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“Cani sciolti – Stonewall”

Screenshot (172).pngdi Gabriele Ottaviani

In libreria da oggi per Sergio Bonelli editore, Cani sciolti – Stonewall, soggetto, sceneggiatura e postfazione di Gianfranco Manfredi, disegni e copertina di Luca Casalanguida, è un meraviglioso affresco corale che attraversa il tempo e lo spazio, le istanze per i diritti civili, l’amore e l’amicizia, a partire dagli scontri di oramai mezzo secolo fa che hanno segnato un’epoca in quel di New York e dato il via a una collettiva presa di coscienza a livello culturale, sociale, morale, politico, per chiudersi, vent’anni dopo, in una casa, in campagna, durante un gelido inverno, quando sei amici dipanano la matassa della loro esistenza. E… Maestoso.

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“L’impero della polvere”

91ms4Rq7HcL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Li osservai ridere e guardarsi, come se fossero più vicini di quanto erano realmente, uno di fronte all’altra. Pensai che volessero toccarsi, ma che si trattenevano per causa mia, o che si stessero già sfiorando con le gambe, sotto il tavolo. Pensai a mio padre, in Russia. Se la storia fosse stata vera, sarebbe stato quello il motivo, l’avrebbe fatto per salvarsi. Poi mi diedi della stupida per il mio credere alle storie. Mi diedi della bambina.

L’impero della polvere, Francesca Manfredi, La nave di Teseo. Il padre non c’è. Se n’è andato. Ma ogni tanto torna. La nonna è severa. E molto timorata di Dio. La madre è bella. Bellissima. Inafferrabile. È come una fiamma. Come una fiera. Come l’acqua, che non ha forma e non si può comprimere. Come il vento, che non si può arrestare. E Valentina vive con lei e con la di lei madre, terza di tre donne, anche se ha solo dodici anni, nella casa di campagna che in paese chiamano cieca, che sembra ergersi dalla polvere, che pare averne le fondamenta intrise e invase, che sembra essere fatta di quello stesso immateriale e denso pulviscolo, trarne vigore, affondarvi le radici, mentre l’estate si fa calda, sensuale, il corpo di Valentina cambia, e i legami, le cose che restano, come bisce sinuose strisciano tra i sassi, scavano il proprio percorso, mutano pelle per sempre… Magistrale, ammaliante, splendido.

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“Sei lezioni di Storia e altre incursioni nel mondo antico”

download (3).jpgdi Gabriele Ottaviani

Il templare ideale chi era? Diciamo che era un uomo sulla quarantina, che aveva già cresciuto i suoi figli, era ancora nel pieno del vigore fisico, magari era vedovo come il fondatore Hugues de Payns, quindi un uomo che poteva dedicare la seconda parte della sua vita al servizio della Chiesa, della cristianità e del re della Terra Santa. Acquisirono, come ho detto, un prestigio enorme. Moltissimi personaggi illustri fecero loro delle grandi e importanti donazioni. E così nacque il mito dei Templari: una milizia di Cristo. La grande croce rossa che campeggiava sul petto, sul mantello, sullo stendardo diventò qualche cosa di epico. Uomini che si battevano con grandissimo coraggio, con grandissima determinazione, che avevano una disciplina ferrea quando si trattava di combattere. Uomini che venivano da tutte le parti d’Europa: ce n’erano di inglesi, di francesi, di tedeschi, di italiani, di spagnoli. Per questo nacque anche una lingua loro, una specie di miscuglio affascinante di tutti i loro idiomi; anche quello era l’outre-mer, la lingua franca dei Templari, anche se c’era una matrice francese che rimaneva fondamentale, molto importante.

Sei lezioni di Storia e altre incursioni nel mondo antico, Valerio Massimo Manfredi, Aliberti. La storia siamo noi, nessuno si senta escluso, diceva qualcuno. La storia è maestra di vita, diceva qualcun altro. La storia è una insegnante cui spesso e malvolentieri, purtroppo, difettano gli allievi, sosteneva qualcun altro ancora. e invece la voce della storia va ascoltata. Perché la conoscenza è l’unica ricchezza che nessun ladro potrà mai sottrarre. Perché chi non ricorda ha scolpita nel suo destino la condanna alla ripetizione. A rivivere il già vissuto, spesso andando sempre peggio. Valerio Massimo Manfredi, la cui prosa non ha bisogno di presentazioni, perché sa essere insieme aulica, solenne e comprensibilissima, conduce con mano sicura il lettore a spasso nel passato: ed è un’occasione che sarebbe un vero peccato vanificare.

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“Splendore a Shanghai”

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Splendore a Shanghai, Gianfranco Manfredi, Skira. I primi decenni del Novecento sono stati un’epoca caratterizzata da numerosissime peculiarità: un tempo di mutamenti, di transizione, fatto di vari elementi che si riverberano anche nella produzione artistica dell’epoca. Basti solo pensare al fatto che col finire degli anni Venti si conclude anche pressoché dappertutto l’epoca del cinema, invenzione comunque giovanissima, muto: ed è proprio a cavallo fra gli anni Venti e il decennio successivo che Doremì, nome parlante come solo forse quelli di Plauto hanno saputo essere, pianista giovane e talentuoso, improvvisa colonne sonore dal vivo nella sala di un piccolo cinema di paese. Ha studiato i classici, ma il patrimonio musicale anglosassone, con la sua potenza innovatrice, non può che sedurlo irresistibilmente. La sua vita, in ogni modo, procede di fatto serenamente finché arriva un’occasione inattesa, un ingaggio per un concerto nell’estremo oriente, in quel mondo altro, nuovo, diverso, esotico, sensuale, onirico, cosmopolita, incredibilmente precoce rispetto ai tempi, in un’epoca comunque di conflitto, che rappresenta, per lui, una vera e propria svolta esistenziale: Gianfranco Manfredi, cantante e autore, sceneggiatore di film, sceneggiati e finanche fumetti, mescola con sapienza tutti gli ingredienti necessari per realizzare un romanzo intenso, potente, leggibilissimo, pieno di livelli di interpretazione e suggestioni.

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“Un buon posto dove stare”

51MncH8CLmL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Che ti è successo agli occhi?” chiese lei. Lo guardava come se fosse un dipinto astratto. “Sembra che hai fatto a pugni.” Lui abbassò la testa. “Non riuscivo a dormire,” disse. Poi aggiunse: “Mi sa che ho bevuto troppo caffè.” “Sei sicuro di stare bene?” Lui annuì. Poi finì di vestirsi, salutò lei e i bambini e uscì. Quando fu in cantina, controllò l’orologio; aveva trenta minuti, prima che si facesse tardi. Chiuse la porta dall’interno e si mise a spostare di nuovo i sacchi e gli scatoloni, questa volta senza accendere la luce, aiutandosi solo con quella della torcia, attento a non fare il minimo rumore. Non si era mai accorto di quanti suoni si potessero percepire dalle cantine, né di quanto, a quell’ora, il palazzo brulicasse di persone. L’ascensore non faceva che salire e scendere di nuovo, e ogni volta portava con sé qualcuno che avrebbe aperto il garage, dietro alle cantine, e fatto partire l’auto. Una di quelle volte riconobbe la voce di sua moglie. La sentì parlare dentro l’ascensore. Stava ridendo con i bambini e diceva: “Ma è tutta storta, così.” Quando l’ascensore arrivò alle cantine lui trattenne il fiato. Li sentì passare dietro di lui e aprire il garage. Per un attimo ebbe l’idea di uscire di corsa e andare da loro, oppure salire le scale e aspettarli fuori, davanti al cancello, o battere i pugni sul muro e urlare: “Ehi! Sono ancora qui!” Invece trattenne il fiato, e aspettò di sentire il garage chiudersi e l’auto partire, prima di muoversi ancora. Alzando lo sguardo si accorse di un buco nel muro, una decina di centimetri sotto il soffitto. Se fossi un topo, pensò, se io fossi un topo è lì che mi nasconderei. Si arrampicò sullo scaffale e cercò di allungarsi fino a guardarci dentro.

Un buon posto dove stare, Francesca Manfredi, La nave di Teseo. Cloro, Love in a lonely place, Cavalli, Da qualche parte, al sicuro, Esperance, Recherche, Il bosco, Ricorda chi sono, Il topo, Dall’altra stanza, Un buon posto dove stare, Quel che rimane. Tutto appare normale, tranquillo, sereno, consueto. Non c’è nulla di insolito, niente che abbia una parvenza di rischioso, alcunché che induca a stare sul chi vive. Sono vite normali, classiche, semplici, quelle che con una prosa cesellata, elegante, raffinata, schietta, varia e vivace Francesca Manfredi racconta in questa antologia di undici racconti: ma detta così sembrerebbe che non succeda nulla. E invece è tutto il contrario. Perché decisivo nel suo modo di comunicare è il punto di vista: è come se ci si trovasse sempre in bilico, aggrappati a un trampolino con gli ultimi scampoli di epidermide della più distale delle falangi prima di abbandonarsi al tuffo, al salto, al rischio, all’impresa, alla vita vera, quella in cui non si può mentire, e se lo si fa si deve essere pronti a correre l’alea di venire scoperti, e accettarne le conseguenze, nel bene e soprattutto nel male. Gli oggetti e i luoghi non sono poi a loro volta semplici sfondi, ma veri e propri personaggi in cui si rispecchiano le inquietudini dei protagonisti, alle prese con la loro insoddisfazione, spaventati all’idea di non essere amati, preoccupati di perdere quel che hanno, di essere costretti ad accontentarsi, vivendo la quiete  come una sconfitta. Da non perdere.

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