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“L’inganno delle pensioni”

pensioni_fronte_lowdi Gabriele Ottaviani

Le proposte contenute nel contratto del “governo del cambiamento”, invece, non fanno riferimento al meccanismo dell’adeguamento all’aspettativa di vita. L’autore del testo – l’economista ed ex sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla – però ha subito precisato che «l’adeguamento all’aspettativa di vita rimane perché è un elemento fondamentale del sistema». E ancora: «Non è possibile immaginare di andare in pensione oggi a 60 anni quando l’aspettativa di vita media è di circa 84 anni». Insomma, a parte l’introduzione di Quota 100 e di Quota 41 e mezzo, il meccanismo rimane tutto, confermando l’innalzamento dell’età pensionabile per tutte le soglie già previste. Una vera beffa. Si dice di voler “cancellare la Fornero” e invece si mantiene la sua norma più impattante, specie per il futuro. Per gran parte dei giovani e dei precari la prospettiva rimane andare in pensione a settant’anni suonati con un assegno da fame.

L’inganno delle pensioni – Come l’austerity previdenziale è stata usata per fare cassa alimentando lo scontro generazionale, Massimo Franchi, Imprimatur. Il problema non è solo la legge Fornero, che il nuovo governo ha promesso di abolire, ma non è stata intavolata ancora la benché minima discussione costruttiva, e le prospettive, come si legge nella citazione in esergo, non sono propriamente rosee (verrebbe da declamare, per antifrasi, che L’è el  di Mortalegher!), anzi, e che tra l’altro da un certo punto di vista corregge anche una sperequazione e un vulnus, visto che con le vecchie norme l’assegno della pensione veniva calcolato solo in base alla retribuzione degli ultimi dieci anni di lavoro, quando si presume che lo stipendio sia più alto (se nel frattempo non si è stati costretti, però, a cambiare mestiere, perché magari l’azienda ha chiuso i battenti, e quindi alla fine ci si rimette), e invece ora il parametro, più equo, almeno in apparenza, sono i contributi versati. Sistema che però c’è solo in Italia, Svezia e Lettonia: tutti gli altri paesi utilizzano in tutto o in parte il sistema retributivo. Ma allora com’è possibile che questa sia stata considerata l’unica ricetta adeguata per salvare capra e cavoli, bilancio e assistenza? Gli esodati, di fatto, sono persone che hanno subito un marchiano torto dallo stato, e ancora non si sa quanti effettivamente siano costoro, colpiti dalla riforma e rimasti senza stipendio, senza pensione e senza ammortizzatori per un lungo periodo a causa dell’innalzamento improvviso di almeno cinque anni dell’età pensionabile. Il problema, in ogni modo, è davvero complesso e soprattutto annoso. Prima è stata data letteralmente a tutti anche se requisiti veri e propri non ce n’erano. Ti va male un raccolto? Ti do la pensione. Ti va di lavorare nella scuola pubblica tredici anni e un giorno e poi startene a casa a fare i tuoi comodi? Ti do la pensione. Non versi i contributi perché evadi e poi diventi anziano e risulti nullatenente? Ti regalo la pensione sociale. E poi ci si è accorti – in realtà si è sempre saputo, è stato il popolo pian piano a cominciare a ragionare, a rendersi conto che ciò che gli faceva comodo nell’immediato gli si sarebbe ritorto contro nel lungo termine – che in questo modo si conquistavano i voti ma si penalizzava chi era, a vario titolo, in difficoltà per davvero: insomma, la solita differenza tra chi fa politica, e dunque è interessato solo alla poltrona, e chi è uno statista, e si preoccupa delle prossime generazioni. Che ora sono in conflitto, l’una contro l’altra armate in una vera e propria guerra tra poveri: prima si lasciava il lavoro troppo presto e si veniva mantenuti per decenni (complice la fortunata evenienza dell’allungamento della vita media), adesso, in una società che grazie al cielo è per tradizione risparmiatrice e ha sempre avuto, a differenza di altre nazioni, il culto della casa di proprietà (d’altronde spesso la rata di un mutuo è uguale a quella di un affitto, con la differenza che almeno si possiede qualcosa…) fa assai meno figli – anche perché talvolta non se li può proprio permettere, visto che gli ammortizzatori sociali più efficaci rimasti sono i nonni, che però eterni non sono… -, troppo tardi. Col risultato che si resta in ufficio, in negozio, in fabbrica o in qualunque altro posto anche da vecchi, stanchi, affaticati, malati, disillusi, disamorati, non più lucidi e aggiornati, bramosi solo del meritato riposo dopo una vita di sacrifici (per chi li ha fatti, beninteso). Ma non si può andarsene, di che si vivrebbe? Impieghi nuovi d’altro canto non se ne creano, e quindi i giovani iniziano a poter avere delle instabili basi su cui costruire il proprio futuro a un’età nella quale ormai giovani non sono più, e nemmeno da poco: e non parliamo poi di tutti gli altri problemi che riguardano l’accesso al mondo del lavoro, questa è solo la punta dell’iceberg… Massimo Franchi, con stile naturalmente divulgativo, tratteggia fin nel minimo dettaglio il panorama relativo a uno dei principali connotati del tessuto economico, politico e sociale del nostro paese: da leggere.

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