Libri

“L’ultima parola”

3510917-9788817085946di Gabriele Ottaviani

La televisione si rivela un salvagente per molti sceneggiatori in lista nera. È un nuovo mezzo espressivo, ingordo di materiale ma ancora incapace di pagare abbastanza da attirare i migliori sceneggiatori hollywoodiani.

Forse non il migliore, di certo il più veloce. Così diceva di sé Dalton Trumbo, in realtà altro che solo rapido come sceneggiatore, un vero e proprio fenomeno. Lui e tutti i suoi pseudonimi, obbligo per lavorare quando le major lo consideravano pressappoco una sorta di Satana più cattivo: una volta scrive anche un racconto bellissimo, che gli frutta pure un assegno di ottocentocinquanta dollari, firmandosi col nome di sua moglie… Un punto di riferimento, un professionista serissimo, un modello, una persona umile, rigorosa, uno che nella vita, con i fatti, ha dato prova che non esiste nulla di più importante della dignità. Un uomo amato che ha amato, il marito di una donna, Cleo, semplicemente straordinaria da ogni punto di vista, un ragazzo che ha lavorato per otto anni in un panificio per mantenersi perché il padre era gravemente malato, e all’epoca ancora non c’era la cura – l’estratto di fegato – per il morbo che ha ucciso lui come altri suoi familiari, ovvero l’anemia perniciosa, un simbolo in carne e ossa di valori e onestà che ha saputo essere capofamiglia sin da adolescente e ha dovuto farsi contrabbandiere di whiskey per sopravvivere, il figlio di una cristiana scientista repubblicana, da sempre, come tutta la famiglia, appassionata di politica, che però nel millenovecentosessanta vota per JFK perché mai e poi mai avrebbe potuto far andare alla Casa Bianca Nixon, uno di quelli della commissione che se l’era presa con suo figlio, con cui non va d’accordo, ma c’è reciproco rispetto, e si vogliono un gran bene. Tutto questo e molto altro ancora: L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, di Bruce Cook, edito da Rizzoli e tradotto da Mauricio Dupuis e Cecilia Martini, è il libro che ha ispirato il film omonimo, e, come la pellicola, è da non perdere. Perché è un formidabile ritratto di un uomo, di un tempo, di un mondo di cui, forse, si è perso lo stampo, descritto col ritmo avvincente di una pellicola riuscita. Una sceneggiata proprio da lui, magari. Da non perdere.

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Cinema

“L’ultima parola”

still-05di Gabriele Ottaviani

Solido. Compiuto. Rigoroso. Forse gli manca un po’ il guizzo, quella punta di cattiveria in più, ma è un buon film. Se fosse nato per la tv non avrebbe mancato un Emmy. Scritto bene. D’altronde, sarebbe stato tragicamente ironico se fosse avvenuto il contrario, trattandosi di una biografia – non agiografica, grazie a Dio, ma poderosa e potente – di quello che forse è il migliore degli autori del cinema hollywoodiano nella sua stagione più gloriosa. Uno che ha tolto l’Oscar – e non ne ha vinto uno solo – con pieno merito tra gli altri a Zavattini e Sartre, non so se mi spiego. Dalton Trumbo. Quello di E Johnny prese il fucile. Attivista. Comunista. Tacciato di essere un traditore, un nemico, una minaccia per l’American way of life ai tempi del maccartismo. Come possa essere un terrorista o una spia al soldo di Mosca uno che scrive Vacanze romane non è dato sapere, ma vabbè… Per quanto la Bocca della Verità metta sempre una gran paura… Uno contro cui fu fatta letteralmente la caccia alle streghe (magnifica e dolorosissima, umiliante in modo bieco, la sequenza della perquisizione corporale in cella). Difeso, lui e i suoi sodali, da pochi. Lauren Bacall. Humphrey Bogart. D’altronde, uno che a Casablanca sullo schermo ha rinunciato a Ingrid Bergman per il bene della Resistenza – You must remeber this, a kiss is just a kiss… – può essere meno che un mito nella vita vera? Kirk Douglas (ben incarnato nella pellicola da Dean O’Gorman – Le sorelle McLeod, Lo Hobbit), che volle strenuamente che ci fosse la sua firma, e non uno dei vari pseudonimi che fu costretto a usare, sulla sceneggiatura di quel capolavoro che è Spartacus, con la scena da sempre in testa alla classifica delle più commoventi mai apparse sul grande schermo, quando tutti si accusano, tutti dicono di essere lo schiavo che ruppe le catene. Lo sanno che finiranno appesi lungo l’Appia, ma se cercate dignità in svendita andate altrove, diamine! Osteggiato da molti. John Wayne (qui David James Elliott), anticomunista per definizione. Hedda Hopper (Helen Mirren: ottima, ma il ruolo non è tale da ritenerla una non protagonista da candidatura a un qualche premio, siamo onesti, al netto del coraggio dimostrato nell’indossare certi cappelli che neanche, guarda un po’, la regina Elisabetta), la versione carogna, sia detto senza offesa, di Elsa Maxwell. Ginger Rogers. E dire che le aveva scritto un ruolo da Oscar. Ma, si sa, la gratitudine non è di questo mondo. Tutti quelli che avevano interesse a continuare a lavorare. Desiderio legittimo, per carità, ma far finta di non conoscere uno al cui desco hai mangiato fino al giorno prima solo perché è caduto in disgrazia senza colpa né peccato non fa di te una bella persona. Anzi. Tutt’altro. Splendide le ambientazioni, ottimi gli interpreti. Bryan Cranston (Breaking Bad, Malcolm, Argo) è formidabile, così come funzionano Louis C. K., Elle Fanning, John Goodman, Michael Stuhlbarg. Resta solo un rammarico. Perché prendere un’attrice magnifica come Diane Lane, affidarle il compito di incarnare la meravigliosa Cleo, la moglie di Trumbo, una donna con un cuore, un’intelligenza e un’integrità tali che si sarebbe dovuto clonarla quand’era ancora in vita e fare in modo che tutti noi la prendessimo a modello, e non scriverle il ruolo. È perfetta, ma non fa nulla. Sta. Per due ore. Si confonde col damasco dei tendaggi. Sorride a tempo. Si commuove a tempo. Ringrazia educatamente a tempo. E basta. A parte dire al marito d’un tratto che sta lavorando troppo – lo fa persino in vasca da bagno, il che lo mette al riparo anche dagli incendi, circondato di fogli, whisky e sigarette, e nessuno lo può disturbare… Magari fosse vero, cantava in Tutt’al più Patty Pravo… – e che ciò gli farà male, e che rischia per questo di perdere lei e i suoi figli, non le fanno fare nulla. Anzi, no. A un certo momento fa esercizio di giocoleria con dei pregiati e fragili bicchieri. Tre. Che colma di continuo di acqua benedetta, evidentemente, visto che è sempre più giovane e bella… Peccato… L’ultima parola (e no, non è il talk show di Gianluigi Paragone) – La vera storia di Dalton Trumbo (tratta da un romanzo di Bruce Cook, e prodotta con la consulenza della figlia Nikola): da non perdere. Per nessuna ragione. Perché la libertà non ha prezzo.

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