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“Paradiso bugiardo”

51l74n42U+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fu come se la scena di quel giorno avesse sonnecchiato in me tutto quel tempo per poi…

Non ha nulla da invidiare a Fausta Cialente o a tante autrici più note Camilla Salvago Raggi, la cui prosa è delicata, divertente, divertita, lieve ma mai superficiale, ironica, sottile, raffinata: Paradiso bugiardo (Lindau) è un volumetto agilissimo e prezioso che, con accenti à la Ernaux, indaga la dimensione della memoria e degli scherzi che gioca, della finzione che innesta sulla realtà per far meglio vivere, della familiarità, dell’infanzia, edificando un Bildungsroman privo di sterile nostalgia e imbevuto di tenerezza: incantevole ed emozionante. Quali segreti il tempo nasconde, quali misteri è destinato fluendo a svelare?

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“Amore che viene, amore che va”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’erano fra i due pause dense…

Traduttrice anche di Conrad e Wilde, Camilla Salvago Raggi ama, e si vede, e del resto come darle torto, Virginia Woolf, e quando esce dalla dimensione dell’autobiografia, fermo restando che ogni scrittore, come in generale ogni artefice, non può che, anche quando inventa mondi altri, dar voce nella sua creatura a una parte intima di sé, riesce persino a essere addirittura più intensa di quanto già non sia d’abitudine: Amore che viene, amore che va (Lindau), raccolta splendida sin dal titolo deandriano – ante litteram – e dunque come l’autrice genovesissimo, antologizza racconti editi, amati finanche dalla Banti, e inediti, e attraverso le limpide prose di La bella gente, Quando ero paggio, Solo un breve paggio, Prima o poi, L’asta Malinverni, Da quali lontananze, Cieli aperti, Abschied, Padre Filippo, Un’estate ancora e La padrona giovane, ognuna delle quali è in nuce un romanzo compiuto e perfetto, indaga la multiforme e caleidoscopica commedia umana.

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Libri

“Lontani parenti”

51MIWjlq7QL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sarà tempo di darle marito: parlarne con Porchetto, dice fra sé.

La letteratura di Camilla Salvago Raggi è un tessuto caldo e prezioso, un arazzo finissimo, un vino prelibato che, per non destabilizzare il palato, come ai tempi di Polifemo, è sapientemente amalgamato con acqua e miele profumato, affinché la bontà ne sia esaltata: si immerge e fa immergere nella dimensione proustiana della memoria, prendendo le mosse da storie familiari in cui si riverberano sentimenti universali e riconoscibili, che edificano una connessione comunicativa con tutti i lettori. Lontani parenti (Lindau) è un ritratto assai vivido e di rara piacevolezza di due figure remote nel tempo, due ramoscelli antichi del suo albero genealogico nei cui blasoni compaiono anche, per lo sdegno della nonna, maiali e striglie, che certo non sono eleganti come cavalli rampanti, una Druda – e il nome suggerisce suggestioni prosaiche assai – del dodicesimo secolo e il posteriore magnifico Leonardo, la cui personalità emerge a partire dall’inventario degli oggetti lasciati in eredità, le cose che restano, retaggi che non sono solo materiali, ma rievocano gesti, abitudini che allignano nel cuore, che formano l’identità. Da leggere, rileggere e far leggere.

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“L’oro e l’oblio”

410rTNB9LPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quello che avevo da dirgli era terribile e l’avrebbe fatto soffrire…

L’oro e l’oblio, Anne Cuneo, Lindau. Un’indagine di Marie Machiavelli. Traduzione di Annalisa Izzo. Non c’è proprio nulla in realtà che faccia pensare a un incidente di volo, eppure è proprio così che le forze dell’ordine archiviano il tragico schianto di un aliante nel quale passa a miglior vita un avvocato giovane, brillante e di belle speranze, almeno stando a quel che, appunto, appare. L’ispettore Léon, per citare Montalbano, non se ne fa persuaso, e quindi chiede a Marie Machiavelli, che ha già nel cognome un destino d’acume, ed è una detective, di investigare. Siamo negli anni Novanta del secolo scorso, l’ultimo del millennio passato, tra Ginevra e Losanna, nella placida e neutrale confederazione elvetica dove molti beni delle famiglie ebraiche in tempo di guerra sono stati consegnati. E fatti sparire… Ottimo.

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Libri

“Frotte di pesci rossi”

51J3RYxOz6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fukuichi è un uomo della peggior specie. È davvero come una cimice d’acqua gigante.

Frotte di pesci rossi, Okamoto Kanoko, Lindau, traduzione e note a cura di Fujimoto Yūko, prefazione di Dacia Maraini. Anticonvenzionale, ancora inedita in Italia, ribelle, sorprendente, appassionata e appassionante, una vera, preziosissima scoperta, una figura modernissima e preconizzatrice, da non lasciarsi sfuggire assolutamente, una voce stentorea e al tempo medesimo delicatissima, dalle mille sfumature, capace di indagare con precisione chirurgica l’animo umano nella sua innata e caleidoscopica complessità, con questi tre racconti, il primo che dà il titolo alla bella edizione, Nel Settentrione e Il genio famigliare, Okamoto Kanoko, nata da una famiglia di notabili e possidenti nipponici e vissuta a cavallo tra il milleottocentoottantanove e il millenovecentotrentanove, narratrice, saggista e poetessa, si manifesta in tutto il suo incantevole e prezioso splendore. Da leggere.

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Intervista, Libri

“Frotte di pesci rossi”: intervista alla traduttrice

51J3RYxOz6L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha recensito per voi lo splendido Frotte di pesci rossi, tradotto da Yūko Fujimoto, di squisita gentilezza, che abbiamo l’enorme piacere e la somma gioia di intervistare.

Che libro è Frotte di pesci rossi?

Si tratta di un’antologia, anzi di un ‘trittico’ di racconti che ho personalmente selezionato e ordinato in successione cronologica. Io li intendo un po’ come una ‘sezione aurea’ dell’ultima – e più squisita – produzione novellistica dell’autrice giapponese, ancora (quasi) del tutto sconosciuta all’estero e (per me inspiegabilmente) inedita fino a oggi qui in Italia.

Come definirebbe la scrittura di Okamoto Kanoko?

È quanto di più simile in Giappone alla écriture artiste dei grandi francesi di fine ‘800/inizio ‘900, direi. Okamoto scrive in una lingua ricca e screziata, in uno stile elegante e complesso, capace d’infiniti sottotoni e sfumature: qualcosa a cui non si è abituati, se si proviene dalle letture di tanti contemporanei ‘minimalisti’ e (volutamente) un po’ sciatti…

Quale aspetto l’ha colpita maggiormente dal suo punto di vista di traduttrice?

Appunto questo, quello di una lingua ormai inconsueta anche ai giapponesi d’oggi, oltre alla dovizia di riferimenti culturali (né soltanto attinenti alla sfera estemo-orientale: anche l’Occidente, come del resto in tutta la letteratura giapponese dell’epoca fra le due Guerre Mondiali, fa sentire la sua eco, benché rarefatta e curiosamente distorta, com’è forse inevitabile…

Che significa tradurre per lei?

Per me, che sono giapponese e che ho essenzialmente esperienze d’insegnamento al mio attivo, rappresenta una prova (piuttosto dura, per la verità) di approccio con un mondo totalmente altro e interessantissimo: quello della mia lingua di adozione, l’italiano – ma non l’italiano delle chiacchiere quotidiane, della spesa al supermercato o della burocrazia, dell’amministrazione pubblica o accademica, bensì l’italiano nella sua forma più nobile, l’italiano della scrittura letteraria. Ed è un esercizio – anzi: un’ascesi, vorrei dire – che esige la presenza di Editor comprensivi e competenti, che credono come me nella ‘collegialità’ di questo tipo di lavoro, che non si può affrontare in completa solitudine, in un dialogo “da sola a sola” (tra te e l’autrice, tra te e una ‘lingua d’arrivo’ che, per quanto la si conosca più o meno bene, offre sempre sorprese: il confronto con uno o più professionisti di madrelingua è essenziale). Ma credo che su questo si possano trovare d’accordo gli ormai numerosi traduttori italiani dal giapponese, che immagino risolvano i loro problemi a monte. Io invece, in quanto giapponese, lavoro “a valle”: è lì che trovo le mie dighe, gli sbarramenti, le chiuse – oltrepassate le quali, il corso del fiume diviene infine più placido, fino al mare…

Che cos’è la letteratura?

Una testimonianza del nostro passare in questo “mondo fluttuante”. Come dice un antico poeta cinese: “come d’inverno le orme di una fila di anatroccoli sulla neve”.

Quale libro vorrebbe tradurre?

Sto pensando – ma non so se l’Editore mi permetterebbe di svelare un segreto… – e mi limito allora a dire qualcosa di più lontano dall’immediato; mi piace da sempre tradurre qualche classico moderno della poesia giapponese: Yosano Akiko, ad esempio, o il mio amato Takamura Kotaro (di cui ho pubblicato vari anni fa un piccolo contributo per “Semicerchio”: cfr. http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/SC37_Takamura.pdf, che vedo ora riecheggiato su “Girodivite”: http://www.girodivite.it/La-poesia-della-settimana-Takamura.html ). Ecco, se qualcuno mi consentisse di pubblicarlo, vorrei tradurre integralmente in italiano il Canzoniere per Chieko di Takamura..: ma si legge ancora poesia in Italia?

Quali sono i suoi volumi del cuore?

Per primo, senz’altro il Genji Monogatari, il “Romanzo del Principe Splendente”, capolavoro dell’epoca Heian. Venendo ai giorni nostri, direi Miyao Tomiko, una scrittrice contemporanea estremamente sensibile a tematiche personalistiche e femminili. Il suo romanzo più bello, a mio parere, è Kinone (“Su il sipario”, approssimativamente: il titolo riproduce l’onomatopea del battito di due stecche di legno che danno l’inizio a una rappresentazione di dramma kabuki. Un po’ come il ciak! cinematografico, insomma…).

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“Il drago riluttante”

41WU8ktyhKL._AC_US218_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Ricordate che dovete fare la vostra parte nel combattimento, signor drago!

Il drago riluttante, Kenneth Grahame, Lindau, traduzione di Federico Zaniboni. Il pregiudizio, si sa, è il padre di tutti i mali: e così per antonomasia un drago non può che essere una creatura mostruosa e malvagia che sputa fuoco. Ma il protagonista di quest’avventura, un delizioso apologo che indaga la complessa molteplicità dell’anima, un ragazzo, non si lascia affatto intimidire dai racconti paterni, e decide di addentrarsi nel bosco per fare la conoscenza di questo rettilone che in realtà è invece tutto fuorché crudele. Il problema è che però l’oscurantismo non sente ragioni, e quando arriva addirittura San Giorgio lancia in resta volto a sgominarlo come si potrà fare per evitare che questa strana amicizia abbia una tragica fine? Da non lasciarsi sfuggire.

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“Cattolici”

41yCjIffkNL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Deve essere molto gratificante pensare che le tue azioni possano veramente cambiare un po’ il mondo in cui viviamo.

Cattolici, Brian Moore, Lindau. Traduzione di Pier Maria Allolio. La tradizionale e cosiddetta fede dei padri, con tanto di messa in latino e liturgia ratificata nientedimeno che dal concilio di Trento, l’apoteosi della controriforma, viene ancora praticata con estrema osservanza da una comunità di monaci su una piccola isola al largo della frastagliata costa d’Irlanda, che diventa improvvisamente un caso mediatico internazionale che in Vaticano, laddove invece si sta aprendo alla contaminazione e al secolarismo, non è affatto visto di buon occhio: inizia quindi un vero e proprio scontro, più psicologico che dogmatico, in verità… Un romanzo breve e fulminante, da non perdere.

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“Le cose intorno”

41OZt+MJlZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Hanno una vita le cose? Direi proprio di sì. Una vita invisibile scorre in loro…

Le cose intorno, Camilla Salvago Raggi, Lindau. Ci sono cose che volano e cose che restano, scrive Emily Dickinson. E le cose sono la nostra definizione. Ogni vita è circondata, costeggiata, punteggiata, colorata, ingombrata di oggetti. Che, inanimati, si animano dei ricordi che rievocano. Libri, mobili, foto, dipinti: sono tracce. Segnali. Simboli. Punti di riferimento. Camilla Salvago Raggi si guarda intorno, e attorno a sé tutto le ricorda la storia, la sua e quella di chi a vario titolo ha fatto parte della sua esistenza: con la consueta prosa cristallina ed elegantissima la vedova del grande e troppo poco celebrato Marcello Venturi, scrittrice sopraffina le cui rimembranze sono scrigno preziosissimo e ricco, come una cornucopia, ci conduce per mano nel Monferrato, nel mondo, nella memoria. Da non perdere per nessuna ragione.

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Libri

“Ritratto di un matrimonio”

Ritratto-di-un-matrimonio_large.jpgdi Gabriele Ottaviani

Harold mi appare perfetto. Così allegro, così divertente, così intelligente, così giovane…

Ritratto di un matrimonio, Nigel Nicolson, Lindau, traduzione di Pier Francesco Paolini. Non c’è cosa più bella, necessaria e difficile al mondo che amarsi. E ognuno lo fa a modo suo. Lei era gay. Lui pure. Lei era intellettuale. Lui pure. Lei apparteneva all’aristocrazia. Lui pure. Lei era inglese. Lui pure. Lei scriveva. Benissimo. Lui pure. Lei muore per prima. E in lui in quel momento qualcosa si spezza. Sono sempre stati innamorati di qualcun altro e si sono sempre amati. Sono stati insieme felicemente per mezzo secolo. Hanno avuto dei figli. Uno dei quali, Nigel, raccogliendo l’autobiografia-confessione – rimasta inedita fino alla morte della sua artefice e protagonista – della mamma, racconta la loro storia. Lei era Vita Sackville-West. Lui Harold Nicolson. Il ritratto, loro, del loro tempo, del loro mondo, della loro esistenza, è da non perdere.

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