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“Acque strette”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ripeto ora a bassa voce i versi di Nerval. Fanno parte del suo filone minore, quello delle Odelettes, dove ancora non vi è nulla che lasci presagire i miracolosi sonetti orfici che avrebbe scritto più tardi, verso la fine, eppure continuano a esercitare su di me un fascino molto potente: il loro suono stridulo ed esitante è quello degli antichi strumenti a tastiera come la spinetta o, soprattutto, il virginale elisabettiano; lo stesso suono che circonfonde di magia uno dei più misteriosi quadri di Vermeer, ancora impregnato, si direbbe, della vibrante sonorità liquida di un tasto da cui il dito, dipinto nell’attimo sospeso del rilascio, si è appena sollevato.

Acque strette, Julien Gracq, L’orma. Traduzione di Lorenzo Flabbi. Gracq, scrittore fortemente influenzato, almeno agli inizi, dal romanticismo e dal surrealismo, apprezzato da Breton, uomo dai solidi principi che lo portarono, fra l’altro, a rifiutare il premio Goncourt, era solito fare gite in barca sull’Èvre, fiume piccolo, placido e poco noto che sfocia nella Loira: e questo breve ma densissimo testo è un vero e proprio viaggio iniziatico, nella letteratura, nei ricordi, nell’ambiente, nei paesaggi, nell’immaginario, di un artista e di un’intera generazione. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo: una voce autorevole, un regalo prezioso.

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“Veniva da Mariupol”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Per le strade viaggiano le carrozze, viene venduto il tradizionale pasticcio di pesce russo, le zingare si offrono di leggere la mano ai passanti. La domenica al parco cittadino suona una banda. Giuseppe De Martino, ricchissimo commerciante italiano, padre di Matilda, ha messo a disposizione della figlia e della sua famiglia un’ala della propria casa nella Nikolaeskaja Ulica, uno degli edifici più rappresentativi dell’intera città. A superarlo in sfarzo c’è solo la «Dacia bianca», in cui vive la sorella di Matilda, Angelina, con il marito greco e i loro bambini. I balli e le feste più eleganti di Mariupol hanno luogo nelle sale e nel giardino della «Dacia bianca», dove si svolgono anche concerti e tombole di beneficienza. Matilda invece abita dai suoi genitori e impartisce lezioni di pianoforte. Jakov, il colto giurista, ha trovato lavoro solo come assistente di un avvocato. Dopo il rientro ha subito ripreso l’attività politica, rimettendosi in contatto con i bolscevichi, la frazione clandestina del Partito operaio socialdemocratico russo. Di come sia stato possibile che Jakov, comunista convinto, abbia potuto sposare la figlia di un grande capitalista e persino vivere sotto lo stesso tetto del suocero – un nemico di classe – Lidija non scrive nulla nei suoi quaderni. Questo non sarà l’unico punto oscuro nella lettura. Teresa Pacelli, la ricca madre di Matilda, guarda dall’alto in basso il genero che proviene dalla nobiltà ucraina decaduta. Storce il naso perché la famiglia di Jakov non ha che la bambinaia Tonja come personale di servizio e perché si accontenta di menù composti di sole tre o quattro portate. A Varsavia sua figlia viveva nell’abbondanza; ora, tornata a casa, deve dare lezioni di pianoforte per guadagnare qualche soldo. In generale la casa dei miei bisnonni italiani Teresa e Giuseppe sembra essere un ricettacolo di parenti poveri. Tra gli inquilini figurano, oltre alla famiglia di Jakov, lo zio Federico, un fratello di Matilda che aiuta il padre negli affari e abita in un modesto appartamentino, la «nonna piccola» della famiglia Pacelli e la «nonna grande» della famiglia Amoretti. La «nonna grande» deve il suo soprannome alla corporatura imponente e alla splendida treccia che le arriva fino alle ginocchia. Un tempo era stata sposata con un aristocratico russo…

Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’orma, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat. Campione di vendite in Germania, il romanzo è struggente, potente, emozionante, straziante, doloroso, intenso, ampio, avvolgente, coinvolgente, induce a riflettere, a pensare, a meditare, a interrogarsi, a guardarsi dentro, ora più che mai, quando popoli rabbiosi si dimenticano del loro passato, delle loro radici, ed edificano muri anziché ponti. Parla di migrazione, frontiere, rifugiati quest’opera totale, che prende le mosse da una ricerca necessaria, uno sprone d’amore: l’autrice non sa praticamente nulla di una donna. Molto importante per lei. Di cui segue le esili tracce. Risale le orme. Ha bisogno di conoscerla. È sua madre. Imperdibile.

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“L’amore all’inizio”

41QTyGyA3kL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ha fatto progressi col suo colpo di fulmine?

L’amore all’inizio, Judith Hermann, L’orma, traduzione di Teresa Ciuffoletti. Stella è una mamma. Un’infermiera. Ha un marito sempre via per lavoro. La sua vita è tranquilla. Forse anche troppo. Ma in fondo è proprio ciò che ha sempre voluto. Spesso è sola. Una mattina un uomo suona al cancello del suo giardino. Vorrebbe fare due chiacchiere. Lei rifiuta seccamente, con ogni probabilità come farebbe chiunque. Ma la presenza non svanisce come neve sotto i raggi caldi del sole, anzi, diventa qualcosa di più, di volta in volta di maggiore importanza nell’esistenza placida di Stella, che momento dopo momento muta, cambia letteralmente forma, come se uno sguardo altro in realtà avesse il potere non solo di vedere, ma anche di far vedere quello che il pudore, quale che sia l’accezione che si desidera dare a questo termine, ci fa nascondere. Un thriller dell’anima scritto in modo magistrale, da leggere e rileggere, splendido sin dalla copertina.

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“Una donna”

41T5rI5xPIL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

D’ora in poi vivrò sempre sotto il suo sguardo.

Una donna, Annie Ernaux, L’orma. Traduzione di Lorenzo Flabbi. La voce di Annie Ernaux, la sua infinita classe, l’eleganza che la contraddistingue e che fa sì che le sue parole assurgano con naturale semplicità, come ninfee che si affacciano sulla superficie di uno specchio d’acqua, all’affiorante livello della consapevolezza critica, storica e politica, raffigurando il particolare con una tale precisione da renderlo universale, con sguardo neutro tanto veristico da racchiudere in sé le mille e più sfumature dell’individualità, dell’intimità, del lessico personalissimo, deflagrano in maniera impressionante, solenne e magnifica in questa nuova e imperdibile declinazione della memoria che si fa atto d’amore e specchio in cui ognuno può riconoscersi e affrontare la perdita, il lutto, l’abbandono, la necessità della prosecuzioneIo ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno: le parole di Lessico famigliare ben si adattano al mood di quest’opera formidabile, concepita da Annie Ernaux sull’onda infiammata del dolore per la morte della madre, che dà il via a un’inarrestabile confessione: la miseria contadina, il duro lavoro, il riscatto, la malattia, l’oblio, il mondo sempre nuovo, diverso, incomprensibile. Eccezionale.

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“L’età adulta è l’inferno”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ciao figliolo! Nonno e Nonna hanno ricevuto le tue felicitazioni…

L’età adulta è l’inferno – Lettere di un orribile romantico, Howard Phillips Lovecraft, L’orma. A cura di Marco Peano. Lovecraft amava la paura e aveva paura dell’amore. Del resto che l’amore sia tutto è tutto ciò che ne sappiamo, ed è cosa universalmente nota. Così come che l’enormità dell’immenso possa atterrire: immaginate le figure umane dinnanzi alla potenza indomabile della natura in uno qualsiasi dei meravigliosi dipinti di Caspar David Friedrich, per esempio. E quindi, terrorizzato da un sentimento che non ha confine, Lovecraft si ritrova a vivere il meno probabile dei matrimoni. Una vicenda per lo più ignota. Che Marco Peano ricostruisce in maniera esemplare attraverso le lettere che fungono da tessere del suo mosaico, scavando con acribia nei meandri dell’arte e della psiche di uno degli autori più conosciuti e amati della storia della letteratura.

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“La riva delle Sirti”

41ljCQKXCZL._SX335_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La luce del giorno filtrò nella stanza. Vanessa era già alzata. Vestita in fretta, andava e veniva per la camera, ed io osservai attraverso le palpebre socchiuse che essa spiava il mio risveglio. Nel suo lungo accappatoio grigio e onduloso, aveva i passettini incerti e gli svolazzi maldestri di un uccello di passo rifugiatosi in una grotta, che cerchi al suo risveglio il senso d’orientamento. Venne a me, si inginocchiò in riva al letto con un gesto tenero, mi circondò con le braccia tutte fresche del vento del mare, e mi sembrò di cogliere sulle sue labbra il gusto del sale.

La riva delle Sirti, Julien Gracq, L’orma. Traduzione di Mario Bonfantini. È il romanzo che sessantasette anni fa lo ha imposto all’attenzione del grande pubblico e ha fatto conoscere la sua prosa unica e inconfondibile. Eppure adesso il suo nome, benché abbia compiuto un vero e proprio gran rifiuto, ossia quello del premio Goncourt, è quasi scomparso dall’elenco di quelli universalmente più celebri. Ed è un vero peccato. Perché la sua prosa non conosce eguali. Nato come Louis Poirier nel millenovecentodieci a Saint-Florent-le-Vieil, nella campagna baciata dalla Loira, passa la gioventù in collegio, si avvicina al surrealismo e a Corti, l’editore per eccellenza dei membri di quella corrente, è amato da Breton, con cui intesse un prezioso carteggio, si iscrive al partito comunista, diventa insegnante, scrive saggi, critiche, poesie, romanzi, combatte a Dunkerque e viene fatto prigioniero, incontra Nora Mitrani e vive con lei un tenero e pudico amore, muore novantasettenne ad Angers e lascia tutti i suoi manoscritti, per lo più ancora inediti, e potranno divenire pubblici solo a vent’anni dalla morte, in eredità alla Biblioteca nazionale di Francia. Originalissimo ma al tempo stesso gravido di colti riferimenti (in primo luogo Conrad, Buzzati e Proust) rielaborati in maniera straordinaria, La riva delle Sirti è la storia d’un’attesa, della decadenza e della rovina di una repubblica fittizia, Orsenna, formalmente ancora in guerra anche se non si combatte più… E l’allegoria dell’animo umano, sempre conteso fra essere e dover essere, si fa canto e apologo della desolazione… Imprescindibile.

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“La vita comincia ogni giorno”

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In questo puro sgorgare verso di te si insinua la paura di fallire…

La vita comincia ogni giorno – Lettere di saggezza e commozione, Rainer Maria Rilke, L’orma. Traduzione di Marco Federici Solari. Sono i centesimi a fare i milioni. Sono le gocce a fare il mare. Sono i piccoli passi che, uno alla volta, compongono il cammino. Ogni giorno è un nuovo risveglio, un nuovo inizio. Potrebbe essere l’ultimo, e certo è assai più importante aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita, preoccuparsi in misura maggiore del significato anziché del significante, ma è altrettanto vero che ogni istante è un’opportunità per creare, per rafforzarsi, per raggiungere un grado più profondo di consapevolezza del proprio posto nel mondo e delle possibilità che quotidianamente ci vengono concesse. Rainer Maria Rilke dà in queste lettere un ulteriore saggio della sentenziosità della sua prosa aforistica, una cornucopia di consigli che mette a disposizione e che fanno davvero bene al cuore.

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“Come fare la rivoluzione”

51-nmMNe-WL._SX297_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il livello d’odio si abbassa tanto più si eleva quello delle anime.

Come fare la rivoluzione – Lettere di libertà e profezia, Victor Hugo, L’orma, traduzione di Lorenzo Flabbi. Che fosse sempre dalla parte degli ingiustamente oppressi è risaputo, arcinoto e chiaro come acqua di fonte. La sua vita, la sua storia, la sua poetica, i suoi testi parlano per lui. Che abbia scritto a numerosi personaggi come Garibaldi forse non è notizia altrettanto conosciuta. Quel che è certo è che Victor Hugo, nell’epistolario qui raccolto, mette in luce le contraddizioni della sua epoca, drammaticamente attuali anche ai nostri giorni. Anzi, la situazione è decisamente peggiorata in termini di sperequazione sociale e mercificazione anche di ciò che dovrebbe essere sacro e sublime, non toccato dalla mera ambizione al profitto. Una testimonianza importante, un insegnamento fondamentale, uno sprone a non lasciarsi andare, a riflettere, a impegnarsi, a indignarsi. Da non perdere.

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“La chiara fontana”

Screenshot (22).pngdi Gabriele Ottaviani

Pioveva da due giorni. Courbet avvicinò la poltrona del suo atelier a una finestra bassa. Da lassù, fumando a piccole boccate, contemplò il Lemano che le nubi e la foschia avevano dilatato cancellando la riva di fronte. Così tappato, burrificato di grigio, l’orizzonte raggiungeva l’infinito del mare. La poltroncina imbottita dell’atelier era di una rigidità fastidiosa, aveva i braccioli duri e una sporgenza all’altezza delle reni; buffa poltrona che, nella sua durezza, imponeva di stare dritti. Avrebbero dovuto romperla, scoraggiare qualche molla e permettere un po’ al crine, con l’usura, di risalire. Con gli occhi all’altezza della balaustra metallica, Courbet guardò le gocce d’acqua che vi si formavano; avevano gli stessi colori del paesaggio: il verde del giardino, il nero degli alberi neri e, a brillare nella parte tondeggiante, il grigio lattiginoso del mare e del cielo. Piccoli mondi rovesciati. Di colpo, moltiplicato, un punto rosso e mobile: lo scialle di Marie, laggiù, che passava sotto l’acquerugiola.

La chiara fontana, David Bosc, L’orma, traduzione di Camilla Diez. Gustave Courbet è il principe della pittura realista: la sua Origine del mondo, quadro considerato, specialmente nella sua epoca, in pieno diciannovesimo secolo, scandaloso (ma in realtà è diventato anche un modello di riferimento e un chiaro oggetto delle più varie citazioni, anche, per esempio, al cinema, cambiando quel che si deve, nell’interessantissimo Stella cadente, con Lorenzo Balducci) perché rappresenta in primissimo piano i genitali femminili, da cui viene partorita la vita, ha fatto scalpore. E per lui, nel luglio del milleottocentosettantatré, inizia l’esilio. Ha partecipato alla Comune di Parigi e all’abbattimento della colonna Vendôme, la Francia reazionaria lo bracca, lui opta per la fuga, per la libertà. Carnale, sensuale, brillante, potente, tra storia e finzione Bosc dà vita a un ritratto scintillante, totale, suadente, avvincente, ben amalgamato e trascinante.

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“Materia prima”

download (9).jpgdi Gabriele Ottaviani

Avevo come la sensazione di essere più a est del confine della DDR.

Materia prima, Jörg Fauser, L’orma. Traduzione di Daria Biagi. La scrittura è una vocazione. È una febbre che non si riesce a guarire, un appetito che non si può soddisfare, un’amante che ha continue richieste, sempre più difficili, per non dire impossibili, da esaudire. Non si riesce a vivere senza, se si ha dentro quel fuoco. È un istinto incontrollabile, un desiderio insostituibile. Dà e toglie vita, come ogni amore vero. Anche la ribellione, però, è una chiamata dell’anima, un’esigenza che non si può ignorare. E Harry è un ribelle. E uno scrittore. Sente di non vivere pienamente. Si abbevera alla fonte dell’intensità come un profugo in un’oasi. Che però è un miraggio. Beve. Si droga. Viaggia. Scrive. Cerca con bramosia irredimibile esperienze. Sempre nuove. Sempre altre. Sempre più forti. Materia prima per le sue opere. Tra Istanbul, Berlino e Francoforte Harry assiste al dissolvimento dei sogni, delle ideologie, delle utopie, e prende coscienza del continuo depauperamento che vive il mondo. Materia prima non è un semplice libro, è un’opera di culto: pubblicata dal suo autore, definito da Bukowski il duro per eccellenza, trentatré anni fa (ma non ha perso un grammo di attualità, anzi, perché sempiterne sono le istanze che animano l’irrequietezza di chi, giovane o meno, cerca forsennatamente il suo posto nel mondo), tre anni prima che, il giorno del suo quarantatreesimo compleanno, lo stesso Fauser morisse in circostanze misteriose mentre stava attraversando a piedi l’autostrada, è la quintessenza di un tempo, di un mondo, di un’idea, di una generazione. Si legge d’un fiato, ma con ogni probabilità chiunque lo leggerà farà molta fatica a dimenticarlo. Ammesso che vi riesca.

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