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“I racconti del Necronomicon”

9788834738481_0_0_300_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Visitare Yuggoth farebbe impazzire ogni uomo debole, e tuttavia ci andrò…

I racconti del Necronomicon, H. P. Lovecraft, Fanucci. Traduzione dall’inglese di Susanna Bini, introduzione di Carlo Pagetti. Howard Phillips Lovecraft, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento per lo più a Providence, capitale dello stato del Rhode Island, tredicesimo a entrare a far parte degli USA, sabato ventinove di maggio dell’anno del Signore millesettecentonovanta, è stato critico, saggista e poeta, nonché ritenuto allora come oggi un precursore dalla fantascienza così come la conosciamo attualmente e soprattutto uno dei maestri della letteratura horror, genere di cui ha saputo valicare i confini e che ha reso veicolo di una pletora di interessantissimi significati, un po’, come, cambiando quel che dev’essere cambiato, è stata per esempio l’elegia in epoca classica, che poteva ammantarsi di valenze politiche, amorose, funerarie e non solo: prendendo le mosse da uno dei manoscritti più misteriosi e affascinanti della storia ha saputo creare con maestria un mondo mitico, onirico e atavico, una leggendaria civiltà primordiale, aliena alle convenzioni e alle consuetudini. Un’antologia, ora riproposta in una nuova e bella veste, da non perdere affatto.

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“L’età adulta è l’inferno”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ciao figliolo! Nonno e Nonna hanno ricevuto le tue felicitazioni…

L’età adulta è l’inferno – Lettere di un orribile romantico, Howard Phillips Lovecraft, L’orma. A cura di Marco Peano. Lovecraft amava la paura e aveva paura dell’amore. Del resto che l’amore sia tutto è tutto ciò che ne sappiamo, ed è cosa universalmente nota. Così come che l’enormità dell’immenso possa atterrire: immaginate le figure umane dinnanzi alla potenza indomabile della natura in uno qualsiasi dei meravigliosi dipinti di Caspar David Friedrich, per esempio. E quindi, terrorizzato da un sentimento che non ha confine, Lovecraft si ritrova a vivere il meno probabile dei matrimoni. Una vicenda per lo più ignota. Che Marco Peano ricostruisce in maniera esemplare attraverso le lettere che fungono da tessere del suo mosaico, scavando con acribia nei meandri dell’arte e della psiche di uno degli autori più conosciuti e amati della storia della letteratura.

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“Le montagne della follia”

love.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi meraviglio ancora di quanto fummo in grado di capire nel poco tempo a nostra disposizione. Ovviamente, anche adesso non abbiamo che la più generale delle infarinature, e molto fu dedotto più tardi dallo studio delle fotografie e dei disegni che avevamo realizzato. È forse da rintracciare in questo studio successivo – che lo ha portato a rivivere i ricordi e le vaghe impressioni di allora –, in congiunzione con il suo generale stato di suscettibilità e con quell’ultimo orrore visto solo di sfuggita, la cui essenza non vuole rivelare neppure a me, la causa immediata dell’attuale esaurimento nervoso di Danforth. Ma era inevitabile, perché non possiamo levare il nostro avvertimento con la necessaria intelligenza senza il maggior numero possibile di informazioni, e quell’avvertimento è una necessità primaria. Alcune influenze ancora si allignano in quello sconosciuto mondo antartico di tempo senza più ordine e aliene leggi naturali, e sono queste a rendere imperativo che io riesca a scoraggiare ogni ulteriore esplorazione.

Le montagne della follia, Howard Phillips Lovecraft, Il saggiatore. Traduzione e cura di Andrea Morstabilini. Se si pensa alla letteratura di genere horror probabilmente il suo è uno dei primi nomi in assoluto a sovvenire alla mente degli appassionati, dei cultori e anche semplicemente di chi si intende un minimo di letteratura e non solo. Perché si tratta di una vera celebrità. E il motivo è presto detto: vissuto – non moltissimo, purtroppo – a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo, ha saputo mirabilmente tradurre su carta le ossessioni dell’animo umano. Quelle che attanagliano tutti, nessuno escluso, chi più chi meno, chi con una maggiore, chi con una minore soglia di consapevolezza: e se di base il riassunto dell’argomento centrale si può condensare in pochissime parole, perché d’altro non si tratta che della catastrofe in cui volge una spedizione nei più reconditi meandri dell’Antartide, in realtà ciò che rende stupefatti è la costruzione del racconto. Goccia a goccia. Non solo si cava la lapide, per tradurre il celebre adagio latino in modo da mantenerne pure le sonorità, ma si penetra sempre più, in un continuo gioco di ombre, echi e riverberi, in un’oscurità deflagrante che atterrisce. Magnifico.

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