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“Ma come fanno gli operai”

51t6yU+7QNL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le cooperative non hanno più muratori tra i dipendenti e scimmiottano il modello privato, con una crescente finanziarizzazione ritenuta inevitabile per crescere e conquistare fette consistenti di mercato nelle grandi opere, dalla Tav alle varianti di valico. Pezzi importanti della filiera produttiva vengono delegati a nuove cooperative sorte come funghi, con i dipendenti costretti a diventare soci e con i capi-caporali che minacciano i lavoratori per costringerli a tener bassa la testa e le “pretese”. È in questa situazione che si diffondono gli scambi e i ricatti nell’assegnazione dei lavori e fioriscono lavoro nero e straordinari. Le cooperative di produzione-lavoro, storicamente forti anche grazie a una solida appartenenza dei soci legati da un rapporto identitario, “sono finite in mano ai bocconiani con i dirigenti che andavano a scuola nelle università private e nelle società di revisione: liberismo allo stato puro. Del resto, l’approccio culturale non è molto diverso nelle cooperative di consumo dove si pagano fior di consulenze a società che insegnano come aumentare la produttività delle cassiere e dei rifornitori di scaffali”. I cambiamenti culturali iniziati verso gli anni Ottanta hanno trovato una loro formalizzazione grazie ad alcune leggi che aprono al modello privato, diciamo pure capitalistico, pur garantendo un occhio di riguardo e di favore fiscale nei confronti del sistema cooperativo: la legge 142 del 2001 (legge D’Alema) che istituisce nuove regole per i soci-lavoratori…

Ma come fanno gli operai – Precarietà, solitudine, sfruttamento – Reportage da una classe fantasma, Loris Campetti, Manni. La sinistra tradizionale, lo abbiamo visto in questa tornata elettorale che consegna l’immagine di un paese senza maggioranza, non esiste più. E non esiste più anche perché ha smesso di fare la sinistra. Tant’è che la classe operaia, il ceto che da sempre l’immaginario collettivo accosta a quella fazione politica che dovrebbe occuparsi degli ultimi, sembra davvero non esistere. Non essere importante. Interessante per nessuno. Non abbastanza glam, e mediaticamente appetibile. Eppure le fabbriche ci sono ancora. C’è ancora gente che lavora in catena di montaggio. Facendo turni massacranti. Con sempre minori tutele. Costretta a rimanere inchiodata al posto di lavoro perché certo d’aria non può campare. Ma se i posti di lavoro non si liberano, visto che di nuovi non se ne fanno, quando mai potranno cominciare a essere indipendenti i giovani? Campetti fa un’inchiesta che merita davvero di essere letta, perché fotografa senza infingimenti la nostra triste realtà.

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