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“Questa notte”

41oEHMI5pEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Pur piagato sbobini dall’arsenico affetto / e con trepida voce indichi chi ci nuoce.

Questa notte – Canzoniere, Velio Abati, Manni. La parola canzoniere fa sovvenire in modo assolutamente immediato sulla soglia del pensiero due illustri riferimenti, Petrarca e Saba. Che, secondo tempi e connotazioni espressive del tutto, com’è senza dubbio evidente, differenti, hanno però un elemento di forte comunanza. La descrizione del senso ultimo dell’attesa. Quel tempo altro rispetto alla normalità. Sospeso. Proteso verso l’infinito. Attraverso il quale si cerca di porre un freno all’inesausto e inesauribile dolore dei giorni. Mediante cui ci si illude di riuscire ad abbracciare la speranza. Tenta, riuscendovi, di dar voce all’ignoto e all’inconoscibile Abati, che attraversa il buio della coscienza per giungere alla luce.

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“Avventura di giorno feriale”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Meglio che sia allora l’arcano smarrirsi / interstiziale della mente.

Avventura di giorno feriale, Marina Rezzonico, Manni. Esistono i giorni di festa, che interrompono la quotidianità. E poi esistono i giorni feriali, quelli durante i quali tutto va come sempre. Esistono i giorni in cui può capitare che ci si lasci un po’ andare e quelli, invece, nel corso dei quali sono i doveri e le responsabilità a fare in modo che ogni cosa proceda come è stato programmato che avvenga, che tutto sia fatto per bene e vada per il verso giusto. Eppure a ben guardare anche laddove non sembra che sia possibile che si annidino delle sorprese in realtà la vita si diverte a rimescolare le carte, e lo sguardo del poeta è quello che sa penetrare le apparenze, e andare oltre. In questa raccolta Marina Rezzonico sa osservare il mondo con sapida indulgenza e innocente coerenza, trasmettendo un senso di pace e insieme di sfida, verso il raggiungimento della felicità. Intenso.

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“Con gli occhi al cielo aspetto la neve”

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Dopo Il pane sotto la neve, nel 1985, dalla Erreci edizioni di Maglie venne pubblicato Il fabbricante di armonia: Antonio Galateo. Il testo era stato parzialmente trasmesso dalla Rai di Bari nei mesi di aprile e maggio del 1985, con un adattamento di Antonio De Carlo e la regia di Giandomenico Vaccari. In seguito, Verri riprese quel testo, lo ripropose, lo ampliò, attraverso l’aggiunta di monologhi e molte varianti.Il fabbricante di armonia, che presenta i tratti retorici del dramma tradizionale, con la presenza di sequenze dialogiche, monologhi e inserti didascalici, ha come figura centrale quella dello studioso salentino del Quattrocento Antonio De Ferrariis, detto il Galateo perché originario di Galatone. La storia del Galateo, studioso eccelso che divideva il suo tempo tra la scienza e le “humanae litterae”, della sua cacciata da Napoli poiché accusato di essere amico dei Saraceni ad Otranto, la sua crisi, il ritorno in patria dopo la permanenza a Bari nella corte della duchessa Isabella d’Aragona Sforza, in realtà rappresentano espedienti tramite i quali lo scrittore vuol mettere a nudo se stesso, la propria fragilità, che a tratti diventa disperazione. E lo fa attraverso il gioco intellettualistico del ritrovamento da parte di due eruditi, Cesare ed Alberto, nel 1980 in un convento di Martano, di manoscritti autografi di Mauro Cassoni (personaggio realmente esistito, profondo conoscitore della lingua e delle tradizioni grecaniche salentine, morto a Lecce nel 1952) che riguardano Antonio De Ferrariis e ne narrano, alla luce delle opere, un momento della sua travagliata esistenza.

Con gli occhi al cielo aspetto la neve – Antonio Verri – La vita e le opere, Rossano Astremo, Manni. Antonio Verri dalla fine degli anni Settanta fino all’inizio dei Novanta del secolo scorso è stato senza ombra di dubbio uno dei personaggi più importanti della scena culturale salentina. Poliedrico, brillante, uomo dal multiforme ingegno, narratore, poeta, editore, appassionato cantore della sua terra, nel bene e nel male, di quella madre amata, sofferente e capace di far soffrire, è stato un vero e proprio punto di riferimento. Poi, giovanissimo, quarantaquattrenne, il nove di maggio del millenovecentonovantatré ha avuto un incidente stradale. Ed è morto. Rossano Astremo, pugliese che conosce e ama i suoi luoghi natii anche se vive a Roma, autore di varie pubblicazioni e docente liceale, ne tratteggia in maniera accuratissima, vivace e vivida la figura. Da non perdere.

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“Per poco tempo”

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Le mie vittorie con te caro nonno erano nella sconfitta

perdendo infatti vincevo i tuoi sorrisi

aggiungevo anni alla tua vecchiaia

così oggi che è il tuo compleanno

per riportarti in vita fisso la mia resa: spunto con le forbici i tuoi i miei capelli radi.

Per poco tempo – Poesie scelte, Cosimo Russo, Manni. La sua vita sulla terra è stata tragicamente breve, la sua voce, però, ci resta: sono poesie intime, liriche, che si rifanno alla grande tradizione italiana, soprattutto novecentesca, ma al tempo stesso possiedono elementi di novità, di sincera partecipazione emotiva, di unicità. Sono scrigni appena socchiusi, testimonianze che si affacciano ai sentimenti con pudore, rivolgendosi a ciò che c’è di più prezioso con sacro rispetto, timore, tenerezza, cura, riflettendo sull’innocenza della bellezza dell’esistere. Da leggere.

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“La memoria spezzata”

51iN-q-F2bL._SX349_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I tre camminarono lentamente lungo il sentiero chiacchierando, da quando erano usciti non avevano mai smesso di comporre insieme quell’immenso mosaico di differenti ricordi.

La memoria spezzata, Giuseppe Fiori, Manni. Il dodici di dicembre millenovecentosessantanove è una delle date più tragiche della storia repubblicana italiana, quella della strage di Piazza Fontana. Un eccidio in merito al quale, come purtroppo spesso, troppo spesso, capita nelle vicende di cronaca nera d’Italia, non è stata fatta luce piena. Non tutte le ombre sono state dissipate. E nel frattempo il tempo passa, i testimoni diminuiscono, com’è naturale che sia, la memoria si fa più flebile… Già, la memoria: il bene più prezioso e insieme più fragile che si possegga. E nella casa di riposo Lungo tramonto c’è chi non si rassegna… Di fortissimo impatto emotivo, la narrazione scava nei meandri dell’anima, e mantiene desta l’attenzione del lettore con una scrittura solida e di alto livello. Da leggere.

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“Lo sguardo del sogno”

cabona - sguardo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cambia la natura, come la vita,

sgretolando ogni certezza.

Lo sguardo del sogno, Elisabetta Cabona, Manni. La vita è un susseguirsi di stagioni. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, perché l’acqua è sempre uguale ma al tempo stesso sempre diversa, scorre, irrefrenabile, incessante, indomabile. Elisabetta Cabona dà alle stampe una raccolta poetica di rara intensità, originale, impregnata di autenticità e di sentimento senza sterile e vacuo sentimentalismo, tra i cui versi si avverte, nitido, il fluire del tempo, che niente lascia inalterato, e nel riverbero di reciproci sguardi si comprende la pienezza di un senso che ci fa, al netto delle nostre differenze, tutti fratelli, uniti nel dolore come, se non soprattutto, nella gioia. Da leggere.

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“Non si piange sul latte macchiato”

download.jpegdi Gabriele Ottaviani

«Ascolta: ti ricordi la famosa intervista che Gaetano Alimonda ha voluto rilasciarmi?» «Certo che me la ricordo, è l’unica volta che ti sei guadagnato lo stipendio.» «Perché, quella mancia che mi date per comprarmi le sigarette, qui lo chiamate stipendio?» «Vai avanti.» «Una cosa mi aveva colpito: l’inutile dettaglio del nome della pensione Tiberina, la sottolineatura della voce quando Alimonda aveva pronunciato quel nome…» «Eccolo là! Lo dicevo io che non bisognava dare Freud in mano ai bambini.» «Così sono andato a controllare: la pensione Tiberina esiste ancora! È sempre là dalle parti di piazza Vittorio.» «Tu ci sei andato e ci hai trovato il commissario Domiciliato!» «Macché: Domiciliato sta controllando tutti quelli che sono stati truccati da Osiride Rossi per scoprire chi ha lasciato cadere la lettera nel suo gabbiotto.» «Perché, tu pensi che l’abbia fatto apposta?» «Certamente! Non interrompermi più, mi fai perdere il filo…»…

Non si piange sul latte macchiato – Racconti in giallo, Bruno Gambarotta, Manni. Godeberto, il maiale dell’anno, Da vicino siamo tutti poeti, Natale con Lucas Cranach, L’ombra del ciakkista, Al cinema il bravo truccatore si vede dalla lacca, Per un pugno di gianduiotti, Vacanze di Natale, La persona giusta. Otto racconti uno più bello dell’altro, semplicemente esilaranti, tra ravioli, brasati, barolo, gianduiotti, cenoni, sagre, mostre, concorsi di poesia e fondali cinematografici dove nulla è davvero come appare. Eppure non sono delle storie umoristiche, o meglio, non solo. Sono delle novelle poliziesche riuscitissime, dei gialli ironici e brillanti, classici e moderni allo stesso tempo, capaci di trascendere con un sol balzo, in agilità e con naturale eleganza, la cornice un po’ asfittica del genere propriamente detto, raffinati, intelligenti e gustosissimi, nati, si direbbe, per essere rappresentati, caratterizzati fin nel più piccolo dettaglio e colorati come il costume di Arlecchino, che ricordano le pagine migliori, cambiando quel che si deve, di Morbelli, Malvaldi e Camilleri, in cui Bruno Gambarotta, autore, attore, conduttore televisivo, regista, dà vita a personaggi comuni e insieme straordinari, ritraendo situazioni irresistibili. Da non lasciarsi sfuggire: non può esistere una valida ragione.

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“Un’educazione milanese”

9788862667401_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dunque mio nonno aveva davvero lasciato questa città ed era venuto a cercare, come si dice, fortuna a Milano? L’aveva fatto, e aveva messo nella cripta della mia immaginazione sciami di moscerini perché si aprissero alla luce della memoria.

Un’educazione milanese, Alberto Rollo, Manni. Alberto Rollo, per anni direttore letterario di Feltrinelli, è un raffinatissimo intellettuale, un editor di chiarissima fama, un saggista e un traduttore. Pubblica ora un romanzo come raramente se ne leggono, anche se in realtà i riferimenti sociali, culturali, politici, economici, legati al senso comune e al collettivo immaginario che vi si possono diffusamente riscontrare sono molteplici e vari, taluni palesi, espliciti come i sincroni di certe musiche nei film, esibiti, altri sottotraccia, seminascosti, da scoprire pian piano, indizi neghittosamente disseminati dallo scrittore per instaurare un dialogo ancor più forte col suo lettore, con cui condivide parte di sé, il suo segreto, il suo mistero, la sua creatura. Che ha, è questo il pregio più brillante tra i moltissimi che possiede, il respiro dell’epica: perché Un’educazione milanese (ma quale Milano? Quella da bere? No di certo: quella operaia, quella dei meneghini d’origine meridionale, quella che lavora a testa bassa senza l’anticamera di una lamentela perché il lavoro è libertà e dignità ma che certo non cede alla spersonalizzazione, sono i fratelli Parondi che ritrae l’impareggiabile Visconti, che infatti prende le mosse da Testori e dalla sua Ghisolfa, dov’è la piazza Prealpi che per Rollo è l’orizzonte dell’infanzia) è il Bildungsroman di una generazione che si appassiona alle istanze civili e viene sedotta dalla sinistra extraparlamentare, che vive le passioni con l’impacciato ardimento della gioventù utopista, che vuole cambiare un mondo che fa di tutto per non essere cambiato, è il romanzo di formazione di una città che muta, cresce, si reinventa continuamente. Sovvengono alla mente leggendo, mutatis mutandis, Tempo lungo di Melega, per dire, ma anche molto Arbasino, su tutti Fratelli d’Italia e ancora di più La bella di Lodi, e persino le immagini di Rosi, anche se era un’altra la città su cui venivano in quel caso specifico messe le mani. Ma se cemento e tondini si dispongono come nei niente affatto vezzosi sul volto della metropoli, insopprimibile è la ricerca di una sognante epifania di senso e vera bellezza. Intenso e potente, linguisticamente originale, molteplice sin dalla copertina, chirurgico nella colorazione della vicenda, fa della memoria materia per costruire un miglior futuro.

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“Un grano di morfina per Freud”

cop meledi Gabriele Ottaviani

Facciamo la guerra per amore e cieca malinconia,

mettiamo a un altro

la nostra divisa, lo inseguiamo

per umide forre, in alto, nelle strettoie dei canali,

i calanchi aridi

dov’è facile tendere inganni, le trappole mortali

che ti offrono, già morto di nuovo, il bianco splendore

risorto. In guerra il corpo d’amore è la madre comune,

la cagna gravida dalle mammelle fradice

di latte. Il nemico lo costruiamo come un nostro io

speculare perché un’immane furiosa

sfinge torni dal nulla

a sbranarlo.

Siamo così meravigliati d’essere nati

che ci ricacciamo indietro spingendo un altro

verso l’inferno di un irriconoscibile corpo materno,

al nostro posto, a morire.

Sulla neve, un palco di legno giallo

con un intaglio profondo per lo scolo del sangue

e i contadini con la tela cerata

del grembiule che tirano un maiale

bianco e rosa, Freud guarda quel soffrire, prende

da terra un coltello, ne prova la lama sulla mano, lo porge

a chi glielo strappa, si pone a sedere e scrive

sul suo quaderno di appunti

le impressioni, chiama il maiale signore, forse

è Dio, forse il padre, e morendo

lascia una gran macchia di sangue.

Un grano di morfina per Freud, Rino Mele, introduzione di Gillo Dorfles, Manni. Sigmund Freud. Il padre della psicoanalisi. L’uomo che ha indagato i recessi più nascosti, profondi e tortuosi dell’animo umano. Un neurologo che è stato capace di elaborare una teoria non solo scientifica ma anche, per non dire soprattutto, filosofica che fondandosi sull’impulso sessuale infantile, cui conferisce un ruolo che molti hanno ritenuto eccessivo, legato al rimosso, definisce il peso dei processi psichici inconsci nei rapporti umani, nei comportamenti e nei pensieri. Ma anche un uomo consumato da atroci sofferenze. Perseguitato dal nazismo. A lungo malato. Di cui si è scritto e detto tutto. E il suo contrario. Come farne dunque una nuova biografia? Rino Mele vi riesce. Costruendo un poema. Diviso in tre sezioni (La guerra dai due lati del fiume Bug, Una città sconosciuta, Il padre di Freud) e corredato da una messe di note assai interessanti, attraverso una lirica costitutivamente narrativa, di taglio classico eppure innovativa, edificata per mezzo di una solida, complessa e compiuta tessitura di figure retoriche che ne esalta la dimensione elegiaca che trae spunto da dati reali relativi alla vita e alla storia dell’autore dell’Interpretazione dei sogni, tratteggia un ritratto vividissimo della personalità di uno dei più importanti e rivoluzionari intellettuali che siano mai esistiti.

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“Il mare non ha mai viaggiato”

il maredi Gabriele Ottaviani

Il palazzo geometrico, il ritaglio di moglie e di madre che le competeva; sedersi a un tavolo, mangiare, chiudere gli occhi, dormire, insegnare a un altro corpo minuto, quello di sua figlia: una tredicenne già spaventata, preservarla da quel grande marasma che è la vita. Insegnarle, cosa? E i finti dialoghi con suo marito Lorenzo, anche lui impegnato a dissipare giorni. Stessi discorsi, stessi gesti posticci. Una vita da recinto, inseguendo qualcosa che non si lasciava fermare. A incalzarla era la voracità del suo ventre, un incendio che arrivava a contagiarle gli occhi: antenne verdi in cima a un corpo da cavalletta – fianchi, spalle, passetti brevi – dove i seni, giusto un lieve rialzo, restavano un dettaglio. Vivere era diventato puro esercizio.

[…]

Michela ebbe un brivido. Si accorse di non voler perdere la caparbia opposizione di quello sguardo, l’orgogliosa ripulsa di tutte le inadeguatezze del mondo, quel mai dichiarato bisogno di amore. Pensieri che, sostandole sulla faccia, segnarono anche a lei rughe sulla fronte e intorno agli occhi. Sua madre la stava fissando. «Come stai?» le chiese.

È una raccolta di racconti, ma si legge come un romanzo. Perché ha una prosa chirurgica e avviluppante come una passiflora, e un ritmo formidabile, quello di un’orchestra ben diretta che non perde nemmeno una battuta della sinfonia che sta eseguendo. E la sinfonia è quella della vita, fatta di crepe che rendono rugoso il cristallo e di valori sempiterni, come lo sciabordio delle onde, che mai si arresta, al massimo si riduce, uguale e diverso ogni nuova volta. Giuseppina De Rienzo dà vita a una serie di personaggi indubbiamente riusciti, credibili, veri, che non possono eludere il conto che essi stessi, col loro agire, si presentano: sembra di sentire l’odore pungente e bellissimo della salsedine, che fa venire fame, mentre esperti pescatori cuciono le loro reti, i gabbiani volano e qualche mano decisa sfibra la carne di un povero polpo sbatacchiandolo sullo scoglio. Il mare non ha mai viaggiato, edito da Manni, è una commedia umana splendida, ironica, raccontata con semplicità e riproducendo la realtà, anche verbale, con assoluta precisione e un velo di parodia, appassionata e appassionante.

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