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“Passeggero sulla terra”

71kfY7cnzPL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Maddalena era rimasta a lungo con il marito, cioè nella stessa casa, dove di trovava anche il figlio, protestando di volerlo lasciare, e subendo molte violenze senza mai arrivare a un atto decisivo. Questo marito costituiva per me un vero problema; perché, malgrado la situazione fosse chiara, non si rendeva conto di nulla. Mi traversò il cervello l’idea, un poco fantastica lo riconosco, che il marito fosse al corrente ma volesse aspettare a colpire: una specie di vendetta fredda, da consumarsi lentamente e sapientemente, come quella, carica di giudizi morali, del conte Karenin nell’opera di Tolstoj. Jacques Retailleau era un uomo giovane, elegante, che aveva un certo successo nel lavoro e con le donne; proveniva da una cittadina del Sud, Digne-les-Bains, nella regione di Marsiglia, ma era rimasto a Parigi fino dal tempo dell’università. Io mi muovevo nella sua casa liberamente – il grande appartamento che Maddalena aveva ereditato dalla zia, nella rue de Montreuil – e spesso cenavo con loro, in casa dove si trovavano altri amici, oppure in qualche ristorante del centro. Maddalena mi raggiungeva a rue de Bagnolet soprattutto la mattina, quando lui si trovava in ospedale; verso le dieci o le undici rincasava. D’altra parte non era possibile dormire assieme, e non lo è stato neppure dopo la loro separazione; perché il suo ragazzo, ancora molto giovane, voleva averla sempre con sé.

Passeggero sulla terra, Guglielmo Forni Rosa, Manni. Docente – e si capisce perfettamente dalla sua prosa – di filosofia morale e antropologia filosofica, membro dell’Associazione Rousseau presso il Museo Rousseau di Montmorency (Parigi) e del comitato scientifico del Centro studi Sara Valesio di Bologna, romanziere esperto e dallo stile solido e potente, come quest’opera senza dubbio conferma, Guglielmo Forni Rosa racconta con ampio respiro nelle trascinanti pagine del libro in cui ci si muove attraverso la Francia, la penisola iberica e la metà meridionale del continente scoperto da Colombo una storia di utopie e disillusioni osservate senza la rassicurante (auto)consolazione della nostalgia, dolore del ritorno per definizione, che ha per protagonista e voce narrante in prima persona un uomo complesso e affascinante, un modernissimo antieroe, Alberto Alvarez: da leggere.

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“Ero io su quel ponte”

71g3m5Za9tL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il giorno in cui è caduto il ponte, il Comune di Torino, nostro cliente, aveva ordinato con urgenza un’auto per il geometra Zuccoli, un funzionario che avevamo servito altre volte. L’autista Fernando Portinaro, con una 515, va a prendere il geometra e percorrendo via Nizza arriva all’altezza di Moncalieri dalla parte sinistra del Po. Il ponte era pericolante sulla parte destra e uno sbarramento impediva il passaggio ai veicoli. Il cantoniere di servizio sul ponte riconosce il funzionario: “Geometra, se vuole io la faccio passare”. Così hanno fatto, per non tornare indietro fino al ponte delle Molinette e fare tutto il giro. Il cantoniere ha tolto il cavalletto e loro sono passati. Attraversato il ponte, si sono fermati sulla sponda opposta. Mentre l’autista apriva la portiera dell’auto per far scendere il suo cliente, il ponte è crollato. All’autista per lo spavento è venuta l’itterizia. Nessuno poteva immaginare che il ponte sarebbe andato giù. Dicevano che era successo a causa dell’estrazione della sabbia. Il ponte è stato ricostruito prima della guerra della Ferrobeton, un’impresa di Roma anche lei nostra cliente. La stessa ditta ha provveduto a ripararlo quando durante la guerra le bombe hanno distrutto la prima arcata del lato destro. La riparazione è costata tre volte tanto la ricostruzione integrale.

Ero io su quel ponte, Bruno Gambarotta, Manni. Nell’anno diciassettesimo dell’era fascista, il trentuno di maggio, a tre mesi e un giorno dall’invasione hitleriana della Polonia che dà il via all’orrore della seconda guerra mondiale, due settimane dopo che da quella stessa via è passato nientedimeno che con tutto il suo seguito non altrimenti che adorante il Duce degli italiani, Benito Mussolini da Predappio, il ponte sul fiume non Kwai ma Po – il cui letto è da tempo privato di sabbia perché via Roma, nel capoluogo, dev’essere più bella e più nuova che pria – ubicato in quel di Moncalieri – località talmente prossima a Torino che, come dice il celebre proverbio, tra l’uno e l’altro posto anche gli asini vanno a piedi (dovrebbero volare, forse?) – e via strategica (al fine di raggiungere agevolmente la città della Mole e il Lingotto dove in tanti dell’hinterland lavorano) di primaria importanza che da tempo lancia tali e tanti segnali d’allarme che vi è consentito il transito solo a bici e pedoni, crolla. Ferendo cinque persone. Ammazzandone nove. Tra cui un ragazzo di quattordici anni. Bruno Gambarotta, giornalista, scrittore, attore, autore, regista, conduttore, ironico, brillante, intelligente, divertente, scrive la sua personale Spoon River tragicomica: da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Ignorabilia”

61bZZbnx4jL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

sedete.

nel deserto

 

già siete.

tutto

 

posate.

non sentite

 

niente

Ignorabilia, Antonio De Mitri, Manni. Prefazione di Piero Manni. Giovane salentino ingegnere biomedico con la passione per la poesia che ha già pubblicato varie raccolte di versi, De Mitri ha una voce intima, intensa, delicata, cristallina, originale, che la semplicità del suo lessico, accuratamente selezionato sin dal titolo, che allude alle cose trascurabili, e dunque in realtà fondamentali, un po’ come tutti quegli ammennicoli di pessimo gusto che punteggiano e definiscono la materialità delle nostre esistenze, esalta: sono lampi ironici, lievi ed essenziali quelli attraverso i quali, con bel ritmo, procede il suo canto. Da leggere.

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“Chi si tocca muore”

81HUVCyXSML._AC_UL436_di Gabriele Ottaviani

Com’era bello questo adolescente, quando il suo corpo si sviluppava armoniosamente e s’adornava ogni giorno di nuova grazia; quando sulle guance appena arrotondate e d’una fermezza delicata, le rose e i gigli erano così armoniosamente fusi, così perfettamente mescolati, che credi di vederci, nei momenti di riposo, la pelle fresca, la luce dolce, la gaiezza schietta d’una fanciulla. Il pudore, la riservatezza, l’ardore dei giochi innocenti potrebbero dipingersi nello specchio dell’anima; questo incarnato, più vivido del solito, era soltanto il sintomo di una dolce agitazione. Guardiamo con piacere in tutta la sua figura questo sentimento spontaneo di gioia, il fiorire della persona quando si schiude al benessere e alla felicità, che accoglie come un tributo della natura alla giovinezza. Le membra erano aggraziate e leggere in tutti i loro movimenti; hanno la flessibilità d’un ramo, quello più in alto sul quale si posa un uccello, che ondeggia con morbido abbandono quando il suo ospite prende il volo verso i cieli. In questa quiete, in questo benessere permanente, la vita era per lui un dolce fardello; la percezione era pronta, tante le idee, viva l’immaginazione. Nulla sembrava al di sopra delle aspettative, il suo impegno nello studio era ampiamente premiato, e se fosse partito per la guerra, tutto avrebbe reso omaggio al suo valore.

Chi si tocca muore – Un trattato del 1830 sulle conseguenze fatali della masturbazione, Manni. Introduzione di David Riondino. Che il titolo sia una fesseria è evidente, visto che l’autore della presente recensione non sta digitando i tasti del computer dall’aldilà, a meno che non sia morto e ignaro di esserlo, ma di solito a propria insaputa si ottengono giusto dei mezzanini con vista Colosseo, sicché… L’autoerotismo è il male per antonomasia secondo i bigotti, che di norma, essendo repressi, ne sono dunque i più assidui frequentatori: il testo è una vera e propria delizia sin dalla copertina, ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione. Da non farsi sfuggire.

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“Comunque una storia d’amore”

617qZ9OfIPL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mentre si volta su un fianco, con la mano chiusa in un pugnetto vicino all’orecchio, le sembra che quella parola – ‘importante’ – trasformi il suo bel materasso in uno sgangherato, con le molle che possono sbucare dalla fodera da un momento all’altro. Certo non può presentarsi così com’è. Non s’è guardata allo specchio, ma lo sa com’è: sciupatina. Minimo deve farsi i capelli, depilarsi, darsi una sistemata generale, sì, insomma, tirarsi un po’ su. Ha bisogno almeno di mezza giornata. Sempre che prima riesca davvero a riposare. Non vuole altro. Ma le vengono in mente lo smalto da mettersi sulle unghie delle mani e dei piedi, il modo in cui si vestirà, il posto in cui si incontreranno. Per lo smalto trova subito la soluzione: quello rosso della Maybelline. Mi sta bene e a lui piace. Il vestiario la fa sospirare di più. La prima trovata – quella di mettersi una delle cosine che ha comprato in viaggio e di mostrarsi un po’ ‘etnica’ – la entusiasma esattamente per dieci secondi, poi quasi sobbalza pensando quanto sia prevedibile. No, orientale non se ne parla proprio. Domani ci penserà meglio, ma la turista per caso, buon dio, proprio no. Fortuna che se n’è accorta. Il dove però è il pensiero destinato a contrastare ancor più degli altri la sua fuga avvolta nella cappa del sonno. Sì, perché le fa immaginare come sarà rivederlo. Come farà a sostenere il suo sguardo e il discorso. Uh, il discorso!

Comunque una storia d’amore, Igor Cannonieri, Manni. Ovidio, Goethe, Foscolo, Choderlos de Laclos, Mary Shelley: chi più ne ha, più ne metta. Cos’hanno in comune questi autori fra loro così dissimili per ceto, censo, età, epoca, sesso, religione e via discorrendo? Probabilmente varie cose, nella fattispecie peculiare però l’aspetto che interessa è uno: la frequentazione della ricorrente e versatile modalità narrativa, benché il ritmo non sia diretto ma si ricavi dalla struttura stessa, che procede per giustapposizione, del romanzo epistolare. Con cui si confronta, e assai bene, anche Igor Cannonieri, esperto di filosofia moderna e contemporanea con una particolare predilezione – e grazie tante, visto che di genio si tratta… – per Derrida, linguista e primo teorico del decostruzionismo, ossia della demolizione dei luoghi comuni con cui ingrommiamo il nostro parlare, che con prosa raffinata e pluristratificata ci racconta l’esistenza di Grazia e Quirino, il sentimento che li unisce e la precarietà in cui, come tutti noi, sono loro malgrado immersi. Da leggere.

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“Tenerumi”

61L6aXMWKYL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In famiglia, di norma, non si lasciava nulla di commestibile dietro di sé: tutte le trasferte, anche di pochi chilometri o di breve durata, per esempio da Palermo a Regaleali e viceversa, venivano accompagnate dal tintinnio di vasellame e contenitori di dimensioni e materiali assortiti con i resti dei giorni precedenti – abbandonare una mezza teglia di anelletti, o anche solo una zucchina bollita, semplicemente non era previsto dal nostro galateo domestico. Questa la regola per cui l’arrivo dei miei scatoloni era sempre l’occasione per fare festa con gli amici – grandi paste con le sarde, scorpacciate di caponata e tonno sott’olio. E il discorso non valeva naturalmente solo per me. A casa della nonna arrivava settimanalmente da Regaleali il furgone con i mazzareddi (una verdura selvatica che da noi si raccoglie in autunno), i cavuliceddi di vigna, i salachi (biete selvatiche), la tuma, la ricotta, il primosale e gli agnelli appena macellati. Lei controllava tutto e poi decideva come smistare le cibarie dividendole rapidamente secondo un suo ordine preciso tra mia madre, la zia Costanza e lo zio Lucio, senza esitazioni, con in testa un bilancino tutto suo. Era come se la nonna, pur vivendo a Palermo, avesse sempre dentro di sé, inestirpabile, la dimensione del baglio, la corte intorno alla quale idealmente vivevamo tutti quanti insieme a lei e al nonno: teglie, vassoi e piatti erano sempre in viaggio, pieni di cibo, verso questa o quell’altra casa oppure – in forma di scatoloni – verso un’altra regione.

Tenerumi, Fabrizia Lanza, ManniCon Tenerumi di Fabrizia Lanza, il genere letterario dell’autobiografia ha un suon testo esemplare: come narrazione di sé e delle cose, come riflessione ragionata su di esse e come documento della realtà effettiva. È un libro, questo, tutto da materia da saga: quella personale dell’autrice, dovuta allo status della sua famiglia nella storia profonda della Sicilia (in realtà più famiglie: Lanza, Mazzarino, Tasca, Lampedusa – sì proprio quella dell’autore del Gattopardo…); e la saga del continente Sicilia nel suo insieme senza distinzione di classe o di censo intorno alla più primordiale delle simbiosi, quella della condivisione della cultura del cibo come alimento d’identità di tale insieme, sedimentata nel corso della storia. Limpido nella scrittura, semplice nella composizione, lineare nella trattazione, questo Tenerumi ha in sé tre cose che lo qualificano: il bello della scrittura, l’autentico della realtà, il buono del cibo; con tre fini conseguenti: il piacere del cibo, il piacere del vivere e il piacere del testo. L’autrice stessa qualifica tutto ciò come dimensione dell’eros. Non ci sono ricette di cucina in questo libro, ma solo descrizione dei cibi per i loro sapori, per i loro aspetti e per i loro effetti, esteriori ed interiori: godurie del corpo e beatitudini dello spirito. Va precisato che l’effetto di potenza, da espressione letteraria, è ottenuto soprattutto dalla pura e semplice elencazione dei nomi dei piatti, delle vivande e delle portate, che irradiano una suggestione immediata da trascinamento nella meraviglia e nello stato da stupore, che sa più di magia che di gastronomia. Difatti, Jung alla mano, è evidente che il lavorio di cucina equivale a un cerimoniale alchemico da processo d’individuazione del sé, dove la pentola funziona da atanòr. Certo, non manca anche il versante freudiano, in quel rapporto da intrico problematico e affettivo da romanzo di formazione e di trasmissione di una Kultur e di un ethos, il culto-cultura della cucina di tradizione, che l’autrice, storica dell’arte, pittrice, dall’imprinting cosmopolitico, apprende dalla madre Anna e costei a sua volta da sua madre e da tutto il genus delle famiglie unite dalla stesso ceppo: problematica da manuale psicoanalitico, che costituisce l’aspetto della saga di famiglia. Aspetto che l’autrice gestisce alternando il mestolo con la penna, strumenti che esperienzialmente, oltre che culturalmente si equivalgono: tanto da auto-convincere se stessa a farsi “maestra di pensiero” come imprenditrice di una Scuola di cucina, dedicata alla cucina di tradizione antica, però con l’intento, da portata epica, si può dire, di preservarla anche in futuro suggerendola e perciò inserendola nelle “ingredienze” della futuribile e superscientifica cucina molecolare. Il futuro potrà avere così un “sapore” antico? È con queste parole che Cesare Milanese, autore, giornalista, critico letterario, classe millenovecentotrenta, di San Stino di Livenza, a un tiro di schioppo dal centro di Venezia, studioso di problemi concernenti la filosofia del bello e dell’arte e anche collaboratore della televisione pubblica italiana, candida a entrare nella longlist dell’edizione del duemiladiciannove del premio Strega, che per le biografie e i memoir ha tradizionalmente un occhio di riguardo, la bella, raffinata, ampia, intensa, succulenta, sontuosa, maestosa, elegante, profonda prosa memorialistica, ricca di suggestioni, che strizza l’occhio anche alla solidità del Bildungsroman e che non teme di dipingere vividamente – a tinte brillanti è già la copertina, splendida – l’affresco sociale della Sicilia novecentesca attraverso gli occhi di un’acuta e appassionata osservatrice nata in pieno boom economico, nell’anno di Divorzio all’italiana, di Fabrizia Lanza, storica dell’arte al debutto nella narrativa, direttrice della prestigiosa scuola di cucina fondata dalla madre a Regaleali, l’ex feudo di famiglia di oltre mille ettari nelle campagne al confine tra le province di Palermo e Caltanissetta, noto per una celeberrima azienda vinicola, promotrice della cultura gastronomica siciliana nel mondo, docente e molto ancora. Il lessico del cibo, d’altro canto, è emblema di una cultura che sa dialogare, e affrontare ogni tema con personalità e cura. Da non perdere affatto.

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“Terre di latte”

41yxiD3zR1L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E si chinò a toccare il borsone poggiato sul tappetino vicino alle sue gambe, quasi a cercare salvezza nella sottana di raso di Angela, nei quadernetti di Serafino gonfi di conteggi e di foto, fino a tastare Bull, il pupazzo adagiato sul fondo della sacca come una reliquia. «Andrés…» disse. Ma lui, intento alla guida, non le badava più. Anche Serafino, quand’era al volante, diventava avaro di parole. Assorto, irrigidiva collo e braccia. Allora non c’era la strada provinciale né tantomeno l’autostrada, e nel percorrere l’unica via agibile per arrivare in città, suo padre dava l’impressione di vivere quell’attraversamento come una necessaria sospensione, un momento fervido di promesse, la possibilità di astrarsi e ripassare i suoi brani da attore. Dal posto di comando, con Angela accanto, riottosa e sofferente di stomaco, non rispondeva a nessuna domanda. «Papà, quando arriviamo?» gli chiedeva lei a intervalli regolari, seduta sul sedile posteriore con Andrés. La strada non aveva parapetti. Era il lamento del motore a commentare audacia e impudenze di un percorso frastagliato di pericoli. Le ruote, sotto la spinta caparbia dei pistoni tirati al massimo, stentavano ad arrampicarsi lungo le salite, svoltavano troppo incautamente, si lasciavano andare nelle discese costeggiando i dirupi. Passavano tra l’ombra nera della montagna, e il profilo della centrale elettrica tarchiata come un animale in agguato. Solo il fiume, gorgogliando sui ciottoli, dichiarava la sua presenza cristallina.

Terre di latte, Giuseppina De Rienzo, Manni. Le ferite della terra scavano l’anima e il cuore delle persone che l’abitano e che in quei luoghi affondano le proprie radici come cicatrici impossibili da cancellare, di cui sempre e per sempre resta costante la memoria. La terra coriacea e fragile allo stesso tempo, vulnerabilissima, la terra di latte di cui si parla è l’antica Irpinia, che il terremoto di trentotto anni fa ha messo in ginocchio, la terra dove Antonia e suo fratello Andrés, che hanno perso i genitori in un modo tragico e indimenticabile che si è fatto punteggiatura del loro esistere e ossessione macabra e ricorrente, hanno vissuto fino all’adolescenza. Ma esistono anche altre terre di latte, alimento che nutre per antonomasia, che lega al figlio la madre e viceversa, luoghi che vivono di contrasti ma che è nell’anima che esistono: è il loro cuore infatti il paese più straziato, e nel momento in cui, ormai adulti, si trovano ad affrontare il ritorno, hanno dinnanzi un bivio che bivio non è, una scelta obbligata, ovvero crescere. Al di là del senso di nudità e sradicamento, delle ossessioni, delle paure, delle nevrosi, delle fragilità, delle passioni e dei dissidi. Potentissimo.

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“La vita degna”

41W7tC5FQyL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avrebbe potuto scrivere un manuale: Come vivere da vecchi in mezzo ai giovani. Il sottotitolo, un po’ alla Thomas Bernhard, sarebbe potuto essere Un destino; o: Una condanna. Secondo i momenti, la cosa lo faceva sorridere oppure lo irritava. Per quanto potesse sembrare impossibile, era quello che gli era sistematicamente capitato: prima con lo Sportello Giovani – lui sempre più vecchio, loro immutabilmente ventenni, un ricambio continuo, inesauribile, da girone infernale o da sogno, uno di quei sogni che stanno appena al di qua del limite dell’incubo e non se ne vogliono andare, ti tormentano per tutta una notte e, in via del tutto eccezionale, ricominciano anche dopo che ti sei svegliato, hai bevuto un bicchier d’acqua e ti sei riaddormentato fiducioso – quindi con la nuova convivenza inaugurata a casa di Lis. Come vivere da vecchi in mezzo ai giovani? Più precisamente: come vivere da ultrasessantenni, pensionati e pure falliti in un appartamento condiviso con due studenti pieni di sogni, di ambizioni, di idee deliranti, di naturale spocchia? Come prendere sonno quando dall’altra parte della parete dieci demoni pieni di energie e di ormoni e di sostanze più o meno alteranti sbraitano tutta la notte intorno a un film che vorrebbero girare, uno spettacolo che devono assolutamente mettere in scena, un romanzo sempre da terminare?

La vita degna, Dario Buzzolan, Manni. Dario Buzzolan, autore televisivo, drammaturgo e sceneggiatore, racconta con limpida eleganza e accenti che rimandano alla più grande prosa del ventesimo secolo e alle più importanti e significative figure della letteratura e dell’arte in genere, quelle di inetti alla vita che pienamente rispecchiano e sintetizzano, racchiudendola in sé, la figura dell’eroe antieroico che si sente alieno rispetto alla spersonalizzante e mercificante realtà che lo circonda e che lo fa sentire inutile e solo, quand’anche in mezzo alla folla, la bella e intensa storia di Leonardo. Leonardo sa perfettamente ciò che accadrà stasera a casa, conosce i movimenti a uno a uno, il rumore delle pantofole sul pavimento, il viso di Giulia, la disposizione dei piatti e delle posate sul tavolo della cena, la buonanotte a Matteo e a Maddalena; e sa perfettamente ciò che accadrà domani mattina dal risveglio in poi, le stesse cose che si stanno susseguendo ora, ordinate, pigre, il caffè e lo spazzolino e lo scatto della serratura e lo sbuffo delle porte del bus e lo schermo del finestrino con la città che sfila via. Sa tutto a memoria, non c’è nulla da raccontare nelle sue giornate, e non gli sembra neanche più che quell’uniformità sia un problema. Tutto sommato, gli va bene così. La sua vita, infatti, è bigia. Gli pare inutile. Indegna. Leonardo Bolina è un impiegato comunale che ha da sempre il sogno, mai divenuto veramente concreta realtà, del teatro. Quando va in pensione investe tutta la liquidazione nell’allestimento di uno spettacolo teatrale che è un flop epocale. Perde tutto, in primo luogo la famiglia, finisce a vivere in una casa di studenti, dove Lis, che gli potrebbe essere nipote, si innamora di lui, e lui la ricambierebbe pure, se non conservasse come sua unica ricchezza superstite un barlume di senso del ridicolo, ritrova Adele, il grande amore di gioventù, bella e irraggiungibile, si imbatte in un produttore disonesto, viene sfruttato come il fattorino, ha due figli detestabili, Matteo, che pare aver ingoiato un manico di scopa, e Maddalena, in balia della sua abulia, ha un coinquilino preda del più inane e imbecille dei sentimenti, la gelosia… E così, tra una nevrosi e l’altra, si accorge che magari dovrebbe starsene proprio solo. Oppure… Tragicomico, esilarante e amarissimo, è una grande prova narrativa.

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“Ma come fanno gli operai”

51t6yU+7QNL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le cooperative non hanno più muratori tra i dipendenti e scimmiottano il modello privato, con una crescente finanziarizzazione ritenuta inevitabile per crescere e conquistare fette consistenti di mercato nelle grandi opere, dalla Tav alle varianti di valico. Pezzi importanti della filiera produttiva vengono delegati a nuove cooperative sorte come funghi, con i dipendenti costretti a diventare soci e con i capi-caporali che minacciano i lavoratori per costringerli a tener bassa la testa e le “pretese”. È in questa situazione che si diffondono gli scambi e i ricatti nell’assegnazione dei lavori e fioriscono lavoro nero e straordinari. Le cooperative di produzione-lavoro, storicamente forti anche grazie a una solida appartenenza dei soci legati da un rapporto identitario, “sono finite in mano ai bocconiani con i dirigenti che andavano a scuola nelle università private e nelle società di revisione: liberismo allo stato puro. Del resto, l’approccio culturale non è molto diverso nelle cooperative di consumo dove si pagano fior di consulenze a società che insegnano come aumentare la produttività delle cassiere e dei rifornitori di scaffali”. I cambiamenti culturali iniziati verso gli anni Ottanta hanno trovato una loro formalizzazione grazie ad alcune leggi che aprono al modello privato, diciamo pure capitalistico, pur garantendo un occhio di riguardo e di favore fiscale nei confronti del sistema cooperativo: la legge 142 del 2001 (legge D’Alema) che istituisce nuove regole per i soci-lavoratori…

Ma come fanno gli operai – Precarietà, solitudine, sfruttamento – Reportage da una classe fantasma, Loris Campetti, Manni. La sinistra tradizionale, lo abbiamo visto in questa tornata elettorale che consegna l’immagine di un paese senza maggioranza, non esiste più. E non esiste più anche perché ha smesso di fare la sinistra. Tant’è che la classe operaia, il ceto che da sempre l’immaginario collettivo accosta a quella fazione politica che dovrebbe occuparsi degli ultimi, sembra davvero non esistere. Non essere importante. Interessante per nessuno. Non abbastanza glam, e mediaticamente appetibile. Eppure le fabbriche ci sono ancora. C’è ancora gente che lavora in catena di montaggio. Facendo turni massacranti. Con sempre minori tutele. Costretta a rimanere inchiodata al posto di lavoro perché certo d’aria non può campare. Ma se i posti di lavoro non si liberano, visto che di nuovi non se ne fanno, quando mai potranno cominciare a essere indipendenti i giovani? Campetti fa un’inchiesta che merita davvero di essere letta, perché fotografa senza infingimenti la nostra triste realtà.

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“Il partigiano ritrovato”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Di fronte a una potenza ostile e senza scrupoli e al fanatismo del suo seguito gregario, non si può pensare che la curia disponga di una influenza proporzionata da mettere in campo. Questa è una considerazione di carattere generale; occorre però esaminare le singole circostanze, le convenienze e i rapporti di forza del momento particolare. Inoltre, va osservato che è sempre possibile scegliere se attivarsi nei confronti dei tedeschi e dei fascisti nella speranza di ottenere comunque un risultato, oppure rinunciare a priori. La curia è messa sotto pressione dalle suppliche e dalle richieste di mediazione: il vescovo deve dosare gli interventi e amministrare il proprio ascendente in una varietà di casi di peso ineguale. L’impressione è che la linea scelta dal cardinale sia di accollarsi in modo quasi formale l’interessamento nei confronti di sacerdoti e religiosi tratti in arresto nella sua diocesi, e lasciare nelle seconde file i laici; e anche così, di intervenire con parsimonia e con cautela protocollare.

Il partigiano ritrovato, Pasquale Martino, Manni. Giuseppe Zannini era di Bari. Ma morirà ben lontano da lì. A Mauthausen. È una storia importante. Eppure è una storia che non si conosce. O almeno, per meglio dire, che non si conosceva. Fino a questo momento. Fino alla pubblicazione di questo libro. È una storia come tante. Come troppe, purtroppo. Ma non per questo non si può dire che non sia davvero fuori dall’ordinario, benché inserita nel contesto tragico della seconda guerra mondiale, insensata e feroce come e più di tutte le stragi cui le umane vicende ci hanno sventuratamente abituato. Ma questo libro non è solo la biografia di una persona, è anche quella di una ricerca, scientifica, rigorosa, empatica, per il raggiungimento della verità. Da leggere.

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