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“Firenze, un film”

Copertina Firenze, un filmdi Gabriele Ottaviani

71. Interno, giorno ore 16:22 Un negozio in via della Porta Rossa (centro storico) Nel pomeriggio a negozio c’è più movimento. Emma lavora assente, meccanica, gli occhi svuotati di ogni residuo d’anima. In testa le stesse uniche parole, di continuo, ritornello ossessivo e lancinante: «Vengo, troia». E adesso troia ci si sente per davvero Emma, una troietta che spende mezzo stipendio per vestirsi di tutto punto e farsi sbattere tutti i giorni come una cagna dall’una alle due di pomeriggio dentro un monolocale sfitto con le serrande sempre abbassate. Il grandescrittore se n’è andato ancora più in fretta di com’era arrivato senza nemmeno accorgersi delle sue lacrime. E allora fottiti grandescrittore, gridano i pensieri di Emma, fottiti tu e i tuoi libri del cazzo, bastardo che mi hai imprigionata con l’inganno da quel giorno, maledetta me, che m’hai adocchiata uscendo dell’hotel qui accanto dove avevi uno dei tuoi incontri letterari di merda, quegli appuntamenti pubblici a cui non mi hai mai portata, perché sei sposato e soprattutto sai che imbarazzo portare tra gli altissimi cieli della cultura fiorentina una stupida commessa a stento diplomata che non sa parlare e che con la bocca sa fare solo pompini, che vergogna presentarsi con questa zoccoletta di commessa in mezzo a tutti quegli intellettuali tronfi e gonfi, che fanno colazione alle Giubbe Rosse e siedono in giuria ai premi letterari che ti fanno vincere. Però pezzo di merda, i primi tempi, per farmi innamorare e poi scoparmi nei peggio modi, le scrivevi anche a me le poesie, a questa troietta da due soldi, le poesie dove tra i capelli avevo il sapore del vento da leggere coi cd di Satie in sottofondo, anche a me mi riconglionivi coi tuoi chili di cultura, la storia dell’Hotel Porta Rossa che l’hanno costruito nel dodicesimo secolo ed è uno dei più antichi d’Italia e ci hanno dormito tutti i più grandi compreso James Joyce, e che cazzo vuoi che me ne freghi a me, dell’Hotel Porta Rossa e di chi ci ha dormito, io voglio solo essere amata come merito. Quindi fottiti ancora una volta, fottiti tu e si fotta pure James Joyce, che ci ho provato a leggerlo per non sentirmi sempre una deficiente davanti a te, ma non ci capisco un cazzo di quello che scrive, e allora forse hai ragione, sono buona solo per scopare. Ma io voglio e devo sbarazzarmi di te, ingrato e fottuto scopatore di ingenue commesse di negozio, così ingenue da credere ancora, a trent’anni, ai proclami viscidi di una serpe travestita da grandescrittore. Proprio tu, grandescrittore, tu che le donne che possiedi le tieni nascoste, chiuse e segregate nel ruolo che decidi insindacabilmente di dargli. Come tua moglie, che non ami più e nemmeno ti attrae, precocemente imbruttita e col culo già cascante, ma ti serve perché è colta, perché è l’ideale per farsi accompagnare negli incontri importanti, perché ti fa da prima lettrice, sa fare critiche intelligenti e costruttive e ti corregge pure le bozze. E come me, che ti servo perché sono una bonazza da paura, ho il culo ancora alto e ancora indosso perizoma e autoreggenti…

Firenze, un film, Riccardo Lestini, Edizioni FogliodiVia. Scrittore e regista, Riccardo Lestini, uomo di multiforme ingegno, si immerge e fa immergere il lettore in un mondo straniante, fatto di fotogrammi e inquadrature d’emozioni forti e intense, un controcanto scabro di quella quotidianità vacua, che ostenta ossessivamente sequenza dopo sequenza delle brutta sceneggiatura attraverso cui si articola successo ed esibita presunta felicità, che al contrario si dipana attraverso la raffinata ed esplicita tessitura di quindici brucianti frammenti esistenziali, che danno vita a un romanzo corale che indaga la marginalità, la normalità solo apparente, la crudeltà dell’ombra, lo squallore dell’abiezione più nera che si annida laddove non si vuole volgere lo sguardo anche perché si sa benissimo che non c’è nulla di nuovo da scoprire: travolgente, potentissimo, deflagrante, destabilizzante, finanche lirico, da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Il Piccolo Principe è morto”

PICCOLO PRINCIPE COPERTINAdi Gabriele Ottaviani

Così, a pochi metri da Piazza Partigiani, una manciata di fermate dal capolinea, poté esibirsi nel suo numero preferito, quello della fermata a richiesta. Suonando il campanello quasi sodomizzò la grassa signora occhialuta designata qualche attimo prima come vittima sacrificale del saccheggio. Poidè, come un clown consumato, si lanciò in una finta perdita d’equilibrio rovinando definitivamente addosso alla signora. Si scusò dispiaciuto e la grassa occhialuta sorrise sospirando un fa niente comprensivo. Indi, spalancatesi le porte, con una mano salutò l’inconsapevole benefattrice scusandosi ancora, mentre con l’altra s’infilò nei pantaloni il bottino appena estorto. Sparì nei cessi pubblici in un battito di ciglia, buttò nel cestino il portafogli signorile e contò i soldi. La vecchia aveva il soldo traboccante e ne era stato sicuro dal primo momento: ci aveva fiuto ormai, nello scegliersi le vittime. Con quei soldi ci sarebbe stato tranquillo almeno due giorni. Per farlo però, occorreva trovare uno schizzo e al più presto. Solo che a quell’ora l’unica via di salvezza sicura era andare dalle merde. Prima o poi, comunque e tuttavia, tutti finivano tra le grinfie delle merde. Esse merde erano cinque o sei abitanti delle fogne dell’universo, mercanti di giorni e stati d’animo dove più in basso è impossibile scendere. Vivevano, trafficavano e spingevano nella merda senza nemmeno agitarsi o alzare la voce, tanto sapevano che tutti, almeno una volta nella vita, avrebbero avuto bisogno di loro. E davvero tutti, dal novellino al vecchio tossico rancido senza più vene, temevano come la peste il giorno in cui il destino li avrebbe portati a incrociare la strada delle merde. Piccolo Principe, che non avrebbe mai scambiato un serpente che mangia un elefante con un cappello, appena guardata l’ora, considerato il tremore freddo come marmo delle sue mani e ricordato che in quei giorni pure i suoi pusher di fiducia se n’erano andati in vacanza, capì subito che il giorno dell’incontro con le merde era arrivato pure per lui.

Il Piccolo Principe è morto, Riccardo Lestini, Edizioni FogliodiviaEdizioni fogliodivia è una casa editrice nata dalla polvere, dalla strada, dalla voglia di continuare a raccontare storie. Come quelle che dal 2005 scriviamo su “FogliodiVia”, il giornale di strada dalla parte dei poveri e distribuito dai senzafissadimora di Foggia. Una piccola occasione di reddito, di riscatto, di condivisione. E sono proprio quelle storie, quelle chiacchiere fatte davanti ad un bicchiere di latte caldo con clochard, migranti e senzatetto, che ci hanno dato la spinta ad osare. Ad allargare le opportunità, le conoscenze, l’esplorazione. Per questo, ci siamo rimessi in strada. Anzi. La strada, la polvere, la piazza, le panchine non le abbiamo mai lasciate. Così l’intestazione che racconta la mission della ditta che dà alle stampe una storia emblematica, allegorica, simbolica, empatica, emozionante, intensa e importante, potente e significativa a vari livelli e in base a diverse chiavi di lettura e di interpretazione, fondamentale, soprattutto in questi nostri tempi egoisti, cattivi, invidiosi, rabbiosi, violenti e meschini, che fanno della delicatezza una colpa, dal punto di vista etico, civile, sociale, culturale, morale: è la vicenda, che Lestini, scrittore, insegnante, regista e interprete teatrale, che padroneggia le sfumature della parola e della sua inesauribile ricchezza comunicativa con abile agilità, narra potentemente e con credibile sensibilità, di un diciottenne abulico cui la vita sembra non promettere nulla, né di buono né di cattivo, finché non incontra lei, Riccioli Neri. Ma… Da leggere.

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