Libri

“Il falco”

61SlvoZnfIL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alla fine del XVII secolo in Europa la falconeria cominciò però a perdere terreno…

Il falco, Helen Macdonald, Nottetempo, traduzione di Anna Rusconi. Helen Macdonald ha già raccontato nel suo intenso, affascinante, divulgativo, interessante, intrigante e appassionante Io e Mabel la storia del suo rapporto, che per qualcuno può risultare anche davvero sorprendente, con un astore: adesso, con dovizia enciclopedica di particolari e con uno stile bello e brillante, realizza un ritratto competentissimo e istruttivo dal punto di vista etologico, naturale, biologico e persino storico di un animale che indubbiamente, pure a livello simbolico, non può che incantare. Corredato da splendide immagini, è assolutamente da leggere.

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Libri

“Cape Fear”

Cape-Fear-400x360.jpgdi Gabriele Ottaviani

È passato a casa mia e ha avvelenato il cane. Il cane dei bambini.

Cape Fear, John Dann MacDonald, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli. L’autore è un grande, il traduttore pure, se non di più, la storia è avvincente, intensa, potente, dolorosa, straziante, mozzafiato, intrigante, irresistibile, tanto che ne hanno fatto due film, l’ultimo dei quali diretto da un certo Martin Scorsese (di cui non è la miglior pellicola, perché quella è indiscutibilmente L’età dell’innocenza, ma comunque non è niente male, anche perché il protagonista è il signor Robert Anthony De Niro junior, settantasei anni il prossimo diciassette di agosto e non sentirli, nonostante alcune cadute di stile francamente incomprensibili): già resa in italiano ma con alcuni tagli, torna negli scaffali la vicenda di un criminale psicopatico che dopo quasi tre lustri esce di galera ed è deciso a farla pagare all’avvocato che l’ha sbattuto in cella. A ogni costo… Magistrale.

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Libri

“Il termine della notte”

41zB5x7QaiL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La vita aveva l’abitudine di sperperare quanto aveva di meglio.

Il termine della notte, John D. MacDonald, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli. Tutte le grandi opere di narrativa, e questa, pubblicata per la prima volta cinquantotto anni fa, all’inizio del decennio che, non senza eccessi, storture, violenze e aberrazioni, avrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica le istanze di una generazione e di un settore della società che si erano sempre sentiti emarginati e trascurati, lo è senza ombra di dubbio, hanno in comune una caratteristica fondamentale, che si può sintetizzare nella definizione di universalità. Soprattutto per quel che concerne il tempo: ovverosia non solo sono sempre attuali, ma sono anche, per non dire, meglio, soprattutto, capaci di preconizzare quel che accadrà, di cogliere, per il tramite di un’attenta osservazione, i segnali, i sintomi. E non mancano certo i prodromi, nel mondo patriarcale e anacronistico che qui viene raccontato, della turbinosa, evocativa e simbolica – specie di quel che rappresenta la gioventù – violenza che esplode nel corso di queste solenni e maestose pagine, e che MacDonald narra con vibranti e imperdibili accenti lirici.

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“Io e Mabel”

download (22)di Gabriele Ottaviani

I falconieri hanno un termine specifico per definire i rapaci smaniosi di uccidere: dicono che sono in yarak. Viene dal persiano yaraki, spiegano i libri, che significa potenza, forza e audacia. Molto dopo averla incontrata per la prima volta, è stato buffo scoprire che in turco questa parola indica un’arma antica ed è un termine gergale per «pene»: mai dubitato che la falconeria fosse un gioco da maschietti. Sono tornata a Cambridge e ogni giorno, mentre salgo il sentiero sassoso che porta in cima alla collina, guardo Mabel andare in yarak. È inquietante, un po’ come assistere alla sua lenta possessione da parte di un demone. Le piume della testa si rizzano e lei si piega all’indietro gonfiando le piume del ventre; le spalle scendono, le zampe stringono forte il guanto. Il suo contegno passa da Ho paura di tutto a Tutto mi appartiene: quel che vedo, e anche di piú. Quando si trova in questo stato è un rapace ad alta tensione, smanioso di uccidere; è talmente carica che si dibatte non appena vede muoversi qualcosa, anche se non ha alcuna speranza di acciuffarla: stormi di allodole, piccioni che sfrecciano in distanza, un pezzo di gattone in una fattoria; ma io tengo stretti i geti e non la mollo. Un giorno però vedo una fagiana levarsi in volo a due passi da me e lascio la presa. Mabel si lancia all’inseguimento, ma la fagiana ha troppo vantaggio: dopo una cinquantina di metri rallenta, vira a mezz’aria e torna da me, planando sopra la cima di un frassino e atterrandomi delicatamente sul pugno. Un altro giorno si precipita a valle per catturare un coniglio, e quando ormai sta per ghermirlo lui inchioda di botto. Lei atterra troppo lunga e si schianta, il coniglio sterza bruscamente e riparte a razzo in salita, verso il rifugio sicuro di una tana.

Io e Mabel ovvero L’arte della falconeria, Helen MacDonald, Einaudi. Traduzione di Anna Rusconi. Lo squillo di un telefono non sempre è foriero di buone notizie: anzi, in verità spesso è proprio tutto il contrario. E la chiamata che raggiunge Helen non fa eccezione: le annuncia la morte improvvisa del padre. Precaria sia dal punto di vista sentimentale che da quello lavorativo, piomba nella depressione. Il tempo passa e lei sta sempre peggio, si mette da sola i bastoni fra le ruote, non vive, tira a campare. Poi, d’improvviso, un sogno. E… Travolgente come la disperata richiesta d’aiuto di chi sta cercando di (ri)trovare il suo posto nel mondo. Imprescindibile.

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