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“L’ultima estate di Teresa Tellez”

download (10).jpegdi Gabriele Ottaviani

Giorno dopo giorno, per sette infiniti anni, Teresa, prima di fuggire in Germania, aveva sperato e disperato di trovare nella cassetta della posta una lettera decisiva, una lettera che facesse balzare il suo cuore e svincolasse dai suoi polmoni un grido liberatorio: ma nessun editore italiano, grande o piccolo, del Nord o del Sud, era stato in grado di scriverla, nessuna delle loro ipocrite e inconcludenti lettere, di quelle lettere che sordamente si affastellavano l’una sull’altra, era andata mai al di là di vacui giudizi lusinghieri, per lei altrettante subdole lame. Una via pulita e diretta, o anche una via con ostacoli e deviazioni, ma logica e percorribile fino alla meta, senza protezioni, senza appartenenze a corti, senza corruzione del midollo nella politica, con le proprie sole forze e il vanto di un reale talento, magari sostenuto dalle ali della fortuna, in Italia, non era neanche lontanamente prevista. C’erano solo vie tortuose, fatte tutte di giravolte e beffe, vie complicate all’infinito, che non portavano in nessun luogo. E non era nemmeno possibile, al momento opportuno, guadagnarsi con l’abilità un appoggio. Questa conclusione è inoppugnabile, perché non ci fu mai artista altrettanto testardo, indomabile e perseverante di Teresa, la quale, si può esserne certi, le ha provate tutte. Il letargo e l’inaccessibilità delle case editrici erano, come se non bastasse, abbondantemente rispecchiati dal letargo e dall’inaccessibilità di coloro che contavano, i quali parevano aver stretto con quelle un patto leteo, sì che tutte le porte sembravano chiuse e ogni affermazione letteraria impossibile. Non essendoci una personalità del mondo letterario o culturale che potesse ammirare e venerare dal profondo del cuore, la quale, riconosciuta la sua più che giusta causa, l’avesse sollevata con la propria forte e autorevole mano dall’oscurità, rompendo l’incanto di quella foresta pietrificata, Teresa aveva dovuto ripiegare su personaggi di relativo o dubbio merito, per cui nutriva poca o nessuna stima, purché celebri o affermati.

L’ultima estate di Teresa Tellez, Lodovica San Guedoro, Felix Krull. Andrea, Teresa, Giovanni. Tre scrittori. Tre artisti. Tre geni. Tre amici. Tre morti. Suicidi. Si sono avvelenati. Con delle erbe. Giovanni ama Teresa. Che è vittima di forti tormenti dell’anima. E che è la compagna di Andrea. Che vuole bene, riamato, a Giovanni. Che, come ognuno di loro, soffre terribilmente quel male di vivere che già spesso ha incontrato e che gli impedisce di riconoscersi in un mondo che pare non saper proprio cosa fare della sua sensibilità d’artista, che pare non essere in grado di rapportarsi alla natura senza violarla con estrema superbia. Con il consueto stile classicheggiante e gravido di riferimenti sin già nell’onomastica, ricco di digressioni, cesellato nel dettaglio, variegato e dal multiforme ingegno, originale e d’ampio respiro, tale da ricordare, se ci trovassimo a parlare d’arte figurativa, l’estro di un capitello corinzio, Lodovica San Guedoro, da due anni presenza fissa nella longlist del Premio Strega, per il quale è stata presentata finanche da Dacia Maraini, racconta una storia intensa e, anche nei suoi passaggi più immediatamente riconoscibili come concreti, profondamente simbolica.

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Intervista, Libri

Premio Strega 2017, “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”: intervista a Lodovica San Guedoro

Lodovica San Guedoro.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cosa l’ha spinta a scrivere il suo ultimo romanzo?

Cito dal romanzo stesso, o meglio dalla sua continuazione, perché c’è una seconda parte alla quale sto lavorando e credo che l’opera stessa contenga tutte le risposte:

C’erano ore che avrei voluto morire. Ore nelle quali si faceva largo nel mio essere la disincantata, asciutta sensazione di aver vissuto abbastanza, che la mia parabola potesse essere giunta alla conclusione, che la mia vita fosse, in fondo, con quella storia, arrivata ad esaurirsi. E forse sarebbe stato decoroso retrocedere, non continuare a trascinare un’esistenza ormai stanca e spossata, che poteva essere solo l’ombra di se stessa.

O anche: Crono, che non si arrestava mai e continuava a correre inesorabilmente, mi allontanava sempre più da quella meravigliosa avventura, irripetibile condensazione di vapori colorati prodotta per un istante dall’Universo nel suo infinito, smisurato vorticare. Mi dominava completamente l’assurda, disperata smania di fermarlo, di fermarlo ad ognuno dei momenti vissuti con lui, lasciando intatte le cose che ci avevano circondati, mute testimoni di quell’amore, come racchiudendole in uno scrigno di cristallo che potessi sollevare con le mie mani al di sopra del flusso della vita, per salvarle. Ma era impossibile, ed era disperante riconoscerlo. Questo romanzo, che ho scritto per un anno e mezzo e che ancora scrivo, si è assunto poi il compito di sostituire quello scrigno, ma non è riuscito a rimpiazzarlo completamente: a tratti ho sempre ancora quella folle coazione.

Oppure: Questo libro, questo libro lo scrivo perché il mio amore per te, Kasim, non cada nel silenzio e nell’oblìo…

Cosa rappresenta per lei l’amore? Nella nostra società c’è ancora spazio per la purezza dei sentimenti?

L’amore è l’impossibile che si avvera, l’amore è voluto dagli Dei, contro l’amore non c’è forza di stati e violenza di eserciti che possano, Cupido passa attraverso i muri e i buchi delle serrature. In un punto del  racconto si legge: Oh, Eros, che parli attraverso gli occhi, oh, Eros, che porti grazia e dolcezza nell’anima di coloro che conquisti, oh, Eros, che incanti i cuori e nella tua irresistibile, bellissima follia travolgi gli animali sui monti e negli abissi del mare e i pastori bosniaci nei boschi, oh, Eros, tu sia benedetto!

Nell’attuale organizzazione della vita è evidente che non ci sia posto per la gioia, per il gioco, per la purezza né per la bellezza dei sentimenti. Negli individui invece qualcosa di sano, di gentile, si può ancora trovare, ma sempre meno. Con questo romanzo ho voluto una buona volta dire quello che ho sempre sentito e pensato sull’amore, contrapporre alla pornografia trionfante a livello planetario la verità e la bellezza perdute di questo potente sentimento naturale e umano. Fin dall’adolescenza non ho letto in proposito che turpitudini, mistificazioni e brutture di marca prevalentemente maschile e violenta.

Ancora nella seconda parte:

Gli uomini! Gli uomini rovinavano tutto! E Kasim non aveva fatto eccezione. 

Con la loro proterva arroganza, col loro selvaggio dispotismo, estesosi come un morbo, come una malattia attraverso i secoli, ereditato come una tabe da ogni nuova generazione, si erano accaparrati anche l’amore, un campo che sfuggiva totalmente alla loro percezione; loro, così inetti, così insensibili, così ignoranti di naturalezza e sentimento, avevano stabilito una volta per tutte, con la loro maldestra rozzezza e meccanicità, le leggi dell’amore; avevano avuto l’imperdonabile presunzione di sapere cosa fosse e cosa non fosse e imposto alle succubi donne la propria snaturata visione, la propria contratta, violenta insensibilità, espropriandole del corpo vero e inventandogliene uno fittizio, carico di una menzognera, passiva sensualità da schiave, marchiandole con la maledizione, con la dannazione di incarnare il sesso, schiacciandole sotto questo peso abnorme e suggestionandole a rovesciare tale vergogna nel trionfo in quanto madre e puttana, un’identità che celebra i suoi fasti fino ai nostri giorni, un’identità dura a morire, dura a finire, che si rigenera continuamente, anche sotto la stella dello sfacelo di tutti i valori. 

 

Quanto contano al giorno d’oggi le differenze sociali nelle relazioni interpersonali?

Come posso saperlo! In ultima analisi  determinanti sono non le differenze sociali, ma quelle culturali. La cultura spiana i dislivelli e unisce sempre.

Quali sono gli aspetti che più ci condizionano nella ricerca dell’autodeterminazione?

La realtà tutta, soggettiva e oggettiva: le idee ricevute, le religioni, la società, il super-io, il conformismo, il consumismo, lo spirito di branco, la vigliaccheria, la paura, la necessità di procacciarsi il pane quotidiano e un tetto sulla testa dando via per questo tutto il proprio tempo e la propria anima…

I suoi personaggi a tratti sembrano temere di essere felici: cosa c’è di spaventoso nella gioia?

Niente di spaventoso, salvo la paura di perderla. È così dolce, così soave, le si vuole tanto bene! La si vuol tenere… Non credo che le cose stiano proprio come Lei le postula. E poi bisogna distinguere tra lui e lei: lui non teme la felicità, ma le conseguenze che la trasgressione può avere sull’organizzazione della sua vita e, da credente, teme anche la punizione divina, vedi la scena dei ricci: Mentre tornavamo indietro, a un certo punto, ad una svolta, passando sotto dei giganteschi ippocastani, un’improvvisa folata di vento scrollò le folte chiome, e fummo investiti da una grandinata di ricci. Separati all’istante, ci curvammo protestando vivacemente e ci mettemmo in salvo correndo via.

Lui aveva osservato:

“Dio ci vuole punire!”

Lei invece la felicità la ricerca, la desidera, la brama e la conquista attivamente, sfidando anche tutto il dolore che sempre la vita riserva e che è in fondo anche alle gioie più intense.

Che rapporto ha con la religione?

Di indifferenza.  Di tolleranza e intolleranza, a seconda. Però in questa fase più di intolleranza, come per tutto ciò che è di moda e di cui si parla troppo, per riempire un vuoto di contenuti seri. Ma, a dirla francamente, considero la religiosità una forma di spiritualità  immatura e non individualizzata, basata anzi sul sacrificio di se stessi e  pertanto di ostacolo al raggiungimento della felicità. La felicità veramente piena e umana è frutto di cultura, e la cultura è un sapiente, luminoso azzardo che sa coniugare l’egoismo con l’universalità, dal suo punto di vista l’opposizione di questi due termini non esiste.

Quali sono, se ve ne sono, i modelli a cui lei si ispira quando scrive?

Il mio cuore. E questo specialmente nel caso di “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”, un romanzo senza modelli.

Qual è per lei il fine della letteratura?

Qual è il fine dell’Universo?

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“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”

copertina-pastor-189x300.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era un quadro della giovinezza in nero e rosso, quello che carpii in quel momento e mi si incise nella memoria a mio beneficio futuro. Elevai un ringraziamento mentale a  Kasim per questa indicibile, preziosa esperienza di sconvolgente culmine vitale, che mi era toccato di fare in un’età in cui comunemente si è vecchi, gli resi grazie, con tutti i dolori ma anche le gioie e l’esaltazione che mi aveva procurato, con tutti i rischi che mi aveva fatto correre e i piaceri nuovi conosciuti, gli affanni e i tormenti che mi aveva fatto subire e le incantevoli sorprese con cui aveva fatto sussultare il mio cuore, gli resi grazie per il mal di cuore, lo sfibramento della mente e per tutte le pene. Ma come vedeva lui, dal suo diverso angolo d’osservazione, il mio tenace e perdurante rifiuto del congiungimento sessuale? Perché, dopo i tanti fallimenti accumulati, continuava a tentarlo? Mi tenni istintivamente al riparo dall’indagarlo, mi guardai dal farlo, e non gli posi mai domande in proposito. Sentivo oscuramente, sebbene in modo inequivocabile, che non era il caso di sfiorare il punto, che si trattava di una materia troppo delicata, che mi sarei esposta al rischio di ricevere risposte deformanti e inadeguate, che mi avrebbero fatto anche male, mentre dentro di lui la verità sarebbe stata un’altra: un travaglio inconsapevole di atmosfere contrastanti, un fiume sotterraneo e sordo che scorreva a dispetto dei suoi limiti mentali e distorsioni culturali, un’onda inconscia che rifuggiva dalla luce del raziocinio, perché la vita che prende forma, e sia il seme germogliante o sia il feto, vuol essere avvolta dal buio, necessita del protettivo abbraccio dell’oscurità.

Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé… – Un’educazione sentimentale, Felix Krull editore, Lodovica San Guedoro. Lei, a onor del vero, non può più essere definita giovane. Lui, invece, lo è, eccome. Lei è sposata. Lui anche. Lei è una scrittrice. Lui è un conducente della metropolitana. Lei non crede in Dio. Lui segue da buon osservante pieno di fede i dettami della religione di Maometto nella quale è stato educato, anche se l’eredità emotiva e culturale che ha ricevuto e che lo ha portato a crescere e a diventare l’uomo che è si scontra con un mondo in cui ha difficoltà a integrarsi e lasciarsi andare completamente, a riconoscersi. Lui da ragazzo è scappato dalla Bosnia in guerra, e ora si sente come in bilico, spaesato. Lui non è colto, non ha avuto la possibilità di formarsi attraverso i libri, lei invece sì. Cos’hanno in comune? Praticamente nulla. Eppure al primo arrossire delle foglie fra loro, inatteso, imponderabile, inesorabile come solo l’amore sa essere, nasce un sentimento. Sono attratti, reciprocamente, magneticamente: ardono di desiderio, perché arrivi l’unione delle anime insieme a quella dei corpi. E la prosa unica e inconfondibile di Lodovica San Guedoro, sempre più ampia, delicata, potente, antica e insieme modernissima, articolata, intensa, elegante, raffinata, dall’andamento fluviale e variegato, che riproduce le innumerevoli sfumature dell’intimità in boccio al cospetto di una nuova inaspettata passione, conquista.

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“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé”: le prime pagine in anteprima assoluta

downloadLodovica San Guedoro, Felix Krull editore.

Poniamo che avvenne così, che non fu un sogno…

Camminavo per un viale alberato. Dai platani cadevano volteggiando le foglie,  per terra ce n’era già un lunghissimo tappeto. Mentre rasentavo il recinto di un piccolo giardino, si era sollevata, inattesa e improvvisa, una fragranza di terra umida e di fresca erba tagliata… così viva! Chiudendo gli occhi, avrei potuto credere che fosse primavera. Li avevo chiusi; petali rosei, le palpebre erano state per un attimo barriera alla legge del tempo. Era primavera. Un sussulto al cuore, un’irragionevole trepidazione… Ma proprio in quello stesso, stravagante momento, un altro odore, un sottile odore di mele fermentate era venuto a  ferirmi  le narici… Un attimo, quanto era bastato per avvertirmi che il tempo ha la stolta abitudine di andare solo in avanti e mai si concede inversioni. Avevo riaperto gli occhi con un capogiro come d’ebbrezza, stentando a capire dov’ero e che stagione era.  Era uno dei primi giorni di settembre.

L’autunno precedente si era rivelato un inverno, l’inverno una fredda e asciutta primavera, brillante di sole, a marzo e aprile avevo avuto l’impressione di vivere nuovamente in patria; a maggio e giugno le giornate serene avevano preso il sopravvento su quelle torbide e piovose. Ma, dalla seconda settimana di luglio fino al giorno precedente, dal cielo non s’era visto che cadere acqua, caderne in tutte le forme… Era andato perso, con sgomento e tristezza, il sole di luglio e di agosto, a colmare la misura del dolore e del dispetto, tutte le lune piene estive erano rimaste celate dietro cupe coltri di nuvole. Avevo dovuto sforzarmi di ricordare i cieli stellati dell’estate precedente per credere che i cieli stellati esistessero ancora e che io stessa esistessi.

A fare incontrare i nostri occhi e incrociare le nostre parole, ora lo dico, era stato un cane. A vedere però più audacemente, più spregiudicatamente, anche l’inizio grottesco della storia era il segno della sua eccezionalità, indicava che sarebbe stata una storia unica, senza raffronti…

Ero arrivata quasi all’altezza del Lotto Laden… Ma sul marciapiede un tipico caso di ostruzione mi aveva fatta fermare: passanti si assiepavano intorno a un cane… Un turbinìo di figure con volti scialbi, ottusi e comuni. Sempre le stesse disgustose scene! Quante volte non mi ero già irritata con cani e padroni! Pane quotidiano per me. E anche quella volta non avevo potuto farne a meno. Ero andata in cerca di un testimone con cui sfogare la mia indignazione e la mia pena. Lo facevo spesso, e raramente ne trovavo uno all’altezza. Ma, quella volta, invece, ce n’era uno, in piedi contro il muro del Lotto Laden, che avrebbe curiosamente mostrato di comprendere. Era molto giovane, ma non lo notai subito. Nel primo attimo fu solo una figura qualunque della strada. Si stava fabbricando una sigaretta. 

“Ha visto che sconcezza?”, avevo domandato, temendo che avrei sprecato fiato e indignazione.

In questo paese è difficilissimo che qualcuno si sbilanci ad ammettere i fatti. Fu nello stesso momento, credo, che dovetti notare come fosse molto giovane. I giovani mi repellono. Per me sono marziani. Più alienati dei loro genitori e molto più dei loro nonni.

“Cosa intende?”, aveva risposto, sorridendo un po’ incredulo.

 “Il capannello che sta circondando quel lercio cane che ha appena evacuato sulla striscia d’erba. Passanti casuali e padrona lo stanno vezzeggiando amorosamente insieme. Socializzazione di strada oggi…”

“Lei ce l’ha coi cani?”, aveva replicato, leggermente sorpreso, riponendo con calma la sigaretta in una scatoletta metallica.

“Con i padroni… Ormai non si può fare un passo senza incontrarne subito dieci… Questo quartiere, proprio perché così ricco di prati e di giardini, ne è infestato. E’ divenuto un solo cesso all’aperto… I cani in città sono un abominio.”

Mi era parso di avvertire in lui la solita resistenza e, come al solito, avevo reagito esasperando il tono, come per scuoterlo, per vincere un’ostinata resistenza.

“A me sembra ancora più schifoso lo spettacolo di quelli che la raccolgono col sacchetto di plastica,” aveva però risposto, imprevistamente, lui.

Nella mia anima, un sospiro di sollievo. Ce n’era almeno uno che non negava l’evidenza per principio. Mi rilassai di colpo e pensai che non fosse tedesco. Del resto non ne aveva l’aspetto.

“Non posso darle torto… E’ disgustoso. E poi…”

“…Scusi, lei come mai è qui?”

La diversione mi aveva confusa leggermente.

“Come? Devo fare acquisti in quel negozio là…”

“E poi che farà?”

 “Una passeggiata… Passeggio molto…”

Avevo indicato la traversa dai piccoli alberi coi frutti rossi che si apriva di fronte.

La sua mi era parsa la domanda indiscreta di uno senza fantasia, senza esperienza di libertà, e avevo avuto una sensazione spiacevole.

“Non vorrebbe passeggiare con me?”, aveva però continuato lui, cogliendomi del tutto di sorpresa. “Ma lei è sicuramente sposata…”

“Infatti. Ma non è per questo… Non sono contraria per principio, però…”

“Non ci sarebbe nulla di male, no?”

“Beh, no.”

E invece mi ero sentita irrigidire. Per la frase logora e per non so che altro motivo… 

“I suoi occhi sono così dolci…”

“Ohohò!”, avevo esclamato, nuovamente presa alla sprovvista, alzandoli al cielo con scherzosa teatralità, per dissimulare il piacere che quella, che avevo percepito come una banalità, mi aveva tuttavia procurato.

“Sì, davvero…”

I suoi si erano fatti per un attimo limpidi laghi azzurri. Per ora catturai con stupore insensibile la fuggevole impressione, che avrei rievocato in seguito così spesso, dandone interpretazioni diverse a seconda dell’intensità del mio sentimento o della logorante altalena di fantasmagorici pensieri in cui mi addentravo per stabilire se mi avesse amata davvero o no.

“Ma io sono molto molto più vecchia di lei!”

“Non importa. Lei ha un aspetto molto molto più giovane… Che età ha?”, aveva domandato avvicinando un po’ il viso a scrutarmi.

“Non posso dirglielo… Le dico solo che sono a Monaco dall’ottantacinque, vengo dall’Italia. Lei di sicuro non era ancora nato.”

“Io sono in Germania dal novantacinque. Ho trentasei anni. Provengo dalla Bosnia.”

“Li sa nascondere bene. Avrei detto venti o ventidue…”

“Mi dia il suo numero di telefono, così che ci si possa rivedere…”, aveva osservato, tirando le sue bizzarre conclusioni, senza mostrare sorpresa o compiacimento per quella che non era stata una lode.

“Ha carta e penna?”  

“No, purtroppo.”

“Neanch’io. Ma… aspetti…” Avevo frugato brevemente nel portafoglio. Non so mai se ne ho ancora. “Forse le posso dare questo biglietto da visita. C’è su il mio pseudonimo di scrittrice e anche il sito dell’attuale editore dei miei libri… Mi potrebbe scrivere una e-mail…”

Mi ero sentita vagamente potente. E, nello stesso tempo, avevo temuto di metterlo in soggezione.

Ma neanche l’ombra. La sua splendida ignoranza di fanciullo lo preservava da quel genere di sentimenti, come avrei capito in seguito.

“Lo farò senz’altro.”

Aveva proteso di slancio la mano.

“Ma mi prometta di non fare uso del numero di telefono, di non farne abuso, intendo…”, avevo avuto l’accortezza di aggiungere, trattenendo tra due dita il biglietto che si stava dileguando tra le sue mani.

“Prometto! Le scriverò e…”

“Potremo incontrarci per bere qualcosa in quel locale là, per esempio…”

“Per passeggiare insieme…”, aveva ribadito lui, come non udendo. “Ma ora la devo lasciare, devo correre al lavoro… Sta per passare il mio tram… Arrivederci!”

“Arrivederci…”

Era corso via, agile e sottile, trentaseienne…

Tra noi un abisso di anni, di esperienze, di cultura… Ma Amore, a quanto pare, è il più spericolato, fantastico funambolo e sa saltare i crepacci con grazia…

 

Avrei potuto non uscire, quel pomeriggio, non andare in quella strada, avrei potuto non vedere quella scena, non sentire il bisogno di fare un commento, avrei potuto non sollevare lo sguardo verso di lui e rivolgergli la parola… e niente sarebbe avvenuto… Avrei continuato a vivere serena, appagata di Arte e Natura, di me e di Hans, della mia casa, del mio balcone fiorito.

Ma sono uscita, sono andata in quella strada, a quell’ora, ho visto quella scena, ho sentito il bisogno di commentarla, ho rivolto la parola a lui, che era lì, precisamente in quell’istante, un attimo dopo non ci sarebbe stato più… E la storia non sarebbe iniziata.

Come da due sconosciuti, diversi in tutto, può scaturire un sogno di luce? E come tutto questo può perire di nuovo, tornare nell’ombra, precipitare sulla nera crosta terrestre? Come due esseri, avvicinatisi per un momento al sole, possono d’un tratto perdere di nuovo le ali e precipitare nell’ombra?

Mi era apparso davanti al Lotto Laden, e io ero apparsa a lui, il luogo simbolico, dove il Caso imbroglia i suoi fili… Cosa era accaduto dentro di lui perché potesse vedermi come mi vide? E io rispondergli come gli risposi? E decidere di incontrarci di nuovo, e incontrarci, incontrarci ancora, decine e decine di volte?…

Come una circostanza banale, e persino sordida, può servire a mettere in moto un’eterea visione irragiungibilmente affascinante e poetica? Come da un essere, immerso completamente nella prosa della vita, può nascere una farfalla dai colori meravigliosi?

Se non l’avessi incontrato, avrei vissuto intatta da ansie, senza turbamenti, senza tremori, tormenti e senza felicità celestiale. Pericolosa felicità, quella, che rapisce a quota troppo alta e a cui è giocoforza assuefarsi come a una droga, felicità che lascia straziata e deserta l’anima che la perde.

Me la ero meritata, la pace dello spirito, me la ero guadagnata, l’avevo strappata con lotte e travagli da stancare cento energumeni… E sette anni prima avevo giurato a me stessa che non sarei più, per nessuna ragione, caduta nella dipendenza da un altro. E non vi ero infatti caduta, fino a quel giorno…

 

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“D’Argolo e Ginevra trasgressive le avventure”

9783939901167_0_200_314_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Esitato avèa però Ginevra di fronte al maritozzo, che, di densa panna pregno, sempre molto le solleticava il gargarozzo, ma, del fegato a cagione, era prevalsa, poi, su gola la ragione.

Esilarante. D’Argolo e Ginevra trasgressive le avventure, di Lodovica San Guedoro per Felix Krull, candidata quest’anno allo Strega con L’allegro manicomio, è un gioco d’artista delizioso che si legge con gaiezza e fluidità. Sono ragazzi, si amano, stanno insieme, sembrano Robert Redford e Jane Fonda in A piedi nudi nel parco: solo che, anziché a New York, girellano per una Roma che raccontata così sembra ancora animata soltanto dalle botticelle, trainate da placidi cavalli scalpiccianti, e non da un traffico bipolare di veicoli che, nel caso si debba fare un trasloco tra Monteverde, via di Donna Olimpia per la precisione, e il quartiere Trieste, come nel caso narrato, fa passar la voglia anche solo di pensarci, benché la distanza non sia poi così immensa. E poi la lingua, il ritmo, la metrica che utilizza la San Guedoro sono nei fatti una dichiarazione di poetica, di andare oltre le convenzioni che non può non conquistare l’attenzione. Da non lasciarsi sfuggire.

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“L’allegro manicomio”

3149462di Gabriele Ottaviani

Inorgoglito, Papino cerca d’intromettersi per raccontare in prima persona l’episodio della sua riscossa ed esprimere il suo sdegno per l’esecrabile comportamento di Alfonso il Tiranno, ma Mammina è troppo infervorata per permetterglielo.

Peccato per qualche refuso di troppo e per quella terza persona del verbo essere al presente indicativo che, quando maiuscola, è scritta E’ (horribile visu!) anziché È, come deve essere: ma certo il romanzo di Lodovica San Guedoro, che rientra nella longlist del premio Strega di quest’anno, è senza ombra di dubbio molto interessante. Perché sembra provenire direttamente da un tempo antico, da una dimensione altra, aprire uno spiraglio su un mondo che non c’è più, ma che eppure esiste, perché è dentro di noi, alla base di ciò che siamo, costruisce e costituisce lo scheletro dei nostri affetti, delle nostre personalità, delle dinamiche che fanno sì che noi uomini, animali sociali per definizione, interagiamo gli uni con gli altri, tra menzogne, scaramucce, segreti, verità, affetti, battibecchi e tutti gli altri sapori della vita. Tre coppie e una località tirolese che traspare incantevole dalle pagine, una commedia umana aggraziata e piena di dettagli, finemente cesellata e ben caratterizzata: L’allegro manicomio, Felix Krull.

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Lodovica San Guedoro: “Uomo, non scimpanzé”

Lodovica-San-Guedorodi Gabriele Ottaviani

Autrice di numerose pubblicazioni, è nella longlist dello Strega: Convenzionali intervista Lodovica San Guedoro.

Come è nata l’idea per il suo ultimo romanzo? 

L’allegro manicomio, ovvero nove giorni di villeggiatura in famiglia è un romanzo-commedia autobiografico e l’autrice è anche uno dei sei personaggi  che si contendono la scena: tre coppie esatte. Folleggianti. Il luogo dell’azione è una località del Tirolo austriaco, dove risiede la coppia anziana, i miei suoceri, pazzerelli. È stata la pressione di tutto il materiale umano  accumulatosi nel corso di più di una villeggiatura a farmi infine impugnare la penna: almeno ci avrei ricavato un vantaggio pratico. E, in effetti, dopo averci scritto su una commedia radiofonica, più volte replicata, ne ho fatto anche un romanzo che ora concorre per lo Strega.

Quale è stata la sua reazione nel momento in cui è venuta a conoscenza della candidatura?

La candidatura allo Strega non è giunta completamente inaspettata. È stata una conquista dell’implacabile, teutonica perseveranza del mio editore, piccolo ma molto  sicuro di  sé e combattivo. La mia reazione non è stata quindi tanto di sorpresa quanto di gioia e di leggerezza: il merito veniva finalmente premiato!

Cosa significa per lei scrivere? 

Che domanda! Scrivere è per me più che mangiare, più che respirare, più che volare. Potrei rinunciare a tutto, ma non allo scrivere. È la mia prima vita.

Qual è l’aspetto più importante di cui tenere conto quando si narra una storia? 

Tutti gli aspetti. Ma, se devo metterne in evidenza uno, è il godimento estetico. Se, nello scrivere un romanzo, provo un intenso piacere, se provo gioia vitale, anche il lettore proverà piacere e gioia. In realtà però, mentre creo, penso solo a me stessa e alla mia Musa.

Quale storia vorrebbe raccontare?

Ne ho raccontate tante! Ora in particolare, mentre sono impegnata con una storia d’amore molto romantica e delicata, sono stuzzicata dall’idea di scrivere un pamphlet sull’islamismo quotidiano del mondo occidentale, per sfatare la comoda convinzione che islamisti siano solo i maomettani.

Qual è il compito della letteratura? 

Ricordare all’uomo che è uomo e non scimpanzé.

Convenzionali si occupa anche di cinema: c’è un film per lei particolarmente significativo? Quale? E perché?

Ce ne sono diversi. Ma quello che mi è più caro è Les enfants du paradis di Marcel Carné. L’ho visto una decina di volte: in francese, in tedesco e persino in italiano. È il film più poetico, più etereo, crudele e affascinante. Colgo l’occasione per far notare che la versione italiana è ignobilmente mutilata: un disastro culturale nazionale.

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