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“Il giallo di via Poma”

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Se è lui, date le dimensioni del piede, dovrebbe essere un uomo piuttosto alto, almeno uno e ottanta, il che è già un indizio, però… Però qualcosa non lo convince. Destrieri rivede alla moviola il film che ha girato mentalmente fin dai primi sopralluoghi dopo l’omicidio. L’assassino uccide Carla, apre la porta, probabilmente sbircia sul pianerottolo per assicurarsi che non ci sia nessuno sulle scale. Via libera, il palazzo è deserto. È il momento della fuga. Il più rischioso. Il killer ha fretta e paura. Ha cercato di pulire il sangue ma sa che dovrà tornare per completare il lavoro. Sottobraccio o in una borsa, i fuseaux insanguinati e il top della ragazza e, di sicuro, il suo piano è quello di far sparire il cadavere in un secondo momento, magari di notte. Ha le chiavi del portone, attaccate al mazzo che ha sottratto a Carla, oltre a quella dell’ufficio e deve stare attentissimo a non farsi vedere da qualcuno. Ammesso che l’assassino non sia il portiere, il che spiegherebbe tutto. Ma Destrieri sa che su Paolo Vannucci il suo team investigativo sta lavorando al meglio e, da rigoroso poliziotto qual è, deve prendere in considerazione anche una pista alternativa…

Il giallo di via Poma, Massimo Lugli, Antonio Del Greco, Newton Compton. Chi c’era se lo ricorda, quel caldo giorno d’estate di tanti anni fa: a Roma una ragazza viene uccisa. Di fatto si trova da sola col suo assassino in un palazzo di un elegante quartiere fatto di uffici che, ben prima che il cosiddetto lavoro da casa, che sovente di agile non ha proprio alcunché, diventasse una necessità e forse finanche una moda, la spinta ineluttabile a una modernità, troppo spesso osteggiata per interesse a conservare con qualunque mezzuccio miserrimi e niente affatto lungimiranti privilegi corporativi, che sta affossando ancora più della pandemia le attività commerciali nei pressi dei ministeri che garantivano sostentamento a migliaia di famiglie, erano comunque spopolati in quel periodo dell’anno dall’aria quasi mistica che è l’agosto metropolitano delle mogli in vacanza, per citare una celeberrima pellicola: Simonetta Cesaroni è il nome di una vittima che ognuno rimembra con pena, la protagonista di un mistero torbido, insanguinato, terribile, ancora pieno di zone d’ombra e privo di giustizia. Con la consueta abilità gli autori ritraggono lo Zeitgeist, e prendono le mosse dal particolare per raggiungere l’universale: da non perdere. Per conoscere, riflettere, capire.

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“Una mente superiore”

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«Che non sia più mio marito? Infatti. Ci siamo separati tre anni fa, ma le cose andavano male da tempo. Ed ecco qui il secondo periodo, decisamente meno fantastico rispetto al primo.» Francesca bevve un sorso di caffè, posò la tazzina e guardò Grilli con intensità. «E a te, Mauro? Cos’è successo? Come mai un vicequestore di Milano viene retrocesso e trasferito in una città in mezzo all’Emilia?» La sensazione di paura divenne angoscia. Grilli poteva sentire i battiti del suo cuore pompare nelle vene del collo e delle tempie. Deglutì a fatica e non riuscì a reggere lo sguardo della donna. Spense la sigaretta nel posacenere e parlò tra i denti con un filo di voce. «Ho commesso un errore. Un errore molto grave.» Era facile da immaginare. Anche Francesca, essendo una poliziotta, sapeva bene come funzionavano le gerarchie tra le forze dell’ordine; una retrocessione era una macchia grave, su un curriculum egregio come quello di Grilli. Con tono dolce cercò di scavare più a fondo. «Ti va di parlarmene?» Sì, pensò. «No!» disse. Ma si rese conto immediatamente di aver sbagliato il modo, corresse il timbro di voce: «Meglio di no. E adesso credo che sia meglio se torniamo al lavoro, abbiamo un caso da risolvere.»

Una mente superiore, Davide Lugli, Clown Bianco. Sono passati dieci anni, ma, come dice la canzone, certe volte viene da pensare che se ci si trovasse davanti chi un giorno ha detto che il tempo è un gran dottore si rischierebbe davvero di compiere uno sproposito legandolo a un sasso stretto stretto e buttandolo giù in fondo al mare: perché certi dolori non passano per niente con l’erodersi delle stagioni, anzi. La vita e la carriera del commissario Grilli sono una ferita che sanguina implacabilmente, e che si riapre di continuo: in quest’occasione, poi, con le morti violentissime di tre giovani in apparenza senza nulla in comune, se non la mano che li ha uccisi, e che beffardamente sfida la polizia lasciando indizi in merito a chi sarà la vittima successiva, la pena è più viva che mai… Classificatosi terzo due anni fa con quest’opera al concorso per inediti GialloLuna NeroNotte, Lugli scrive un romanzo di pregevolissima fattura. Un vero regalo per tutti gli appassionati.

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“Il giallo Pasolini”

il-giallo-pasolini-il-romanzo-di-un-delitto-italiano-.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Allora io sono decisamente guarito». Nino Marazzita sfoderò il suo miglior sorriso carico di simpatia. Sorrisi anch’io: il colloquio era iniziato nel migliore dei modi e quell’avvocato quarantenne che esercitava da dieci anni la professione ad altissimo livello ed era popolarissimo tra i giornalisti m’aveva conquistato fin dalla prima stretta di mano. Indossava un completo ministeriale blu, molto elegante, con la camicia slacciata e la cravatta allentata, parlava con un leggerissimo accento calabrese (che secondo me accentuava per vezzo) e aveva bandito ogni formalità ma, soprattutto, non m’aveva fatto domande sul perché fossi comparso all’improvviso sulla scena di un’inchiesta giudiziaria di cui non mi ero mai occupato prima e su cui non aveva letto nemmeno un pezzo a mia firma. Se pure aveva capito che si trattava di un’indagine personale e non autorizzata dal giornale, aveva avuto la delicatezza di non fare domande imbarazzanti in proposito. La segretaria, che non era affatto sorda e nemmeno troppo gnocca, lasciò due caffè e scomparve. Tirai fuori il pacchetto di sigarette ma mi trattenni. «Scusa, ti dà fastidio?» «Figurati… Io ho smesso due anni fa». «Allora meglio che non fumi, non ti vorrei indurre in tentazione…». «…Ma liberaci dal male. Fuma pure, Marco, ci sono abituato». Rimisi in tasca il pacchetto e aprii il taccuino. «Allora, come posso esserti utile?». Marazzita congiunse le mani e si protese verso di me. Nonostante tutta la sua cortesia meridionale, aveva uno sguardo laser. «Be’, vedi, ho studiato tutto quello che ho potuto sull’omicidio di Pasolini e mi sembra che ci siano parecchie incongruenze. Volevo parlarne con te, capire se sono io che mi sbaglio o in effetti c’è qualcosa che non quadra», esordii con cautela. «Incongruenze? Sì, possiamo definirle anche così. Secondo me sono assurdità… Partiamo dall’inizio, se non ti dispiace». «Sono qui per questo». «Bene. Pino Pelosi dice di non aver riconosciuto Pasolini, personaggio notissimo in tutta Italia e soprattutto a Roma e frequentatore abituale dei prostituti che gravitano attorno alla stazione, mi segui?» «Certo». «Ma due suoi amici, che erano con lui quella sera, hanno raccontato di aver chiacchierato per un po’ con Pasolini. Uno gli ha addirittura chiesto una parte nel suo prossimo film. E Pino la rana era proprio lì, assieme a loro. Non basta: quando l’hanno portato al carcere minorile ha detto a un altro detenuto: ho ammazzato Pasolini. Tutto a verbale». Picchiettò con le nocche l’enorme faldone che aveva sulla scrivania e per un attimo lo immaginai davanti a un tribunale o una corte d’assise, molto teatrale nella toga nera svolazzante che pronunciava un’arringa studiata davanti allo specchio come un attore. Sapevo che diversi penalisti facevano così e che qualcuno aveva addirittura preso lezioni di recitazione. «Questo però, significa poco», obiettai. «Pelosi può mentire solo per alleggerire la sua posizione, questo non dimostra affatto che non fosse solo». «Giustissimo, Marco. Ma è una prima, evidente, bugia, una delle tante. Andiamo avanti: i due arrivano all’Idroscalo (e sorvoliamo sul perché scegliere un posto del genere per un incontro di sesso veloce, altrimenti facciamo notte) e Pasolini pratica una fellatio incompleta a Pelosi. Insomma, gli fa un pompino». «Grazie per la traduzione…». Sorrise ancora. «Scusa, Marco, è che alle volte mi accorgo di parlare come un medico legale o un appuntato dei carabinieri, deformazione professionale… Subito dopo Pino la rana scende dalla macchina per guardarsi intorno. Ma cosa deve guardare se è buio pesto e c’è solo una rete metallica a pochi metri di distanza?» «Magari voleva fare la pipì». «Possibile, ma non è questo che ha raccontato alla polizia. Pasolini lo segue, lasciando in macchina gli occhiali da cui, come dice chiunque lo conosceva, non si separava mai, visto che ci vedeva poco. Altra stranezza, no?» «Certamente», concordai. Avevo già riempito tre pagine di appunti. Ma queste cose non le sapevano anche i miei colleghi giudiziari? Sicuramente sì e allora perché non le avevano scritte? «Andiamo avanti: in quel momento scatta l’aggressione. Secondo Pelosi, Pasolini voleva costringerlo a un rapporto passivo e, al suo rifiuto, avrebbe perso la testa. Pino la rana dice che aveva gli occhi da pazzo, che gli è saltato addosso e che lui, per difendersi, gli ha sferrato un calcio ai testicoli. A questo punto Pasolini si rialza e inizia la lotta. Pino Pelosi lo colpisce con la famosa tavoletta di legno, quasi fradicia e con un bastone, lo tramortisce, corre verso l’Alfa GT, sale a bordo, fugge e travolge il corpo dello scrittore senza accorgersene. Questa è la sua versione che, per adesso, nessuno contesta a parte noi. Ci sei?» «Sì, mi sembra tutto molto improbabile. A quanto ne so, Pasolini era uno sportivo, aveva fatto judo, giocava a calcio e sicuramente era in grado di difendersi da un ragazzino come quello…», risposi convinto. «E adesso veniamo alla parte più assurda», scartabellò velocemente tra fogli ed estrasse il referto dell’autopsia…

Il giallo Pasolini – Il romanzo di un delitto italiano – Un’indagine mozzafiato su un caso ancora da chiarire, Massimo Lugli, Newton Compton. Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più. / Ecco nel calore incantato / della notte che piena quaggiù / tra le curve del fiume e le sopite / visioni della città sparsa di luci, / scheggia ancora di mille vite, / disamore, mistero, e miseria / dei sensi, mi rendono nemiche / le forme del mondo, che fino a ieri / erano la mia ragione d’esistere. / Annoiato, stanco, rincaso, per neri / piazzali di mercati, tristi / strade intorno al porto fluviale, / tra le baracche e i magazzini misti / agli ultimi prati. Lì mortale / è il silenzio: ma giù, a viale Marconi, / alla stazione di Trastevere, / appare / ancora dolce la sera. Ai loro rioni, / alle loro borgate, tornano su motori / leggeri – in tuta o coi calzoni / di lavoro, ma spinti da un festivo ardore / i giovani, coi compagni sui sellini, / ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori / chiacchierano in piedi con voci / alte nella notte, qua e là, ai tavolini / dei locali ancora lucenti e semivuoti. / Stupenda e misera città, / che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci / gli uomini imparano bambini, / le piccole cose in cui la grandezza / della vita in pace si scopre, come / andare duri e pronti nella ressa / delle strade, rivolgersi a un altro uomo / senza tremare, non vergognarsi / di guardare il denaro contato / con pigre dita dal fattorino / che suda contro le facciate in corsa / in un colore eterno d’estate; / a difendermi, a offendere, ad avere / il mondo davanti agli occhi e non / soltanto in cuore, a capire / che pochi conoscono le passioni / in cui io sono vissuto: / che non mi sono fraterni, eppure sono / fratelli proprio nell’avere / passioni di uomini / che allegri, inconsci, interi / vivono di esperienze / ignote a me. Stupenda e misera / città che mi hai fatto fare / esperienza di quella vita / ignota: fino a farmi scoprire / ciò che, in ognuno, era il mondo. / Una luna morente nel silenzio, / che di lei vive, sbianca tra violenti / ardori, che miseramente sulla terra / muta di vita, coi bei viali, le vecchie / viuzze, senza dar luce abbagliano / e, in tutto il mondo, le riflette / lassù, un po’ di calda nuvolaglia. / È la notte più bella dell’estate. / Trastevere, in un odore di paglia / di vecchie stalle, di svuotate osterie, non dorme ancora. / Gli angoli bui, le pareti placide / risuonano d’incantati rumori. / Uomini e ragazzi se ne tornano a casa / – sotto festoni di luci ormai sole – / verso i loro vicoli, che intasano / buio e immondizia, con quel passo blando / da cui più l’anima era invasa / quando veramente amavo, quando / veramente volevo capire. / E, come allora, scompaiono cantando. Così scriveva in una delle sue pagine più belle uno dei più grandi e calunniati, ancora adesso, a quasi mezzo secolo dalla morte, intellettuali d’Italia e non solo, Pier Paolo Pasolini, omosessuale in un mondo omofobo, il cui cadavere martoriato la mattina del giorno dei morti del millenovecentosettantacinque viene ritrovato fra le baracche dell’idroscalo di Ostia. Marco Corvino, giovane praticante di Paese Sera, storico e prestigioso quotidiano di sinistra, grande ammiratore dello scrittore, è sconvolto dalla notizia. Vorrebbe occuparsi del caso, ma essendo un novellino nessuno gli dà credito, ma…, Lugli, formidabile cronista di nera e ottimo scrittore, dà alle stampe un’opera semplicemente ottima sotto ogni aspetto. Imperdibile e impeccabile.

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“Quelli cattivi”

511L61CZsOL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Cinque pippi d’acconto, te stanno bene?» «Sette so’ mejo». «E famo sei, annata?». Mezzodito tira un sospiro di pura rassegnazione e stringe la grossa mano del Cattivo col suo moncherino: tutte le falangi amputate da ragazzino giocando con un bombone trovato in strada a Capodanno. Sei pippi sono quasi un’offesa ma gli tocca abbozzare. Funziona così e basta. È il prezzo da pagare per un business che va alla grande. Sei milioni sono una miseria per una Mercedes 190 nuova di zecca anche perché la parola “anticipo”, per Pietro Salis, ha un significato tutto particolare: Mezzodito non vedrà una lira in più e lo sanno entrambi ma, quando sei in affari con Salis & C. da anni, gestisci una concessionaria che dovrebbe chiamarsi “Impicci e imbrogli”, piuttosto che “Intercar”, ti destreggi tra importazioni parallele, truffe carosello per evadere l’IVA, auto taroccate o da taroccare e un po’ di coca sottobanco come optional, hai poco da fare lo schizzinoso. Un giro d’affari che va a gonfie vele e che, tra l’altro, gli permette di bazzicare calciatori, cantanti, attori, gente di spettacolo che arrivano a frotte, attirati dai prezzi concorrenziali e fanno da testimonial per incrementare la clientela.

Quelli cattivi – Roma non vuole padroni, Massimo Lugli, Antonio Del Greco, Newton Compton. Divisa in tre parti, la nuova opera di Lugli e Del Greco, potente, affascinante, avvincente, profonda, intensa, che fa riflettere, meditare, conoscere e pensare prende le mosse da un fatto di cronaca, ricollegandosi anche a quella contemporanea: Roma sud, infatti, e Ostia in maniera particolare, la località che di fatto costituisce lo sbocco al mare della capitale d’Italia, sono da tempo, come molti altri luoghi, caratterizzate da una forte presenza criminale, dai numerosi legami e dalle molteplici ramificazioni, che coinvolgono anche settori dell’estremismo politico. E così in questa tagliente narrazione due personaggi davvero poco raccomandabili e che paiono però comunque avere ben poco in comune fra di loro intrecciano le loro sorti per un malvagio progetto comune… Da leggere.

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“Il canaro della Magliana”

51m7+r-mvuL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Angela entra nella sala corse chiedendosi se sia una buona idea. Mettersi a fare domande a casaccio le sembra una strategia ridicola ma ha avuto un incarico direttamente dal capo della mobile e qualcosa dovrà pur fare, se non altro per poter dimostrare a se stessa che ci ha provato. Parlare con Christian è fuori questione, hanno ben altro da dirsi. Al commissariato l’hanno accolta con quel mix di ammirazione, fastidio e un briciolo di supponenza tipico dei poliziotti di zona verso i colleghi investigatori in borghese, specie quando sono donne e decisamente gnocche. Abbiamo già controllato noi, collega, figurati se non ci veniva in mente, collega, niente da fare, non risultano contatti tra Cillis Amedeo e Proietti Giovanni, no, neanche con l’armiere, se per questo, mai identificati insieme, mai controllati nello stesso locale, ci dispiace, nemmeno i nostri informatori ne sanno niente, hai fatto un viaggio a vuoto, collega, spiacenti, bastava telefonare, tanti saluti al dottor Elleni… I commenti che hanno salutato la sua uscita di scena se li può immaginare. E quasi sicuramente non riguardavano le sue capacità investigative. Porci. Adesso, a rigor di logica, dovrebbe passare al setaccio i suoi contatti in zona. Quali contatti? A parte Christian e la cicciona del bar non conosce praticamente più nessuno alla Magliana e i pochi che la frequentavano da ragazza le voltano le spalle appena saputo che è passata al nemico…

Il canaro della Magliana, Massimo Lugli, Antonio Del Greco, Newton Compton. Matteo Garrone, uno dei più importanti e bravi cineasti italiani, specie se considerato all’interno della sua generazione, ne ha appena tratto un film, sul quale, come sempre accade quando ci si trova in situazioni di questa tipologia, si sono già addensate le nubi delle polemiche. È una storia vera. È una storia atroce. Tragica. Terribile. Violentissima. Riletta e riscritta in forma di romanzo da una grande firma e da Antonio Del greco, il funzionario di polizia che arrestò e fece confessare colui che è stato considerato il colpevole. Il reo. L’autore dell’orrendo delitto. Roma, diciannove di febbraio dell’anno del Signore millenovecentoottantotto. Un cadavere smembrato e carbonizzato viene rinvenuto in una discarica del popolare quartiere della Magliana, già noto per la banda, non esattamente una congrega di simposiasti platonici: sul corpo appaiono evidenti segni di torture orribili e raccapriccianti. Le indagini partono subito, e l’inchiesta pare davvero complessa, finché, una volta dato un nome alla vittima, tutto non sembra condurre verso, incredibile dictu, il proprietario di una toeletta per cani… Da non perdere.

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“Lo chiamavano gladiatore”

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Il gladiatore se ne stava affranto sul letto dove, in un’altra circostanza, si sarebbe sdraiata anche lei. Ma stavolta era entrata nella cella di Niceforo solo per mortificarlo, più ancora di quanto non avesse fatto il suo avversario. Non aveva alcuna voglia di condividere l’intimità con un uomo che si era mostrato tanto incapace.

Lo chiamavano gladiatore, Andrea Frediani, Massimo Lugli, Newton Compton. All’epoca di Tito, il distruttore del tempio di Gerusalemme, Aurelio fa fallire l’impresa ereditata dal padre e, minacciato dagli usurai, si riduce in schiavitù per debiti e finisce così in una scuola per gladiatori dove trova l’aiuto di una donna che sa come migliorare le prestazioni degli uomini su cui scommette. Ai giorni nostri invece è un’altra la schiavitù che attanaglia il protagonista, Valerio: in primo luogo quella della donna che ama, che è una prostituta che vuole liberare dal giogo orribile dei suoi protettori, e poi quella che lo coinvolge in prima persona, dato che, da quando è ridotto in miseria, rovinato dal suo socio in affari, riesce a sbarcare il lunario solo grazie agli introiti che gli derivano dai combattimenti clandestini di arti marziali… Intenso, ben strutturato, solido, potente, intrigante, coinvolgente: da leggere.

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“Città a mano armata”

51cuF2M5gUL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il problema è che il sacerdote è nudo come un verme. Nuda anche la ragazza che se ne sta sul letto, con aria annoiata, interrotta dalla nostra irruzione in pieno amplesso. Il cliente era talmente infervorato che non s’è accorto di niente e, per farlo smettere, abbiamo dovuto battergli sulla spalla sudata. E, evidentemente, nonostante l’umiliazione e la strizza, l’eccitazione non gli è ancora passata, continua a esibire un’erezione asinina.

Città a mano armata, Massimo Lugli, Antonio Del Greco, Newton Compton. Introduzione di Carlo Bonini. Con documenti inediti. Le indagini segrete sui casi più scottanti della storia criminale italiana: il sottotitolo dice tutto. Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, ergastolano tornato alla ribalta proprio in questi giorni perché riuscito a evadere indisturbato, er Canaro, la fuga in elicottero da Rebibbia, l’omicidio a Tenerife del portavalori, il giallo irrisolto dell’Hilton, il luglio rovente del millenovecentonovanta tra omicidi, truffe e ricatti, Via Poma e la tragica scomparsa di Simonetta Cesaroni, il ragazzo nella buca, Sole Rosso, la Banda della Magliana, combattimenti fra cani, accuse di collusioni a causa di frasi assurde, satanisti e preti soprannominati don Cefalo dagli agenti della squadra mobile. Tutto questo e molto altro, in un libro che coniuga splendidamente il rigore dell’inchiesta giornalistica, il ritmo di una prosa romanzesca, brillante, leggibile, accattivante, ma senza inutili e dannosi fronzoli, e la ricostruzione dall’interno delle indagini: così davvero lavorano le forze dell’ordine, si ha l’impressione di poter dire leggendo, senza timore di essere smentiti. Da non perdere.

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“Il risveglio della notte”

NOVECENTO_-_Calibro9_-_019_Il_risveglio_della_nottedi Gabriele Ottaviani

Quando il boss si incazza, meglio tacere.

Il risveglio della notte, Francesco G. Lugli, Novecento editore. Franco Giannoni ha la stazza di un wrestler e il volto di un cowboy. Ma fa il macellaio. Ha un prestigioso negozio in zona Porta Ticinese. Frequentato da clientela di un certo rilievo. Perché lui è bravo, e ha la carne buona. Però il negozio va male. La moglie era una ragazza acqua e sapone quando si sono sposati. Ora è siliconata, botulinata, leopardata. E andata. Via. Con i soldi. E non mancano gli ecoterroristi vegani che gli fanno trovare davanti al negozio cavolfiori impiccati. Si trova in difficoltà, Equitalia è alle sue calcagna, il commercialista conta come il due di coppe quando a briscola regna denari, la corruzione è dilagante, e lui vorrebbe restare pulito. Vorrebbe. Ma a Milano è in atto una guerra fra clan. E a lui, che di molte cose non riesce nemmeno, giustamente, a capacitarsi, tocca fare la sua parte. Condito con sapiente ironia, il romanzo è un noir con tutti i crismi, che si divora come un bel film ad alta tensione.

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