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“Gli adolescenti trogloditi”

di Gabriele Ottaviani

Penso all’allusione nascosta nelle parole di quella mamma. Mi rendo conto che quel complice ammiccamento ha fatto vacillare le mie sicurezze. Non voglio figli, non è questo il punto. Solo che mento alla gente, mento alla mia vita, la mia stessa vita è una menzogna, e se Tony lo viene a sapere, se tutti lo vengono a sapere, sarò costretta ad andarmene, Tony mi lascerà, l’esilio sarà la mia punizione.

Gli adolescenti trogloditi, Emmanuelle Pagano, L’orma, traduzione di Camilla Diez. Fa l’autista di scuolabus, e viene alla mente, per certi versi, la dolente e indimenticabile protagonista del Dolce domani di Atom Egoyan (il suo miglior film), dall’omonimo e riuscitissimo romanzo di Russell Banks, ed è tornata, ma nessuno la riconosce, nel paese dov’è cresciuta, rispecchiando la sua esistenza nelle adolescenze in boccio con cui si confronta, e che le rammentano la sua, dilaniata dal dissidio fra essere, voler essere e poter essere. Quando era un maschio, non Adèle, come è oggi, che ama un uomo che non dovrebbe amare, che cerca di riallacciare i rapporti con quello che resta del suo vecchio sé che la rendeva infelice, che tenta, come tutti, di trovare il suo posto nel mondo. Emmanuelle Pagano indaga l’amore in tutto il suo arcobaleno di tinte, e scrive un’opera maestosa.

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“Transito”

di Gabriele Ottaviani

Georg Binnet si presentò una sera da me senza preavviso. Era la sola persona a Marsiglia che conoscesse il mio indirizzo, ma non era mai venuto a trovarmi prima. La nostra amicizia non era ancora giunta a quel punto. Il ragazzo si era ammalato d’improvviso, una specie di asma della quale a volte soffriva, ma mai con attacchi così forti. Aveva urgente bisogno di un medico. Il dottore di zona era un sudicione sempre attaccato alla bottiglia che, espulso dieci anni prima dalla Marina, era finito chissà come nel quartiere corso. Claudine aveva sentito dire che tra i profughi tedeschi ci fossero buoni medici. Magari sarei riuscito a scovarne uno fra i miei conoscenti. Fin dal primo giorno mi ero affezionato al ragazzo. Per comprargli le cose che gli mancavano passavo ore a bazzicare i più improbabili comitati per racimolare i soldi per la mia presunta imminente partenza. Quando parlavo con Binnet guardavo fisso verso la finestra dove il ragazzo sedeva a studiare. Senza rendermene conto sceglievo solo le parole che avrebbe potuto capire. A volte facevamo giri in barca o escursioni in collina. All’inizio era stato molto taciturno. Credevo che il suo modo brusco di rovesciare la testa all’indietro o l’accendersi improvviso dei suoi occhi non fossero altro che il gioco di un giovane puledro. E, anche come semplice gioco, mi sembrava cosa buona…

Transito, Anna Seghers, L’orma, traduzione di Eusebio Trabucchi. Al secolo Netty Reiling, nata a Magonza il diciannove di novembre di centoventi anni fa, morta a Berlino Est nel millenovecentoottantatré, iscrittasi nel millenovecentoventotto, tre anni dopo aver sposato lo scrittore ungherese László Radványi, al partito comunista tedesco, perseguitata dal nazismo, esule in Francia, espatriata finanche in Messico, dove compone il trittico di opere – di questa, splendida sin dalla copertina, è quella centrale, data alle stampe per la prima volta nel millenovecentoquarantaquattro – che le garantisce fama imperitura, benché alle nostre latitudini sia troppo poco conosciuta, o perlomeno meno di quanto meriterebbe, vista la densità, la profondità, l’eleganza della sua prosa, politica nell’accezione più ampia e omnicomprensiva del termine, premio Lenin per la pace nel millenovecentocinquantuno, presidentessa dell’unione degli scrittori della DDR, accusatrice pubblica del dissidente Biermann, Anna Seghers, figura complessa, discussa e discutibile, spesso pubblicata anche in Italia, racconta, nella fascinosa e policroma Marsiglia del millenovecentoquaranta la storia di un uomo in fuga, un operaio tedesco a cui la politica non interessa granché, nonostante sia sicuro che aborre le croci uncinate, e che finisce per essere coinvolto anche in un triangolo amoroso… Da non farsi sfuggire: per conoscere e riflettere.

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“La notte dei tempi”

614lPFZX+6L._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

«Voglio sapere…» ricominciò Elea. Simon si voltò verso di lei. Senza giri di parole esclamò: «Ha dormito per 900.000 anni.» La donna lo guardò stupefatta. Simon riprese subito: «Le sembrerà assurdo. Anche a noi fa lo stesso effetto. Ma è la verità. L’infermiera le leggerà i rapporti della Spedizione che l’ha trovata sul fondo di un continente ghiacciato, e quelli dei laboratori, che ricorrendo a diversi metodi hanno calcolato il tempo trascorso…» Le parlava con tono distaccato, scolastico, militare, accentuato dalla voce della Traduttrice che, calma, arrivava all’orecchio sinistro di Elea. «Questa quantità di tempo non è concepibile se rapportata alla vita di un individuo, e nemmeno di una civiltà. Del mondo in cui ha vissuto non resta più niente, neanche il ricordo. È come se fosse stata catapultata all’altro capo dell’universo. Deve accettare quest’idea, accettare i fatti, accettare il mondo nel quale si è risvegliata, dove può contare su parecchie persone amiche…» Ma Elea non ascoltava più. Si era alienata. Alienata dalla voce che le giungeva all’orecchio, dal viso che le parlava, dai volti che la osservavano, dal mondo che la accoglieva. Tutto si allontanava, si offuscava, scompariva. Non restava altro che quella spaventosa certezza – poiché, di questo era certa, non le stava mentendo –, la certezza della voragine attraverso la quale era stata scagliata, lontana da tutto ciò che era stata la sua vita. Lontana da… «Paikan!» Urlando quel nome si tirò su e sedette nuda, selvaggia, fiera e scattante come un animale braccato in fuga dalla morte. Le infermiere e Simon provarono a trattenerla, ma Elea si divincolò e scese dal letto urlando: «Paikan!», e si scagliò verso la porta scartando i medici…

La notte dei tempi, René Barjavel, L’orma, traduzione di Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli. Giornalista, critico cinematografico, romanziere e sceneggiatore di culto, uno dei massimi narratori di fantascienza in senso assoluto, René Barjavel, morto settantaquattrenne trentacinque anni fa, torna in libreria con il suo testo più celebre, pubblicato nel millenovecentosessantotto e decisamente evocativo anche per quel che concerne le istanze simboliche del Maggio francese di quel tempo: la storia, irresistibile, è quella che si dipana con prosa ampia sotto il sole abbacinante della gelida e candida Antartide, dove una spedizione francese, s’imbatte per caso in una scoperta che ha dell’incredibile, ossia i resti, a quasi un chilometro di profondità, intrappolati nella roccia, di un’ignota civiltà, antichissima eppure eccezionalmente avanzata. Quando poi, riemergono pure due corpi ibernati…

 

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“Sfacelo”

61YxVdpV8bL._AC_UL320_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni volta che poggiava i talloni su un gradino aveva l’impressione che i muscoli volessero stracciarsi dalle ossa, le viscere colpivano come arieti contro le costole e il ventre, le ginocchia quasi cedevano sotto la massa che le schiacciava, e le membra cercavano di sfuggire al controllo della mente per riuscire a obbedire senza impedimenti alla forza che le sollecitava. Era certo che, se si fosse lasciato andare anche solo per un attimo, il suo corpo si sarebbe scisso in una miriade di biglie impazzite che sarebbero rotolate e rimbalzate senza posa, capitombolando fino al centro della Terra. François non si curava di quel che gli accadeva intorno, gli occhi e l’attenzione erano fissi sulla poltrona dove riposava l’ammalata. Percepiva la presenza di sagome confuse, udiva pianti, richiami e una moltitudine di respiri che si accavallavano. Ma ciò non gli impediva di continuare, imperterrito, a adempiere alla propria mansione di guida e freno. La corda lo opprimeva sui fianchi e lo spingeva verso il basso, tanto da costringerlo a gettare all’indietro tutto il proprio peso per proseguire. D’un tratto calpestò un oggetto cilindrico, probabilmente una bottiglia, che rotolò sotto il suo piede. Il giovane perse l’equilibrio e mancò due scalini. Rimase in piedi per miracolo ma Seita, trascinato dall’improvviso strappo della corda, travolse François, il quale scivolò a sua volta. Ruzzolarono tutti e due giù per la scalinata, e la poltrona schizzò via senza freni. François provò invano a riacciuffare le corde che gli erano passate tra le gambe. Tentò come poté di recuperare l’equilibrio, ma la poltrona era ormai lontana e, disperato, non poté far altro che seguirne la corsa impazzita in attesa dello schianto finale. Quel che udì, invece, riaccese le sue speranze: un tonfo, non troppo distante, e il grido di un uomo seguito da un’imprecazione. Spiccò un salto fino al pianerottolo successivo. Giunta alla curva del corrimano, la poltrona era ricaduta all’esterno, sulle scale, franando addosso a due uomini…

Sfacelo, René Barjavel, L’orma, traduzione di Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli. Ambientato in un’epoca che sembrava lontanissima nel momento in cui è stato dato per la prima volta alle stampe questo ottimo romanzo (del resto sembrava un remotissimo futuro anche il millenovecentoottantaquattro per Orwell a soli trentasei anni di distanza, e non dimentichiamo che Blade runner è ambientato nel novembre del duemiladiciannove…), ossia nel millenovecentoquarantatré, a guerra, e non è un caso, ancora in corso, eppure ci siamo quasi arrivati, racconta, con prosa immaginifica e tragicamente preconizzatrice, frutto della sopraffina vena di René Barjavel, scrittore, giornalista, dialoghista e sceneggiatore finanche per Duvivier, Verneuil, Boyer e Mastrocinque, di un’umanità che dipende totalmente dall’energia elettrica. Che però talvolta ha l’abitudine di venire a mancare senza avvisare, gettando tutti nel panico, nell’homo homini lupus, nella ricerca di un nuovo rapporto con la natura. Magnifico e profondo.

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“L’erba di ieri”

Screenshot (182)di Gabriele Ottaviani

Il latte è rimasto tutto il tempo in frigorifero, ma è andato a male lo stesso.

L’erba di ieri, Carolina Schutti, L’orma. Traduzione di Marco Federici Solari. Nativa di Innsbruck, studiosa di filologia germanica, esperta in studi inglesi e americani oltre che di musica, docente addottoratasi grazie a una tesi sull’opera del Nobel bulgaro di lingua tedesca ma naturalizzato britannico Elias Canetti, Carolina Schutti, poetessa, autrice di racconti, drammaturga pluripremiata e pluritradotta, dalla scrittura ricca di livelli, strati, sedimenti, retaggi, suggestioni, rimandi, riferimenti, chiavi d’interpretazione, fa immergere il lettore nell’incanto della memoria, che muta forma ogni istante, eppure è eterna, è passata ma sempre attuale, ci definisce e connota, e, grazie anche alla letteratura, ci salva e rinforza. Un idillio maestoso, un Bildungsroman delle emozioni da non lasciarsi in alcun modo sfuggire, perché sarebbe un’occasione persa di contemplazione e conoscenza della bellezza.

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“Il gatto di piazza Wagner”

71JEtNW5AFL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Del prezzo pagato per quella sua insostituibilità si ricordò per tutta la vita.

Il gatto di Piazza Wagner, Diego Lanza, L’orma. Grecista, accademico dei Lincei, docente, esperto di filologia e filosofia, oltre che di letteratura, figlio di Anna Goldstein e di Giuseppe Lanza, scrittore e critico teatrale, drammaturgo e vincitore nel millenovecentocinquantasei del Premio Bagutta per Rosso sul lago, Diego Lanza, nel corso della sua lunga vita e della sua carriera onusta di trofei ha prodotto un’unica opera propriamente narrativa: questa, riprodotta con eleganza mirabile nella presente edizione. Il gatto di piazza Wagner è una meravigliosa incursione nella memoria, un tuffo nel passato e un affresco di magistrale nitore di sentimenti e ambienti.

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“Autobiografia di mio padre”

pachetdi Gabriele Ottaviani

Mi trovavo dunque, circondato dai miei, in un isolamento totale.

Autobiografia di mio padre, Pierre Pachet, L’orma, traduzione – ottima, nonché la prima in assoluto in italiano per un testo di questo prestigiosissimo autore, scrittore, giornalista, professore, critico, traduttore, intellettuale riservato ma capitale, insignito del Prix Roger-Callois e morto tre anni fa alla soglia degli ottant’anni – di Marco Lapenna, formatosi a Roma come filologo romanzo e linguista e traduttore anche per esempio di Quiriny, Thorens e Nganang. Postfazione di Lisa Ginzburg, che del lessico familiare, con ogni evidenza, non può non essere considerata un’illustre esperta. Per definizione l’autobiografia è il racconto di sé: ma quale sé? Perché Pachet, che cambiando quel che dev’essere cambiato non può non essere accostato ad Annie Ernaux, scrittrice maiuscola che non ha bisogno d’interpretazioni, che ha fatto della sua vita letteratura e viceversa, e che pure fa bella e prestigiosa mostra di sé in Italia nel novero del catalogo dell’Orma, compie un atto per certi versi a dir poco rivoluzionario: assume la vita di un altro, nella fattispecie quella di suo padre, testimone in prima persona dell’esilio ebraico nel secolo cosiddetto breve, e la narra come propria – e del resto, inevitabilmente, lo è, se non del tutto almeno in parte – riuscendo a elevarsi al livello della riflessione sulla memoria e l’umanità. Da non perdere.

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“Prigione”

41F18qk9MdL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

No, no. È proprio la fuga che è illegale. E io volevo fuggire. Semplicemente fuggire. Nient’altro. Non avevo nessuna ragione per farlo. Certo, ho avuto paura, altrimenti non sarei fuggita, o meglio, non avrei cercato di fuggire. Non mi è riuscito… Io stessa non avevo capito di voler fuggire. Ma alla fine… Quando tutta una pletora di persone arriva e ti dice: “Lei è a rischio di fuga” bisogna pur credergli. Qualcosa di vero ci sarà. Ebbene sì, sono crollata, mi arrendo facile. Ho la sensazione di essermi completamente lasciata andare. Sa, temo proprio che in futuro sarà meglio lasciare ad altri l’onere di spiegare le mie emozioni e le mie azioni.

Prigione, Emmy Hennings, L’orma, traduzione di Marco Federici Solari. Emmy è sempre di corsa. Sono così tante le cose che vuole fare e vedere, le persone che vuole incontrare… È brava. Bella. Brillante. piena di impegni. Piena di talento. Ama la vita, e le sembra di sprecar tempo a non lasciarsi travolgere dalla fretta. Del doman, del resto, non v’è certezza. L’esistenza, però, si sa, ha un debole per la legge del contrappasso, e dunque le capita che d’improvviso un giorno venga arrestata. Rinchiusa. Incarcerata. Imprigionata. A quel punto le sue giornate sono scandite da una sola costante. L’attesa. Il tempo sospeso della riflessione. Risale a esattamente cento anni fa questo romanzo autobiografico finora inedito in Italia, una gemma preziosa e tragicomica scritta con impareggiabile verve e caratterizzata da personaggi sorprendenti e difficili a dimenticarsi.

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“Dappertutto è la felicità”

51B2L1hQL9L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Devo spezzarti, smussarti le corna, altrimenti non riuscirò più a sopportarti. Dopo aver riflettuto sulla tua fisionomia spirituale ormai mi è chiaro come il sole che splende in cielo: sei una brutta persona. E io, finché ho fiato in corpo, voglio soffocare la rabbia che ti porti dentro, sradicare la zizzania che ti cresce in cuore. Ho il diritto di farlo perché sono una persona dieci volte migliore di te e posso condannare in piena consapevolezza questo aspetto tanto forte della tua indole. Ti terrorizzerò senza pietà alcuna finché non mi diventi tenero e cominci a provare sentimenti e a comportarti con gli altri come un normale essere umano. Provo allo stesso tempo un amore sconfinato per te e una severità spietata nei confronti delle tue debolezze di carattere. In guardia, quindi, stai bene attento! Perché ho già impugnato il battitappeto e appena ritorno inizio a usarlo.

Dappertutto è la felicità – Lettere di gioia e barricate, Rosa Luxemburg, L’orma, a cura di Eusebio Trabucchi. Filosofa, economista, rivoluzionaria, politica, teorica del socialismo, polacca naturalizzata tedesca, morta a Berlino a meno di cinquant’anni in quel millenovecentodiciannove che è il terreno in cui affondano le radici di un malcontento che porterà all’ascesa del nazismo, visto dal popolo come unica possibilità di riscatto dall’umiliazione, Rosa Luxemburg è senza dubbio un personaggio storico fra i più significativi: le lettere qui raccolte, in una bella e agilissima edizione, ne sono una chiara prova, testimonianza umana e civile, documento e monumento dalla prosa elegante ed emozionante.

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“La vergogna”

41zRdZJKXrL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La buona educazione era il valore dominante…

Quindici anni prima che in una domenica di giugno il padre morisse è un’altra domenica del sesto mese dell’anno, quando lei non ha nemmeno dodici anni, la data che per prima nella storia della sua vita rimane impressa con precisione indelebile, poiché si verifica un accadimento che ha sempre temuto che si ripetesse e che è arrivata a confidare, ottenendo però ogni volta un’improvvisa e inscardinabile chiusura, perché era una rivelazione troppo forte, solo a coloro di cui s’era innamorata davvero, nella sua memoria, quando è mancato un attimo che non accadesse l’irreparabile, il delitto. Indaga con voce lirica e insieme politica nel senso più alto del termine, com’è nelle sue corde di raffinata testimone ed esegeta della coscienza individuale e universale, il sentimento che, come l’aprile della poesia, è il più crudele, perché genera lillà da terra morta, ma al tempo stesso è inevitabile, in un certo senso necessario: La vergogna. L’orma, traduzione di Lorenzo Flabbi. Lei è una delle più grandi scrittrici del mondo: Annie Ernaux.

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