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“Icone”

di Gabriele Ottaviani

Poi arrivano gli anni Settanta: l’epoca delle sperimentazioni e delle infinite discussioni sul rapporto tra arte e design, sull’importanza di rendere accessibili e comprensibili anche alle masse prodotti della creatività e sulla possibilità di avere un’“arte moltiplicata”, ovvero ricorrere a processi industriali per produrre oggetti artistici. “Alberto è molto interessato a questo dibattito e vuole prendervi parte” ci racconta Francesca Appiani, mentre estrae dagli scaffali stracolmi del Museo alcuni pezzi dalle forme inusuali. “Nella sua visione, il design è arte applicata all’industria, ma comunque è arte. Perciò concepisce una sorta di Manifesto e dichiara che lui, come imprenditore, vuole contribuire a creare una nuova società dei consumi, in cui le persone possano avere oggetti artistici a prezzi contenuti.” Una visione utopistica, certo. Ma Alberto Alessi, grazie alla fabbrica della sua famiglia, ha la possibilità di mettere in pratica la teoria e darvi concretezza. È questo il bello delle imprese italiane, probabilmente quello che le distingue e le rende competitive in tutto il mondo: la capacità di osare, di guardare sempre avanti e cercare di tradurre l’impossibile in possibile. L’attitudine a rischiare, mettendo in conto la possibilità di sbagliare, ma consapevoli del fatto che dagli errori si può imparare e migliorarsi. Alessi – in particolare nella figura di Alberto – incarna perfettamente questo spirito e la collezione di sculture Alessi d’après, una serie di lavori affidati ad artisti, è un passaggio chiave in questa direzione. È stato il più grande fiasco della sua carriera, ammette lo stesso Alberto. Ma non si è mai pentito di averci provato perché, come tutti i grandi imprenditori, sa bene che i flop sono l’evidenza del tentativo di essere innovatori. Del resto, è nota la presenza, nello studio di Enzo Ferrari a Maranello, di un “armadio degli errori” in cui lui metteva tutti i pezzi difettosi o che si erano rivelati sbagliati in fase di progettazione, come monito, a futura memoria, su che cosa non fare. Perché a volte quello che non ha funzionato può essere persino più prezioso di quello che invece funziona, per fare un passo avanti e creare qualcosa di nuovo. Dopo aver convinto il padre e lo zio a dargli il via libera su questo progetto, Alberto contatta artisti come Giò Pomodoro, Carmelo Cappello, Pietro Consagra, Andrea Cascella, Dušan Džamonja e Salvador Dalí, chiedendo loro di realizzare delle sculture che lui avrebbe prodotto in serie, secondo il modello prettamente industriale. Una follia: i primi oggetti vanno in fabbrica, ma la loro complessità rallenta enormemente le linee produttive e, soprattutto, non vendono: “Forse all’epoca la Alessi non aveva ancora raggiunto un pubblico in grado di apprezzare un progetto di questo tipo, o forse i tempi non erano maturi” osserva Francesca Appiani. Fatto sta che, davanti al prototipo di Dalí, Carlo Alessi blocca tutto. Di questo prototipo, purtroppo, esistono solo le immagini e una riproduzione fatta alcuni anni dopo per l’archivio-museo. La leggenda narra infatti che, di ritorno dalla visita nella casa dell’artista, Alberto e lo zio Ettore lasciarono il prototipo nell’officina e un operaio, vedendolo lì e pensando che si trattasse di un pezzo uscito male, lo buttò via. Il punto di partenza – come per tutti gli altri oggetti della collezione – era la pezza standard di metallo che veniva usata come base per realizzare tutti i casalinghi. Dalí l’aveva piegata, chiusa con una molletta di legno e poi aveva immaginato che dalle dentature pendessero degli ami da pesca. Difficile descriverla a parole. Il nome della scultura, però, rende abbastanza bene la sua singolarità: Oggetto inutile basato su un problema di topologia negativa…

Icone – Mito, storie e personaggi del design italiano, Giovanna Mancini, LUISS, prefazione di Domitilla Dardi. Con un’intervista a Daniel Libeskind. Alessi, Artemide, B&B Italia, Caimi Brevetti, Cassina, Driade, Gufram, Kartell, Molteni&C e Zanotta: dieci eccellenze italiane, dieci aziende, dieci storie imprenditoriali che si inseriscono nel contesto di oltre mezzo secolo, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, di vicende economiche, sociali, lavorative, culturali e politiche, quotidiane, individuali e collettive, il ritratto di una nazione che è sinonimo di creatività, eleganza, bellezza, funzionalità, prestigio e progresso, tradizione e sfide, in previsione del futuro e della necessaria, vivificante e salvifica innovazione. Giovanna Mancini compone un denso e appassionante repertorio fatto di immagini, famiglie, idee e ideali: da non perdere per nessun motivo.

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“Hitler in Italia”

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Non era stato semplice conciliare la cultura e la storia germanica con quella romana…

Hitler in Italia – Dal Walhalla al Ponte Vecchio, maggio 1938, Franco Cardini, Roberto Mancini, Il Mulino. Una giornata particolare, del millenovecentosettantasette, è senza dubbio uno dei film più riusciti di Ettore Scola: scritto da Maurizio Costanzo, interpretato alla perfezione da Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ambientato nel complesso romano del Palazzo Federici, blocco residenziale che consta di ventisei scale e seicentocinquanta appartamenti, per lo più destinati agli impiegati dell’immenso apparato burocratico fascista, progettato dall’architetto razionalista Mario De Renzi nel millenovecentotrentuno e inaugurato sei anni dopo, tra viale XXI aprile, piazza Domenico Gnoli, via Enrico Stevenson, via Costantino Corvisieri e via Famiano Nardini, narra, intrecciando storie individuali alle vicende collettive in cui esse si riverberano, non senza, anzi, conseguenze dolorose, la venuta del capo supremo del Terzo Reich nell’Urbe. Hitler infatti marciò sull’Italia, per consolidare un’infausta alleanza, di cui questo testo fa un ritratto impeccabile e imprescindibile.

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“Spaghetti western – IV”

Copw.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sul finire di aprile esce un western con intelaiatura gialla intitolato Hai Sbagliato… Dovevi Uccidermi Subito! (1972). Lo produce Silvio Battistini insieme a una società di Madrid. Produttore coraggioso, propenso a investire e a imbarcarsi in imprese più grandi di lui. Ex attore di Vittorio De Sica, aveva prodotto quattro film e fatto il produttore esecutivo nel western …E Divenne il più Spietato Bandito del Sud (1967) di Julio Buchs, raggranellando qualche soldo con i film di Marcello Ciorciolini e Massimo Franciosa. Battistini, dopo il flop del western In Nome del Padre, del Figlio e della Colt, che ha comunque il merito di anticipare Halloween di John Carpenter con un assassino munito di maschera che uccide nella notte di halloween, ci riprova. Chiama Mario Bianchi, omonimo del regista Mediaset, e gli affida l’incarico da girare tra Madrid e Toledo. Bianchi, figlio d’arte (il padre era Bianchi Montero), debutta ufficialmente con questa pellicola e porta in scena un soggetto da lui stesso confezionato. Trentaquattrenne, arriva all’appuntamento dopo un apprendistato da aiuto regista di cinque anni. Aiuto del padre in sei casi, aveva appreso il mestiere nel genere misurandosi in tutti i principali sottogeneri, dal western al poliziesco, passando per il thriller, l’horror e il macaroni combat. In particolare era stato di supporto a Ferdinando Baldi (Odia il Prossimo Tuo, 1968), Baldanello (I Lunghi Giorni dell’Odio, 1968), Mulargia (Shango, 1970) e ai grandi maestri Mario Bava e Riccardo Freda, rispettivamente nei thriller Cinque Bambole per la Luna d’Agosto (1969), Il Rosso Segno della Follia (1970) ed Estratto dagli Archivi Segreti della Polizia di una Capitale Europea (1972). Dunque un curriculum di massimo rispetto per chi si approccia al cinema di genere. Purtroppo, pur avviandosi in modo promettente, tradirà le aspettative. Dopo aver firmato un paio di western non proprio da disprezzare, si affaccerà al poliziottesco (buono Napoli… I 5 della Squadra Speciale, 1978) e alla sceneggiata napoletana (Napoli, Storia d’Amore e di Vendetta, 1979) per trovare la sua dimensione prima nel softcore e poi nel cinema hard, dirigendo, fino al 2001, qualcosa come un’ottantina di film porno con Rocco Siffredi, Roberto Malone, Moana Pozzi, Jessica Rizzo e Cicciolina. Cercherà di ridestarsi con erotici d’autore, quali gli apprezzati Una Storia Ambigua (1986) e Ad un Passo dall’Aurora (1989) in cui anticiperà addirittura Eyes Wide Shut di Kubrick, e, sulla scia di Joe D’Amato, con gli horror (bruttini) La Bimba di Satana (1982) e Non Avere Paura della Zia Marta (1989). Non avrà fortuna.

Spaghetti western – Volume 4 – Il crepuscolo e la notte: tra western kung fu e western nostalgici, Matteo Mancini, Il Foglio. Con saggi di Jan Švábenický. Il genere degli spaghetti western è uno dei più fortunati, prolifici e variegati che esistano, conta un gran numero di appassionati ed è un vero e proprio punto di riferimento: come un fiume che si apre in una foce a delta dai mille rivoli, ha una marea di chiavi di lettura, di interpretazioni, di declinazioni, di sfumature che possono essere indagate. Questo volume, il quarto della serie dedicato a un filone che è in assoluto una delle pietre miliari anche per quel che concerne la considerazione all’estero delle produzioni cinematografiche italiane è una miniera di informazioni, curiosità e aneddoti, dal bello stile e dal ritmo accattivante.

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“Una donna può tutto”

2019117_Una donna puo tutto_Esec@01.indddi Gabriele Ottaviani

Si lancia con un paracadute militare da un’altezza di 2.300 metri e non lo apre subito. All’inizio cade come una pietra nel vuoto, ma non perde il controllo. Mentre precipita, si guarda attorno e cerca di memorizzare il territorio: dove si trova il fiume, dove il lago, dove comincia il bosco. Intanto la terra le viene velocemente incontro. Finirà in uno stagno? No, finisce su un pino. Atterraggio pericoloso. Ma lei, cari ragazzi, sa come fare e ve lo spiega. Bisogna allungare le gambe e coprire il viso con le mani per non farsi ferire dai rami, poi tagliare le funi del paracadute e scendere dall’albero. Intanto il Rodina – racconta – prosegue alla ricerca di un luogo in cui atterrare. Marina sente il rumore del motore, poi per lunghe ore il silenzio. Finalmente uno sparo. È il segnale che ha convenuto con le sue compagne, significa che Polina e Valentina sono vive.

Una donna può tutto, Ritanna Armeni, Eleonora Mancini, Ponte alle grazie. Nel millenovecentoquarantuno gli alleati hanno un’arma in più per combattere contro il nazismo. Uno squadrone formidabile che è riuscito a guadagnarsi la fiducia di Stalin, non proprio il più arrendevole degli uomini. Ben addestrato. Capace. Indomito. Guerriero. Che non si ferma davanti a niente. Che vuole dare il proprio contributo alla causa. Valoroso. Preparato. Tutto al femminile. Sono le aviatrici dell’Unione Sovietica. Le streghe della notte. Così le chiamavano. Che la storia, tutta al maschile, vorrebbe che non venissero ricordate. Che Ritanna Armeni invece ricorda. Eccome. Portando a compimento un lavoro lungo, tenace, faticoso, complesso, interessante, importante. Una testimonianza forte di ideali e umanità. Da leggere.

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