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“A tavola con gli Appiani”

Appianidi Gabriele Ottaviani

Filippo II cedette Siena a Firenze, ma prima la isolò dal mare…

A tavola con gli Appiani – Storia della famiglia degli Appiani e ricette della cucina del Rinascimento piombinese, Gordiano Lupi, Patrice Avella, Edizioni Il Foglio. Abitata sin dai tempi degli etruschi, e il suo stesso nome pare in effetti derivare da un appellativo che sta per piccola Populonia, Piombino, elegante e neghittosamente distesa su un promontorio che si tuffa come una sirena in un braccio di mare di rara bellezza, è città dalla storia lunga, varia e ricca, esistita sotto l’egemonia di Pisa e poi divenuta signoria e principato, passata attraverso la restaurazione e la seconda guerra mondiale (la battaglia che ne porta il nome è uno dei primi nevralgici episodi della Resistenza, nell’anno del Signore millenovecentoquarantatré), sinonimo di lotta, diritti, impegno, lavoro, industria, fabbrica, operai. Ma la storia e la cultura, si sa, passano anche attraverso le radici e le tradizioni culinarie: del resto siamo, al di là delle frasi fatte, ma proprio per naturale costituzione, quello che mangiamo. E la famiglia degli Appiani, come quel Gherardo che dopo sette anni di possesso vendette nel milletrecentonovantanove per duecentomila fiorini Pisa ai milanesi Visconti riservando per sé la località ora in provincia di Livorno, che fu possedimento della sua schiatta per più di due secoli, è l’albero frondoso sotto la cui ombra sono germogliate gemme che poi, evolvendosi, hanno dato vita ad autentici capisaldi dell’arte del buon mangiare in Italia: più che un libro un vero e proprio viaggio, punteggiato da splendide immagini. Da non perdere.

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“Sogni e altiforni”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Mare di sabbia e sassi. Scogliere e arenile, piccolo golfo d’un’isola dove soffia il vento polveroso della storia. Palme nane mediterranee, piccoli lecci, abeti di mare e piante grasse. Vegetazione da terra arida bruciata dal sole. Ficus Beniamino alto e svettante, banani imponenti, fichi, olivi, iris dai fiori rosso fuoco, rocce rupestri riarse, montagne e altopiani da spaghettiwestern, pure se qui li chiamerebbero feta-western. Paesaggio troppo simile al luogo natio per renderlo straniero agli occhi, luogo dove trovare consonanze più che dissonanze. Casa sul mare, terrazza affacciata tra tamerici salmastre e arse, pitosfori, oleandri e barba di Giove. Larici, conifere di mare, non pini marittimi, ma un modo cretese d’esser tali. E il fico degli ottentotti non ancora fiorito, forse ormai sfiorito, bruciato dal sole, confuso dal vento. Piccola strada notturna tra venditori di mare, i soliti cinesi, identici kebabbari, luogo dei luoghi del mondo, e mercanti che vendono Creta ai turisti formato ricordo. I viburni fioriti, come farfalle crepuscolari, il profumo intenso del mare sospinto dai venti del Peloponneso. Isola tra le isole che ricorda la mia penisola affacciata su un’isola. Campetti sterrati e bruciati dal sole. Creta è una gigantesca Isola d’Elba con identici profumi. Acqua che manca e il sintetico ancora non è arrivato, non fa parte della tradizione. I ragazzi si difendono bene, nonostante tutto.

Sogni e altiforni – Piombino – Trani senza ritorno, Sinfonia d’autunno, La voce di Debora, Gordiano Lupi, Cristina De Vita, A. Car. Edizioni. La nostalgia è il dolore del ritorno, ma è anche, per non dire soprattutto, una tenerissima e straziante dimostrazione e dichiarazione d’amore. Per quello che si è. Per quello che si è stati. Per il passato, che certo non torna ma altrettanto sicuramente non se ne va mai via del tutto. Per quello che poteva accadere e invece non è accaduto. È dolceamaro il sapore della frustrazione, della paura del futuro, delle occasioni perdute, dei treni passati, dei valori dimenticati e soffocati dalla realtà ferocemente contraddittoria che tutto fagocita e mercifica, lento e inesorabile lo sciabordio delle onde delle rimembranze, che in quest’opera in cui in maniera potente come di rado avviene due voci diverse si amalgamano per raccontare è esaltato con tono quasi fiabesco. C’era una volta, verrebbe da dire, un ex calciatore, che… Da leggere.

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“Tutto Avati”

avati.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma quando arrivano le ragazze? (2004) Soggetto e Sceneggiatura: Pupi Avati. Fotografia: Pasquale Rachini. Musiche: Riz Ortolani (composte e dirette). Arrangiamenti e Temi Originali Jazz: Giovanni Tommaso. Montaggio: Amedeo Salfa. Direttori di Produzione: Cristina Bravini, Tomaso Pessina. Coordinamento Finanziario: Diego Raiteri, Marketing Finanziario. Suono: Bruno Pupparo. Scenografia: Simona Migliotti. Costumi: Catia Bottori. Produttori: Antonio Avati, Rai Cinema. Case di Produzione: Duea Film srl, Rai Cinema. Distribuzione: 01 Distribution. Aiuto Regia: Gianni Amadei, Roberto Farina. Assistenti alla Regia: Tommaso Avati, Laura Corti, Pierluca Di Pasquale, Charlie Owens, Veronica Sedda. Operatori alla Macchina: Roberto De Nigris, Stefano Paradiso. Operatore Steadycam: Diego Allegro. Fotografia Seconda Unità: Cesare Bastelli. Fotografo di Scena: Anthony G. Stringer. Negativi: Kodak. Laboratorio Sviluppo e Stampa: Cinecittà. Girato: Technovision. Edizione: Fono Roma Film Recording. Mixage: Alberto Doni. Brani Orchestrali: Teatro Manzoni Bologna. Orchestra: Orchestra Sinfonica Teatro Comunale Bologna. Tromba Solista Classica: Andrea Dell’Ira. Tromba Solista Jazz: Fabio Boltro. Direzione Orchestra: Riz Ortolani. Esecuzione Brani Joy Spring Quintet: Flavio Boltro (tromba), Daniele Scannapieco (sax), Danilo Rea (pianoforte), Giovanni Tommaso (contrabbasso), Massimo Manzi (batteria). Esecuzione Brani Quintetto Californiano: Javier Girotto (sax baritono), Dino Piana (trombone), Giovanni Tommaso (contrabbasso), Luca Mannutza (pianoforte), Roberto Gatto (batteria). Organizzazione Musicale: Saint Louis Music Center. Interventi Musicali Live: Francesca Sortino e il suo gruppo, The Lucien Dubuis Old School Quartet. Edizioni Musicali. CTC Creative Team Company srl. Mixage Musiche: Goffredo Gibellini. Musiche: Ma quando arrivano le ragazze? (Riz Ortolani), Concerto per tromba e orchestra in Mi Bem. Magg S49/w.01 (Johann Nepomuk Hummel), La terra dei cachi (Belisari, Civaschi, Conforti, Fasani), Bleu (Lucien Dubuis), Kiss Me…- Ba… ba… Baciami piccina (Astore, Morbelli, De Luca, Piccino). Interni: Teatro Comunale di Bologna, Teatri di posa di Cinecittà. Esterni: Perugia, Bologna, Roma, Ostia Lido. Genere: Sentimentale. Durata: 106’. Interpreti: Claudio Santamaria, Vittoria Puccini, Paolo Briguglia, Johnny Dorelli, Augusto Fornari, Enrico Salimbeni, Alessio Modica, Selvaggia Quattrini, Manuela Morabito, Chiara Tortorella, Chiara Sani, Giada Prandi, Veronica Milaneschi, Gianni Fantoni, Roberta Garzia, Paolo Fiorino, Gabriele Marconi, Alberto Caneva, Vincenzo Monti, Andrea Porti, Eliana Miglio, Adolfo Adamo, Renato Ansaldo, Catia Assirelli, Enrico Ausano, Antonio Barillari, Mélanie Berton, Giorgia Bramati, Martina Ciminelli, Annalisa Cipolat Mis, Clara Costanzo, Cesare Cremonini, Mauro Cremonini, Fabio De Cesari, Azzurra de Lollis, Nicola Egidio, Federico Fazioli, Stefano Fregni, Francesco Gabriele, Giambattista Gioia, Francesca Grande, Maria Cristina Heller, Guglielmo Liuzza, Matteo Mancini, Simone Merini, Giuliana Nanni, Dodo Oltrecolli, A. Orfeo C., Stefania Podagrosi, Francesco Patriarca, Beppe Maria Romano, Fabio Roscillo, Franco Valeriano Solfiti, Fabio Massimo Testa, Alice Turchetta, Danilo Maria Valli, Catherine Zago, Ramona Zoppi, Gennaro Barba, Vittorio Barbagiovanni, Veronica Barbatano, Danila Benevento, Lorenza Benevento, Francesca Benevento, Francesca Borghesi, Claudia Campagnola, Francesco Colombati, Freddy Copertone, Simone Gasperoni, Stefano Guadagnoli, Gal S. Hirsch, Massimiliano La Spina, Luca Labarile, Remedios Malanay Sibal, Gianmarco Manfregola, Alessandro Morabito, Austenciano Miranda, Carlotta A. Moricci, Patrick Okechukwu, Simona Pecchioni, Pasquale Romano, Gianluca Roncato, Lucia Stara, French Edward Thompson. Pupi Avati torna a scrivere una piccola storia di amicizia, amore e jazz, calcando territori ben conosciuti, racconta la passione della sua giovinezza ambientandola in tempi moderni e costruisce un film ricco di sentimento e nostalgia. In breve la trama. Il sassofonista Gianluca (Briguglia) è stato allevato dal padre (Dorelli) – un jazzista fallito – nel sogno del successo, per diventare un grande musicista, proprio quello che al genitore non è riuscito. Siamo nel 1994, a Umbria Jazz. Gianluca incontra il trombettista Nick (Santamaria) e tra loro nasce un’amicizia intensa, che va ben oltre la passione per le ragazze, un legame solido che accompagna la loro giovinezza. Gianluca e Nick compongono un quintetto jazz insieme a tre amici originali come un astronomo che gira con un’auto senza portiera e due tipi assurdi, persino maneschi, con cui finiscono per legare dopo un inizio burrascoso. Ben presto tutti si rendono conto che l’unico ad avere talento è Nick, cosa che mette in crisi Gianluca che decide di abbandonare il sogno della musica, con grande delusione del padre. Sottotrama importante l’amore di Nick per la sorella di Gianluca, che partorisce un figlio, ma poi il rapporto finisce e la storia mette in crisi anche l’amicizia tra i due ragazzi. Gianluca conquista l’amore della sua vita, Francesca (Puccini), ma è una relazione strana, perché la ragazza pensa ancora a un vecchio amore finito e sembra non amare il nuovo compagno. A un certo punto il loro rapporto potrebbe esaurirsi per colpa di un duplice tradimento, con il ritorno di Nick nella loro vita, ma nonostante tutto si va avanti, nella mediocrità che spesso fa parte dell’esistenza. Il film è narrato come un lungo flashback contenuto in due parentesi che vedono Gianluca e Francesca assistere al concerto di Nick che si conclude con un pezzo scritto da Gianluca ai tempi del quintetto: Ma quando arrivano le ragazze?. Nostalgia, rimpianto, visione del tempo che non tornerà fanno sgorgare lacrime sul volto di Gianluca. E anche Francesca si abbandona al pianto. La giovinezza è ormai finita…

Tutto Avati, Gordiano Lupi, Michele Bergantin, Il foglio. Balsamus, l’uomo di Satana, Thomas e gli indemoniati, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, Bordella, La casa delle finestre che ridono, Tutto defunti… tranne i morti, Le strelle nel fosso, Aiutami a sognare, Zeder, Una gita scolastica, Noi tre, Impiegati, Festa di laurea, Regalo di Natale, Ultimo minuto, Sposi, Storia di ragazzi e di ragazze, Fratelli e sorelle, Bix, Magnificat, Dichiarazioni d’amore, L’amico d’infanzia, L’arcano incantatore, Festival, Il testimone dello sposo, La via degli angeli, I cavalieri che fecero l’impresa, Il cuore altrove, La rivincita di Natale, Ma quando arrivano le ragazze?, La seconda notte di nozze, La cena per farli conoscere, Il nascondiglio, Il papà di Giovanna, Gli amici del bar Margherita, Il figlio più piccolo, Una sconfinata giovinezza, Il cuore grande delle ragazze, Un ragazzo d’oro: e queste sono solo quelle cinematografiche, con le regie televisive l’elenco si fa ancora più ampio. Pupi Avati è uno dei grandi protagonisti della storia cinematografica del nostro paese: i due autori del volume ne analizzano e riportano i pensieri, le parole, le opere, la poetica, la Weltanschauung, senza lesinare in alcun modo in dettagli. Un’opera significativa, chiara, divulgativa. Da leggere.

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“Piombino con gusto”

515EqTwIB-L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non giocano più con tappini e buchette, i ragazzi di via Gaeta. Non si svegliano al rumore del lattoniere che percuote lamiere e speranze. Non odono la fiamma ossidrica del fabbro e non vanno più a comprare il pane dal Bonanni, i ragazzi di via Gaeta. Non vanno a messa la domenica da Don Claudio con la scusa del biliardino e del cinema parrocchiale. Non comprano più formaggio Bel paese al deposito Galbani di via Pisacane, i ragazzi di via Gaeta. E non bevono caffè al Bar Stadio dove Galliano ha smesso di narrare un passato da centravanti esiliato sui campi sterrati dell’Isola d’Elba. Non frequentano più l’asilo Spranger, con le suore vestite di nero, i ragazzi di via Gaeta. Non sentono più profumo di carbone dall’altoforno, non osservano finti tramonti e gabbiani come aeroplani da abbattere con fucili costruiti da canne divelte. Non comprano più sigarette di contrabbando in un albergo di via Pisacane, neppure pacchetti di Nazionali senza filtro nella tabaccheria che resiste, tra corso Italia e ricordi. Non sfogliano albi a fumetti alla Rinascita, sognando di comprarli tutti quando saranno ricchi, mentre un padrone dalla faccia lunare sorride e conosce la storia perché fa parte dei ricordi. Non fanno più colazione con le bocche di leone, i ragazzi di via Gaeta, non vanno a sbucciarsi i ginocchi in piazza Dante rincorrendo un Super Tele comprato al mercato. Non aspettano Ponzo e il profumo dei bomboloni all’uscita di scuola, i ragazzi di via Gaeta, non vedono Pino il cenciaio passare col barroccio e gridare con voce roca, non attendono l’arrotino o il materassaio. Sono tutti perduti, i ragazzi di via Gaeta, sparpagliati per le strade del mondo, anche se non è più il loro mondo, ma devono viverlo. Un giorno torneranno, i ragazzi di via Gaeta, abbracciandosi in un sogno, un giorno cavalcheranno i ricordi. Sarà tutto diverso, niente avrà il sapore del passato, neppure un cortile annerito e una rampa di scale percorsa nel pensiero, neanche il fantasma d’un nonno cantastorie, neppure un gelato evanescente comprato dal Pellegrini. Tutto profumerà di rimpianto.

Piombino con gusto – Ricette e ricordi, Gordiano Lupi, Patrice Avella, Il foglio. Siamo quello che mangiamo, perché da ciò che ingeriamo traiamo nutrimento e forza per vivere. Ma il cibo è anche cultura, perché rappresenta l’identità di luoghi e comunità, è un linguaggio, un simbolo, una presa di coscienza, una sintesi del reale, una sua rappresentazione, un momento di aggregazione, qualcosa che costituisce l’immaginario collettivo, una rete fatta di nodi, contatti, legami, connessioni, ricordi. E non serve scomodare l’immarcescibile e sublime Proust con i suoi biscottini dal potere taumaturgico e salvifico né tantomeno le leopardiane rimembranze, o addirittura Platone, per cui conoscere, in ossequio alla maieutica del suo straordinario maestro che, bontà sua, sapeva di non sapere e infatti sapeva più di tutti, è senza dubbio rammentare: Piombino con gusto è prima di tutto un sapidissimo viaggio dell’anima. Da non perdere assolutamente.

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“Il cane volante e l’omino stellare”

51xlJ19HIHL._SX353_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’era una volta un fornaio che soffriva di un maledetto prurito…

Il cane volante e l’omino stellare – Racconti & filastrocche, Laura Lupi, Edizioni Il Foglio. La fiaba è per definizione una narrazione che, connotata peculiarmente dall’elemento fantastico e magico, nasce propriamente nell’ambito della tradizione popolare ed è caratterizzata da racconti non particolarmente lunghi e per lo più imperniati su avvenimenti e personaggi come fate, giganti, orchi, mostri – persino nel senso etimologico del termine – che si ritrovano coinvolti in storie la cui principale valenza è di tipo etico-morale. Diversa è la favola, che invece scaturisce da un realismo molto più immediato, e altra cosa ancora è la filastrocca: tutti questi testi, però, hanno in comune l’elemento didascalico, rivolto soprattutto ai più piccoli, e in generale a chi, attraverso l’uso del simbolo, può meglio comprendere e fare propri concetti anche complessi. Laura Lupi scrive testi divertenti, ironici, lievi, intelligenti, brillanti, non superficiali né banali, godibili a qualunque età.

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“L’Avana, amore mio”

Taccuinodi Gabriele Ottaviani

A Cojimar resta il monumento sul lungomare, davanti alla casa cadente e a un piccolo porto, ma non vi attendete qualcosa di imponente, un tributo sfarzoso per lo scrittore che ha immortalato Cuba e il suo mare. Niente di tutto questo. Il monumento a Hemingway lo hanno fatto i pescatori del posto ed è una cosa molto semplice, un tempietto neoclassico circondato da colonne doriche che contiene un busto in marmo dello scrittore sostenuto da una colonna in travertino. Cojimar è ancora un borgo di pescatori, un villaggio fuori dal tempo alla periferia dell’Avana, come quando Hemingway raggiungeva il vecchio molo e attraccava il Pilar. A Cojimar lo scrittore ambienta Il vecchio e il mare ed è sempre qui che girano il film con Spencer Tracy che, scena dopo scena, vince la sua battaglia contro un gigantesco marlin. Hemingway ama Cuba con tutto il cuore, sente il richiamo del mare tropicale dalla sua abitazione nel Montana, compra casa a Key West, il punto della Florida più vicino all’Avana e da qui prende il largo in direzione di Cuba per dedicarsi alla pesca di altura. Si ferma nella capitale per qualche notte, dorme all’Hotel Ambos Mundos, in pieno centro, dove riposa dopo una giornata di pesca e resta ammaliato dalla notte cubana. Ancora oggi nella sua camera 511 dell’Ambos Mundos, meraviglioso edificio neoclassico color salmone, tenuta come un museo, campeggia la sua macchina da scrivere e una bottiglia vuota di wisky, ricordo di solenni sbronze. Per chi suona la campana prende forma di romanzo proprio in quella stanza dove lo scrittore fa colazione con latte freddo, una fetta di torta e acqua vichy. Hemingway si affaccia dalla terrazza della camera e si lascia conquistare dal panorama stupendo della vecchia Avana, passeggia lungo il Prado e la via Obispo, si sente inebriato da quelle atmosfere tropicali così pigre e viziose, dai bar e dai caffè aperti tutta la notte.

L’Avana, amore mio – Taccuino avanero e storie cubane, Gordiano Lupi, Il foglio. Terra di esuli e di esili, terra da cui partire, fuggire, scappare, terra in cui arrivare, per vedere, conoscere, viaggiare, capire, terra di musica, mare, sole, sigari, rum, candide spiagge e tante passioni. È un’isola dei Caraibi che intrecciata a filo doppio con la chioma ondeggiante al vento delle palme ha la sua stessa leggenda, che parla di rivoluzione e aneliti di mancata libertà, eroi e filibustieri, canzoni tristi e note ridenti, guerra e pace, occidente e oriente, comunismo e capitale: è Cuba, e L’Avana è la sua capitale. Partendo da Alejo Carpentier, ma non solo, Gordiano Lupi costruisce un’antologia di racconti, citazioni e suggestioni che riproducono in ogni tono di colore il sentire di quel mondo, di quella gente, di quell’isola. Un atto d’amore, che intriga e appassiona.

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“Miracolo a Piombino”

miracoloapiombinodi Gabriele Ottaviani

Robert non voleva più rischiare brutte sorprese, era preferibile il silenzio nel suo viaggio di scoperta. Contava soltanto osservare, cercare di capire, assaporare sapori e profumi di rocce perdute nel mare, non avvicinare i suoi simili, un pericolo peggiore degli esseri umani. La vista dell’uomo gli faceva tornare alla memoria la morte della madre, anche se era piccolo e non sapeva ancora volare bene. Un ricordo doloroso per capire quanto fosse sbagliato fidarsi degli esseri eretti in capaci di volare dalle rupi. Uccidevano per gioco, per noia, quasi mai per fame o per necessità, a volte solo per dimostrare che erano capaci di colpire un bersaglio a distanze incredibili. Non ci si poteva fidare dell’uomo, essere irrazionale e imprevedibile. Il padre gli aveva insegnato a temerlo, ma lui stesso aveva visto e ricordava il terrore negli occhi del genitore come in un tragico flashback.  “Noi gabbiani siamo più tranquilli degli altri volatili. La nostra carne non piace agli uomini, per fortuna. Ma spesso il cacciatore incapace di scovare una preda mira su di noi, per gioco, per sfidare un amico…”, ammoniva il padre.

[…]

L’anima di Marco brancolava in un gran deserto di luce come un cieco sull’orlo dell’abisso. Era sgomento come un pilota che, ferito alle mani, sia costretto a lasciare il volante e senta l’apparecchio avvolgersi nelle fiamme. La vita della sua anima non era più vita. Le nubi fuggivano in alto, la terra gli correva incontro vertiginosamente, verde e vuota. Tutta la sua vita era ebbra di luce e di dolore. Era in preda alla follia, proprio quel che non avrebbe voluto. Era insensibile come un idiota. Credeva di aver ricevuto un colpo di maglio in fronte, un gran colpo di maglio simile al primo che, nel mattatoio, ricevono le bestie che stanno per morire. Che fine aveva fatto la sua volontà? La sua mente era in preda a strani ronzii, i suoi nervi erano sopiti. Nonostante tutto Marco non accettava quel destino infelice. Non voleva essere figlio della notte e coltivare il vizio assurdo della solitudine. Non voleva passare tra gli uomini ed essere l’assente. Non voleva arrivare al punto di odiare se stesso per dover rinascere. Figlio della notte, vele sui mari, pennacchi di fumo di ciminiere sugli oceani, non solo nella sua città di mare, carrozzoni di treni sulle campagne verdi, case straniere, volti stranieri. No, non voleva cadere nel baratro della follia. La sua vita non sarebbe stata la vita dell’assente.

Gordiano Lupi, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano, Historica. Spesso e volentieri, benché possa suonare incredibile a dirsi, ma forse in realtà ognuno di noi, nel suo piccolo, ha vissuto a suo modo questa esperienza, è più facile confidarsi con qualcuno che non si conosce anziché con un amico, o comunque con una persona con la quale si ha un rapporto diretto, intessuto nella quotidianità. Perché non si sono ancora, e probabilmente non accadrà mai, venute a creare quelle dinamiche che costituiscono i riti, i legami, gli affetti, le nostre imprescindibili tessere del mosaico della vita, ciò che ci fa essere quello che siamo, che non ci fa sentire soli, che ci fa stare bene, insieme agli altri, nel mondo che ognuno di noi cerca di creare, il più felice possibile per sé e per chi ama. Ancora più semplice, forse, è confidarsi con chi non può affatto rispondere. Quantomeno, non a parole, anche se creatura senziente, e quindi proprio per questo dotata di una sua intimità, di un suo linguaggio. Fiabesco e concreto, lirico, simbolico e pieno di suggestioni, parla di adolescenza, anche in paesi poveri e lontani, senza retorica. Marco si confida con i gabbiani, liberi e bianchi, ma anche i volatili hanno un’insita necessità di esprimersi. Corredato dalle bellissime foto di Riccardo Marchionni, è una piacevole e sensibile lettura.

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