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“L’occhio del male”

41XF1O0IREL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi bloccò le braccia lungo i fianchi e cercò di spingermi verso l’auto. Sentivo il suo respiro caldo sul viso. Percepivo l’odore del suo corpo – la calda insistenza sudaticcia di un corpo maschile. Ero troppo spaventata per urlare. Non riuscivo a inspirare.

L’occhio del male, Joyce Carol Oates, traduzione di Salvatore Serù, Bompiani. Malocchio, Così vicino. In ogni momento. Sempre, L’esecuzione, Il pianale. Quattro racconti. Uno più bello dell’altro, ognuno talmente compiuto da sembrare un vero e proprio romanzo, benché sintetico, per la quantità di suggestioni che riesce a stimolare nel lettore, ognuno evocativo e capace di toccare le corde dell’anima, diverse a seconda di chi ne fruisce. Tanto che ognuno potrà, se vorrà, scegliere il suo preferito (benché oggettivamente L’esecuzione paia avere una marcia in più, anche se forse non ha granché senso graduare l’eccellenza…). Di nuovo sugli scaffali italiani un libro di una delle voci più importanti della letteratura moderna e contemporanea, una voce mai banale, mai ripetitiva, sempre fedele a sé stessa eppure ogni volta originale. È l’amore, come in fondo sempre nella narrativa della formidabile scrittrice, il tema centrale, visto attraverso una lente di ingrandimento che deforma e buca il foglio, scava nelle profondità, va in cerca della luce nei recessi più bui. Sono i segreti, le passioni, le tensioni, la follia, la violenza a spadroneggiare, attraverso un turbinio di emozioni che attanagliano come la più riuscita delle storie poliziesche. Imperdibile.

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