non è come se ci fosse davvero un problema, allora?», dice Comesè. «Parliamo piuttosto di problemi al plurale», risponde Kornelíus. «Per prima cosa, quei ragazzi sono rimasti a lungo in isolamento: duecentoquarantadue giorni per Erla e fino a seicentocinquantacinque per Tryggvi». «Cosa?». «Sì, il che fa per Tryggvi un isolamento più lungo del più pericoloso prigioniero di Guantánamo, ve lo immaginate? Una durata d’isolamento considerata oggi come una tortura. Quanto a Saevar, si è beccato millecinquecentocinquatré giorni di detenzione preventiva». «Perdio!», esclama Spinoza. «E non è finita. Durante l’isolamento, ognuno ha subito vari tipi di tortura. Privazione del sonno per tutti, luce costante nelle celle riverniciate di bianco e, per Saevar, che aveva la fobia dell’acqua, tortura per simulazione di annegamento». «Non ci credo! I poliziotti della task force lo hanno fatto davvero, in Islanda, negli anni Settanta?». «Sì, lo hanno fatto, e anche di più. Hanno costretto tutti gli indiziati a prendere un trattamento medico quotidiano. Valium, Clorpromazina e Mogadon. Tre farmaci che comportano amnesia retrograda, modificazione della coscienza, confusione mentale e calo della vigilanza in certuni, sedazione, sonnolenza e affezione del sistema nervoso anche a piccole dosi in altri». «Come è stato possibile fare domande in tali condizioni?».

Askja, Ian Manook, Fazi, traduzione di Maurizio Ferrara. Qualche tempo fa ha accompagnato i lettori come la più esperta delle guide per i suggestivi paesaggi della Mongolia, ora invece è il momento dell’Islanda, terra dalle mille sfumature: Ian Manook, che sa come si scrive e non perde occasione di dimostrarlo, spalanca dinnanzi all’osservatore il panorama del deserto di cenere dell’Askja, nel cuore dell’Islanda, dove viene avvistato il corpo imbrattato di sangue di una donna. L’ispettore Kornelíus Jakobsson, della polizia criminale di Reykjavík, non fa però in tempo ad arrivare sul posto che il cadavere è già scomparso nel nulla: come se non bastasse, le dinamiche gli rammentano in modo inequivocabile quelle di un celebre fiasco giudiziario risalente a decenni prima, che fece orrore e scalpore, e… Mozzafiato.

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“Yeruldelgger – La morte nomade”

yeruldelgger-3-673x1024di Gabriele Ottaviani

«Forza, basta, compare, non è ancora il momento di morire». Bouthillette giaceva semicosciente. Zarza verificò la contrazione delle pupille e il ritmo rallentato del cuore. Ipotermia grave. Aveva venti minuti davanti a sé prima che le condizioni del professore peggiorassero. Gli tolse a uno a uno i vestiti, lo lasciò nudo come un verme e poi lo aiutò ad alzarsi. Bouthillette sentì subito il calore del sole avvolgere il suo corpo paralizzato e ritrovò un po’ di forza. Zarza lo aiutò a camminare fino alla grande facciata a vetri, un po’ in disparte tra gli alberi, cosicché la casa non avesse nessuno di fronte. Il pianterreno e il primo piano si affacciavano sul lago grazie a immense vetrate panoramiche. Zarza diede un’occhiata all’interno. Un grande loft moderno e freddo, attraversato da una scala di cemento grezzo che saliva al primo piano. Mobili di design e quadri contemporanei. Fece scivolare il vetro ed entrò sorreggendo per la spalla il professore inebetito.

Yeruldelgger – La morte nomade, Ian Manook, Fazi. Traduzione di Maurizio Ferrara. La Mongolia è bella e selvaggia e per noi occidentali un po’ ignota. Ian Manook, al secolo Patrick Manoukian, sessantanovenne quest’anno, cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi in cui ha vissuto i fermenti del maggio rivoluzionario di cinquant’anni fa, in una famiglia operaia, scrittore da sempre ma sempre restio a pubblicare, figlio dell’emigrazione e della diaspora armena, giornalista e grande viaggiatore, nel millenovecentoottantasette ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige assieme al figlio Julien, e le Éditions de Tournon, società che, per quel che concerne il settore dell’animazione e del fumetto, in Francia rappresenta un vero e proprio punto di riferimento: e ci racconta – è ormai arrivato al terzo (e purtroppo, a quanto pare, ultimo) volume della serie, in corso di pubblicazione in diversi paesi e amatissima, con pieno merito, sia dal pubblico che dalla critica, perché ben scritta, ben caratterizzata, coinvolgente, suggestiva, variegata, raffinata, classica ma non canonica, esotica, violenta, originale, affascinante, ricca di riferimenti, capace di far evadere dalla quotidianità e di valicare i confini della letteratura di genere, di far riflettere e immedesimare – proprio quella terra da cui è nato un glorioso impero, senza sbocco al mare, immensa – ma pare piccola, perché stretta fra Russia e Cina – e per lo più disabitata, fatta di steppe, deserti e taiga ma non solo. Stremato da anni di lotta inutile contro la criminalità, la corruzione, il mercimonio di ogni cosa, l’abiura delle tradizioni, la spersonalizzazione e l’immoralità, il commissario Yeruldelgger ha lasciato la polizia di Ulan Bator, la città, la capitale, la metropoli, ha piantato la sua yurta nel deserto e ha il solo desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ma continua a imbattersi in delitti che paiono rimandare ad antichi e macabri rituali… Imprescindibile.

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