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“La promessa di un’estate”

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«Non si può essere medici e suonare il pianoforte?» le chiese. «Il tuo vecchio padre ha ancora le sue risorse, eh? Te la sei cavata bene.» «Esatto! E se non si fosse svegliato, come me la sarei cavata? Con le manette ai polsi per aver messo a repentaglio la vita di un uomo?» «Dimmi un po’, è morto o sta meglio? Hai corso dei rischi per soccorrere qualcuno, questo ti fa onore. Vorresti biasimarmi?» domandò Raymond con una punta di ironia nella voce. Thomas ci pensò un istante e si voltò verso suo padre. «Che cosa è successo esattamente mentre aiutavo quell’uomo?» «Mentre aiutavamo! Mi sembra di averti assistito, o sbaglio?.» «Proprio come pensavo. È una mia impressione o parlavi attraverso di me?» «Propenderei per un’impressione… non mi sarei mai permesso.» «Strano… ho detto cose di cui non capivo il senso, e pronunciato parole che non conoscevo. Come se tu mi possedessi.» «Non capisco di cosa ti preoccupi. L’importante è quello che hai fatto, non quello che hai detto.» «Be’, non riprovarci. Quella sensazione era orrenda. Mi sembrava che tu esistessi dentro di me.» «Il sogno di ogni genitore! Continuare a esistere nel cuore dei propri figli» osservò Raymond, beffardo. «E non farne un dramma. Tua madre parlava sempre al posto tuo quando eri piccolo. Facevo una domanda a te ed era lei a rispondere.» «Mi giunge nuova questa gelosia.» «Di cosa stai parlando? Ti conviene riposarti. Ci aspettano diverse faccende spinose.»

La promessa di un’estate, Marc Levy, Rizzoli. Traduzione di Bérénice Capatti. Thomas è uno tra i più talentuosi pianisti di Francia, eppure il suo debutto sulle note del difficilissimo Concerto n. 2 di Rachmaninov è un flop: tutto questo perché in platea si palesa nientedimeno che il fantasma di suo padre Raymond, che ha bisogno di lui, nemmeno fosse Amleto, per un favore, non una vendetta, ma l’occasione di ricongiungersi alla donna amata, però solo platonicamente, per il tramite di un rito che ha dell’incredibile. Eppure, come la potenza dei sentimenti, è al tempo stesso logico e irrazionale, irresistibile e magnifico: scritto in stato di grazia, sembra un incrocio tra A qualcuno piace caldo e La vita è meravigliosa. Un incanto da leggere, rileggere, far leggere.

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“L’appuntamento degli insonni”

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Lei mi ha iniziata alla musica, lei mi ha insegnato ad ascoltarla davvero, al di là dell’immaginazione e delle emozioni che suscita. La ricchezza timbrica, la successione delle diverse melodie, le variazioni tonali. Nel mezzo del concerto mi dice a voce bassa: «Ascolta bene, lì, la modulazione da maggiore in minore». Non so esattamente che cosa voglia dire, non ne so nulla, ma obbedisco e ho l’impressione di percepire un gioco di ombre e di luci. Mi fido di lei, è sempre lei a scegliere il concerto. Sa soltanto che non deve mai più portarmi a sentire Wagner. Una sera, all’opera, è riuscito a farmi impazzire più ancora della mia insonnia. «Dai, non è niente, non te la prendere». Sono parole semplici, ma se a dirle è una persona cara che le pronuncia in modo tranquillo hanno un potere consolatorio inestimabile…

L’appuntamento degli insonni, Gabrielle Levy, Salani, traduzione di Paolo Bianchi. La privazione del sonno è una vera e propria tortura, che viene adoperata finanche per farsi confessare i segreti che debbono essere custoditi nel modo più strettamente confidenziale: cinque persone che non hanno nulla fra di loro in comune, se non appunto il fatto di non riuscire a lasciarsi andare al giusto, meritato, salubre e necessario riposo fra le accoglienti braccia di Morfeo, piacere di cui spesso non si riesce a godere per molteplici fattori, iniziano quindi una periodica terapia di gruppo. Accorgendosi pertanto che le differenze sono molto meno marcate delle affinità, e che… Gabrielle Levy, con voce lirica e canora, indaga la fragilità umana: grazioso e profondo.

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“La speranza oggi”

71PdAbdm1fL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

J.-P. S.: Lo penso. Ma bisognerà definire bene che cosa voglia dire qui società. Non è la democrazia o la pseudo-democrazia della Quinta Repubblica. Si tratta di un rapporto completamente diverso degli uomini tra di loro. Non è neanche il rapporto socioeconomico che Marx ha contemplato.

L.: Nel tuo estenuante dibattito col marxismo, non hai cercato di fondo ciò che oggi si definisce come desiderio di società, al fine di uscire dalla dialettica della malafede de L’essere e il nulla?

J.-P. S.: Senza alcun dubbio.

L.: Tu hai pensato di aprire una prospettiva morale alla fine de L’essere e il nulla, e poi non abbiamo avuto un libro sulla morale ma questo dibattito col marxismo. Si vede che probabilmente queste due cose sono intimamente connesse.

J.-P. S.: Intimamente.

L.: Tu hai creduto che si sarebbe potuta aggirare la situazione di stallo dove era sfociato L’essere e il nulla mediante il senso della storia per come è stato definito da Hegel e dal   marxismo.

J.-P. S.: Sì, ma solo a grandi linee. E dopo ho pensato che bisognava andare assolutamente altrove. Ed è ciò che sto facendo ora. Ti dirò che questa ricerca dei  veri fini sociali della morale si associa all’idea di ritrovare un principio per la sinistra per come è oggi. Questa sinistra che ha lasciato andare tutto, e che è attualmente schiacciata, che lascia trionfare una destra disgraziata.

L.: E puttana.

J.-P. S.: Dal momento che dico “la destra”, per me ciò vuol dire figli di puttana. Questa sinistra muore, ma allora è l’uomo che muore in questo momento; altrimenti, bisogna che si ritrovino dei principi. Io vorrei che la nostra discussione qui fosse la bozza di una morale e allo stesso tempo il ritrovamento dei veri principi della sinistra.

L.: La prima approssimazione alla quale perveniamo oggi è che il principio della sinistra ha un qualche rapporto, in qualche modo, con il desiderio di società.

J.-P. S.: Assolutamente, e con la speranza. Vedi: le mie opere sono uno scacco. Non ho detto tutto ciò che volevo dire né nel modo in cui avrei voluto dirlo. Certe volte, nella mia vita, questo mi ha ferito profondamente e, altre volte, ho ignorato i miei errori e pensato che avevo fatto ciò che avevo voluto. Ma adesso, non penso più né l’una né l’altra cosa. Io penso che ho fatto più o meno ciò che ho potuto, che valeva quel che valeva, il futuro smentirà molte delle mie affermazioni; io spero che alcune saranno conservate, ma comunque c’è un movimento lento nella storia verso una presa di coscienza dell’uomo sull’uomo. In quel momento, tutto ciò che sarà stato fatto in passato prenderà il suo posto, il suo valore.      Per esempio ciò che io ho scritto. È questo che donerà a tutto ciò che abbiamo fatto e faremo una sorta d’immortalità. In altre parole, bisogna credere nel progresso. E potrebbe essere una delle mie ultime ingenuità.

Jean-Paul Sartre, Benny Lévy, La speranza oggi – Le interviste del 1980, Mimesis. A cura di Maria Russo. Non è la Titina, eppure c’è chi la cerca e non la trova. È la sinistra. Ed è per certi versi decisamente sconfortante il fatto che la situazione fosse questa già quasi quarant’anni fa, quando certe ideologie comunque, bene o male, erano ancora in piedi, i sindacati avevano ancora una rappresentanza e si ponevano con alterità rispetto ai padroni, quando pensatori di straordinario prestigio erano ancora vivi, quando la politica era vissuta vibrando di speranza, quando ci si vergognava, e non ci si inorgogliva, dei pensieri meschini e delle cose che non si sapevano, e ci si poneva come obiettivo di migliorare, quando non ci si nascondeva dietro a un monitor per dare sfogo alla propria pochezza: Sartre e Lévy conversano, e le loro parole sono più attuali e significative che mai.

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“Come l’acqua che spezza la polvere”

51LQZhNbjtL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono tre notti che non dormo.

Come l’acqua che spezza la polvere, Deborah Levy, Garzanti. Traduzione di Stefania Cherchi. Non c’è meta più difficile da raggiungere per chi scrive di una semplicità che sia però densa, mai banale, ricca di sfumature, stratificata come una roccia che conserva immortale la memoria del tempo trascorso: Deborah Levy questa meta, pare evidente, non solo l’ha conquistata, la abita. Forse l’ha addirittura edificata, come una casa che è emblema della straordinarietà del quotidiano, in cui ci si riverbera e riconosce: in questo caso specifico, sotto il sole cocente del sud della Spagna, due donne, madre e figlia, si ritrovano a fare i conti con la propria esistenza. E… Impressionante, emozionante, bellissimo.

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“Le regole non valgono”

41w53+T55KL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non voleva che per me il bambino fosse più importante di lei.

Le regole non valgono, Ariel Levy, Bompiani. Traduzione di Claudia Durastanti. Prima c’è un’esistenza normale, ispirata al sacro principio dell’autodeterminazione, contro quelle regole che vengono percepite come mere tradizioni svuotate di ogni primigenio significato dal perbenismo che le ha determinate, di farsi artefici del proprio destino. Poi non c’è più nulla. Tutto esplode, si disfa, si sgretola, svanisce, crolla, scompare. E non resta più nulla. Se non una nuova consapevolezza. Legata al fatto che non tutto si può dominare, controllare, decidere, programmare, fissare, stabilire. Esistono cose che sfuggono alle categorie, sensazioni che non hanno un nome, eppure esistono. Ariel Levy, bellissima e bravissima, in pochi mesi perde il figlio che porta in grembo, la moglie che precipita nel gorgo dell’alcolismo e la casa. E ha anche una relazione extraconiugale. Eppure, appunto, se ci sono, come ci sono, cose che volano, esistono anche cose che restano, punti di riferimento da cui ripartire. Intenso e dall’apparenza davvero sincera, Le regole non valgono è un memoir tenero e duro insieme, dolceamaro ed emozionante.

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