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“Lettere”

di Gabriele Ottaviani

Ems 5/17 giugno/75.

Stimatissima e carissima Elena Pavlovna,

Vi scrivo da Ems (nei pressi del Reno), dove mi sto curando con le acque minerali del luogo per la mia malattia polmonare. I dottori mi hanno consigliato in coro di venire qui e mi hanno messo di fronte agli esiti peggiori se non fossi venuto (come è successo al defunto P.M. Leont’ev che soffriva della stessa malattia). L’anno scorso venire a Ems mi è stato di grande giovamento e certamente adesso capisco con chiarezza che se l’estate scorsa non fossi stato a Ems, probabilmente quest’inverno sarei morto. Di questa malattia si muore a volte all’improvviso, per la più lieve indisposizione, per un raffreddore, se la malattia ha preso ormai possesso dell’organismo. Sto qui, bevo l’acqua e mi annoio talmente tanto che temo di impazzire. Non pensate, mia cara Elena Pavlovna, che io abbia preso in mano la penna per noia: anche così mi sembra di lavorare come un forzato al romanzo che sto scrivendo…

Lettere, Fëdor Dostoevskij, Il Saggiatore. A cura di Alice Farina. Traduzione di Giulia De Florio, Alice Farina e Elena Freda Piredda. Spesso si eccede nel sovrapporre la dimensione privata di un autore a quella artistica, come se necessariamente si dovesse trovare nella sua opera una diretta aderenza alla sua biografia: d’altro canto che ogni prodotto dell’umano ingegno non possa non portare tracce del suo artefice, essendone connesso, figlio e frutto, è evidente, così come del resto non si possa prescindere dalla contemporaneità e dall’obiettivo della posterità, visto che si scrive per esser letti, per comunicare e per dar voce a un’esigenza che arde, anche quando si inventano mondi altri, fondati però, ineluttabilmente, su comuni istanze. Pertanto vedere come uno scrittore fra i più importanti, grandi e celebrati della storia della letteratura, che è in fondo quello sbirciare nelle luci delle case degli altri per trovare vestigia di sé, si relazioni col mezzo della missiva è comunque molto interessante: e le lettere di un finissimo esegeta dei meandri dell’animo umano come Dostoevskij sono assolutamente da non farsi sfuggire.

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“Lettere”

dc3ea8acfa5fa83ad68af0fc0697deb5_w131_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

Inter voluptates quas cum eram Florentiae de Politiani consuetudine maxime capiebam…

Lettere, Giovanni Pico della Mirandola, Olschki. Edizione critica a cura di Francesco Borghesi. Le missive in latino indirizzate da uno proverbialmente tra i più grandi eruditi della storia, maestra purtroppo senza scolari, per dirla con Gramsci, visto che l’umanità non pare apprendere dai suoi misfatti, a Gian Francesco Pico, Filippo Beroaldo, Lorenzo de’ Medici, Ermolao Barbaro, Aldo Manuzio, Marsilio Ficino, Tommaso Medio, Niccolò Leoniceno, Paolo Cortesi, Troilo Malvezzi, Taddeo Ugolino, Angelo Poliziano, Girolamo Donato, Battista Spagnoli, Baldassarre Migliavacca, Jacopo da Feltre, Andrea Corneo, Jacopo Antiquario e tanti altri sono qui riportate in un’edizione raffinatissima che definisce nitidamente il pensiero di un intellettuale formidabile. Da non perdere.

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“Lettere”

9788842823445di Gabriele Ottaviani

Ho avuto la visita di Betti e la sua signora (una violoncellista francese) Li ho trovati bene tutti e due… Lui un po’ ingrassato in faccia – lei invece dimagrita dappertutto… Entrambi sono stati contenti della mia impressione. Lui, come me, amicissimo di Ugo Ara non sà trovare il coraggio di andare all’isola Pescatori – Io figurati, nemmeno quello di telefonare alle comuni nostre amiche dell’Albergo Verbano! Anche quel caro amato spirito mi stà sovente intorno… Non sò ancora darmi pace della sua dipartita cosi silenziosa! […] Hai sentito la trasmissione d’Aida da Berlino? Non ti pare che fu una cosa scandalosa? Arrossivo per tutti. Che concertazione! I cori abbaiavano invece di cantare… E gli artisti? ognuno per proprio conto. Povera arte! Ma che arte… la politica oggi conta. Tutto è asservito a questa porca e sporca politica! Sarei curioso di sapere cosa i giornali tedeschi e i critici pensano di questa esibizione della Scala – La Scala a Berlino mi porta il pensiero su Tietjen il direttore della Stadtsoper [sic, Staatsoper] e da questi a Winifred Wagner sua amante e alla figlia maggiore di Winifred, Mausi, che si trova in Inghilterra a studiare l’inglese e mi ha scritto qualche volta con tanta simpatia da meravigliarmi… Ebbene è venuta a trovarmi a Londra – rimase l’ultima mia settimana – assistette a diverse prove del programma Wagneriano e al concerto. Non ti dico le feste che mi ha fatto… L’avevo lasciata ragazzetta nel 31 – ora se [sic] fatta una signorina di 19 anni – sempre un po’ mastodontica come allora – ma alta e con una bella faccia sorridente! […]

Lettere, Arturo Toscanini, Il saggiatore. A cura di Harvey Sachs. Il suo nome non ha bisogno di presentazioni. È stato uno dei più grandi direttori d’orchestra che si ricordi. Il suo perfezionismo e la sua memoria visiva degna di Pico della Mirandola sono diventati decisamente proverbiali, così come le sue violentissime ma mai immotivate sfuriate e la dignità cristallina che dopo una iniziale vicinanza al Mussolini socialista lo fece diventare uno dei più fieri e coerenti oppositori al regime che condusse l’Italia all’alleanza col nazismo e alla tragedia della seconda guerra mondiale: Arturo Toscanini ha fatto letteralmente, e non si tratta affatto di una iperbole retorica, la storia della musica. Questo volume che raccoglie le sue epistole è una collezione preziosissima, oltre che un regalo fatto a tutti gli appassionati, non solo dell’arte delle sette note. Attraverso le sue parole infatti il lettore può conoscere non semplicemente le varie sfaccettature della sua caleidoscopica personalità, ma anche i colori e le peculiarità di un mondo in cui ci si ritrova via via sempre più immersi e coinvolti, in cui appare fondamentale il legame strutturale che il contesto nel quale si vive intrattiene con le parabole artistiche ed esistenziali dei personaggi realmente esistiti che hanno lasciato un segno nel campo all’interno del quale hanno operato. I grandi temi che compongono il mosaico dell’esperienza umana, analizzati con rara compiutezza, affiorano infatti più o meno esplicitamente in ogni paragrafo, mettendo in risalto la solidità e la grandezza di numerosi e sempiterni valori, tappe diverse di un unico viaggio. Da non perdere.

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“Lettere”

LETTERE_Layout 1di Gabriele Ottaviani

Non sto pensando alla passione in questo momento. No, penso a quell’altra cosa che mi fa sentire che ogni centimetro di te è per me così prezioso.

Quella cosa si chiama amore. Ineluttabile. Invincibile. Inarrestabile. Insopprimibile. Ineguagliabile. Incomparabile. John Middleton Murry era suo marito. Si sono sposati, le loro vite si sono allacciate insieme come un’edera e il muro che essa ricopre. Dopo tante peripezie. Dopo tanti tormenti. Quando già la malattia ha minato il fisico esile di una ragazza che ha lasciato la Nuova Zelanda, ha cambiato mille identità e ha inseguito un sogno, l’ha raggiunto fino in Inghilterra, dove ha conosciuto tutti i più grandi, che in questa antologia compaiono anche, a tratti, come testimoni diretti della sua esistenza (una su tutti, Virginia Woolf), l’ha toccato, raccolto, accudito, custodito, coltivato, ha fatto sì che desse frutto, lo ha lasciato in eredità a chi ancora oggi ne può leggere la prosa straordinaria, ricca di colori come e più di un arcobaleno, che dopo la pioggia riporta e sancisce il ritorno al sereno. Una donna caparbia, risoluta, forte, e al tempo stesso fragilissima. Una scrittrice di talento sopraffino, lei. Mai retorica, mai banale. Sempre intensa, immersa nella realtà che descrive, capace di raccontarla con pochi tratti che hanno la potenza istantanea di una fotografia. Lui critico. A vedere le cose da fuori, da una distanza che in questo caso non può dirsi giusta, il matrimonio non sembra avere nessuna carta in regola per poter durare. Invece dura. Finché la morte non li separa. Lei è Katherine Mansfield. Le sue Lettere, selezionate dal marito, sono la porta che conduce a un viaggio dell’anima e nell’anima. Traduzione di Milly Dandolo, Elliot. Imperdibili.

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“Suso a Lele”

download_1_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Buon giorno ponci padre. Dimenticai di comunicarti che tuo figlio Masolino seguendo e intensificando certe tradizioni d’Amico ha già trovato a scuola dove piazzare il suo cuore. È impazzito per una bambina dell’asilo che lui mi descrive e designa con il nome di “gotina”. Ha tre anni, è piccina piccina con grandi gote.

Tra il millenovecentoquarantacinque e il millenovecentoquarantasette a lui viene diagnosticata una grave forma di tubercolosi. E quindi è costretto al ricovero. In sanatorio. Ad Arosa. In Svizzera. Lei dunque resta sola. Con i due figli. Nella casa di Via Antonio Cantore 17, a Roma, a un tiro di schioppo da Piazza Mazzini. Settimo e ultimo piano, e venticinque metri quadri di terrazza, dove la governante di casa allestisce un piccolo pollaio. Non è lontana nel tempo, del resto, nemmeno la tradizione degli orti di guerra, di cui tra gli altri ha parlato qualche tempo fa in un suo bel libro il premio Strega di quest’anno, l’illustre Edoardo Albinati. Lei sente la mancanza dell’amore della sua vita. E quindi scrive. Del resto con la penna lei è capace di dare vita a storie meravigliose. Storie che hanno fatto la storia. In particolare del nostro cinema, che grazie a lei, che inizia questo lavoro quasi per caso, stupendosi, e non si capisce davvero come, visto il talento cristallino come acqua di fonte, persino del successo ottenuto. Collabora con Ennio Flaiano, che viveva a Montesacro ma non amava Roma, e infatti si è fatto seppellire a Fregene, e che poi quando è a corto di pecunia non lesina di fare qualche comparsata sul grande schermo, e con tanti, tantissimi altri. Il suo amore è assente, vorrebbe raggiungerlo, rapirlo, addirittura, quel musicologo che gli ha lasciato due figli e quasi un terzo, l’amico carissimo, Nino, che di cognome fa Rota. E quindi gli racconta tutto, le code per il referendum che fa divenire l’Italia una repubblica, evento festeggiato a suon di striscioni dai bambini, Tommaso, detto Masolino, e Silvia, detta Silvia, e tutta una messe di tenerissimi frammenti di quotidianità che non sono solo un affresco vieppiù colorato dell’Italia, ma fanno anche bene al cuore. Lo dice d’altronde pure Cristina Comencini, che scrive una bella lettera di prefazione a questa donna straordinaria di cui sente, e come darle torto, la mancanza: è stata con le sue trecento lettere in quattordici mesi una gran medicina per il suo Lele, al secolo Fedele, figlio di Silvio. D’Amico. E del resto anche lei ha un padre molto più che celebre. Emilio. Cecchi. Lei è Giovanna. Ma tutti la conosciamo come Suso. Suso Cecchi D’Amico. Vivere in pace, L’onorevole Angelina, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Bellissima, La signora senza camelie, Senso, proibito, I soliti ignoti, I magliari, Estate violenta, Risate di gioia, Rocco e i suoi fratelli, I due nemici, Salvatore Giuliano, Il gattopardo, Gli indifferenti, Metello, Fratello sole sorella luna, Ludwig, Vaghe stelle dell’Orsa, Parenti serpenti, Speriamo che sia femmina, Oci ciornie… C’è anche la sua firma su questi – non gli unici – capolavori. E pure queste lettere, che lo sono altrettanto, se non di più. Uno splendido carteggio d’amore, curato dai figli. Suso a Lele – Lettere (dicembre 1945 – marzo 1947), Bompiani. Imperdibile. Per chi ama il cinema e non solo.

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“Lettere”

opere_img243di Gabriele Ottaviani

10 agosto 1969

(A Tutti (nomignolo della moglie, ndr)) Mia bella, sto scrivendo questa lettera su un autocarro in movimento, quindi immagino che la scrittura sarà un po’ irregolare. Che volevo dire? Ah sì, ancora non ti ho visto in quella gonna che ti ha mandato mia madre; forse quando torno a casa? Stiamo lasciando Hadera e dirigendoci verso Afula. Presto saremo a Wadi ‘Ara. Abbiamo un bellissimo Paese. Ogni volta che in Israele mi trovo in un posto in cui non ero stato (come oggi), sono pieno di aspettative e di curiosità. Questa è una delle ragioni per cui mi piace la navigazione: camminare e scoprire luoghi di bellezza. Che mondo folle quello in cui viviamo! Nel XX secolo l’uomo ha raggiunto la luna ed è pronto per molto altro ancora. Il XX secolo ha visto Hitler e gli omicidi di massa e la tremenda Prima guerra mondiale. E tutto questo ancora non ci ha curati. Noi guardiamo mentre un intero popolo viene affamato a morte (in Biafra, ndr) e nessuno in questo pessimo mondo è colpito abbastanza da questa situazione e fa qualcosa. Ciascuno è preoccupato dalle sue guerre (incluso Israele, incluso me) e nessuno Stato interviene lì con il suo esercito per porre fine a questa tragedia. Ma ovviamente no! Nessuno vuole essere coinvolto. Gli uomini sono animali davvero strani. Profetizzo un brillante futuro per noi come orrende particelle fluttuanti nello spazio dopo la grande bomba che è destinata ad arrivare. Il mio umore è quello di chi è schifato, un misto di cinismo e di considerevole impotenza. Posso rimandare la fine per noi, per Israele, e impegnarmi per il nostro Paese, ovvero per noi stessi. Ma come? Ancora imparando a fare la guerra, facendo un’intera settimana di addestramento sul combattimento per strada, ecc… invece di passare la settimana con mia moglie al Sachneh (un luogo di villeggiatura nella valle di Jezreel, ndr). Alzo i miei occhi dal foglio e vedo la valle di Jezreel, il Monte Tabor e Givat Hamoreh. Beh, questa è la vita.

Entebbe è una città dell’Uganda. Durante la notte fra il tre e il quattro di luglio del millenovecentosettantasei il suo aeroporto fu teatro di una incursione. Il ventisette di giugno infatti un aereo proveniente da Tel Aviv, decollato da Atene e diretto a Parigi, con a bordo duecentosessanta persone, era stato dirottato da un manipolo di terroristi, prima su Bengasi, in Libia, e poi su Entebbe (il dittatore ugandese dell’epoca simpatizzava per i palestinesi). Ne nacque un conflitto: Israele e Kenya da una parte, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Uganda e RZ, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra dell’allora Germania ovest, dall’altra. Tra i morti vi fu Yonatan, detto Yoni, l’autore delle Lettere edite da Liberilibri. Un tenente colonnello di trent’anni, il fratello maggiore di Benjamin, attuale primo ministro israeliano, e di Iddo, radiologo e drammaturgo, autori della premessa e della postfazione del libro, curato e tradotto da Michele Silenzi, che ne firma anche l’introduzione. Il cognome, infatti, è Netanyahu. Yonathan è un giovane studente, nato in America e ammesso ad Harvard, che decide di tornare nel suo Paese, di rimanere nell’esercito e combattere per il suo ideale: la sopravvivenza di Israele. Vive una vita sempre in guerra, e nell’arco di tredici anni scrive missive che vanno a comporre un Bildungsroman fatto di amore, politica (sostiene la laburista Golda Meir) e sentimenti: un documento storico originale, importante ed emozionante.

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