Libri

“Panni al vento”

di Gabriele Ottaviani

Amore mio cammina a testa in giù sui fili del tempo.

Cerca sempre.

Porta la tua curiosità a scoprire oltre ciò che appare.

Bevi il mondo.

Ama il bello,

cercalo ovunque.

Non temere mai.

Alessandra Iannotta, avvocato civilista con la passione e il talento per la poesia, negli ultimi cinque anni ha scritto centouno poesie, ora raccolte in un volume per L’Erudita: versi concreti, colorati, vivaci, frammenti di quotidianità. Non poteva esserci dunque titolo migliore di Panni al vento per questa pinacoteca di immagini che con linguaggio potente e immediato ci invitano a non smettere mai di ricercare lo splendore salvifico della gioia. Da leggere.

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Silvana Turchi: cosa c’è “a 1000 km dai ricordi”…

L'Eruditadi Gabriele Ottaviani

Silvana Turchi ha scritto A 1000 km dai ricordi: Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Questo libro parla di lutto e perdita: cosa significano per lei è come si elaborano?

Per me lutto e perdita s’intrecciano, viviamo continuamente perdendo e abbandonando con minore o maggiore dolore. La perdita è una condizione della vita stessa. Possiamo sentirci in lutto per una relazione finita, un’amicizia spezzata, insomma durante la nostra vita siamo chiamati continuamente ad affrontare il problema. Nel mio romanzo Rachele, la protagonista, vive la perdita del marito come uno shock, non ci può credere, si sente impreparata alla vita senza di lui. Il fatto che lui, il suo amore non esista più nel tempo e nello spazio non le sembra possibile, va oltre la sua comprensione e così, per accettarne la perdita, la nega forse per prendere tempo. La morte del compagno di vita è un evento che Rachele registra più con la mente che con il cuore, così l’intelletto ammette la perdita ma il resto di lei lo nega energicamente. L’elaborazione di un lutto credo sia una cosa molto personale, credo che sia un lavoro difficile e lento, e che comporti un processo interiore estremamente doloroso di abbandono graduale. Molto dipende dalle risorse interiori di ognuno: dalla nostra storia passata, dalla nostra relazione con la persona che non c’è più e dalla nostra esperienza personale in fatto di amore e di perdita. Insomma, nell’elaborazione di un lutto incidono molti fattori, determinante credo sia il tempo che alleggerisce la sofferenza e il pensare che il dolore non sia uno stato ma un processo.

Chi è Rachele?

Rachele è il personaggio principale del mio romanzo, un’artista, una donna realizzata umanamente: una madre attenta, una compagna affettuosa. La sua sensibilità artistica le ha permesso di scovare nell’animo del mondo le molteplici verità, di riuscire a cogliere, nei sui ritratti, le emozioni nascoste tra le pieghe della carne. Una donna senza pregiudizi, aperta alle diversità, insomma Rachele è sensibile alla bellezza che c’è in ognuno di noi e la riesce a cogliere. Ma Rachele è anche una donna spaventata “perché prima la vita le ha insegnato l’amore e poi proprio l’amore l’ha colpita alle spalle”.

Che cosa simboleggia nella vita la malattia?

Questa è una domanda alla quale posso rispondere per esperienza personale, in quanto mi sono trovata più di una volta a dover affrontare problemi di salute seri e dolorosi, e ora posso dire che la malattia per me ha significato un’esperienza di grande crescita personale sia nell’affrontare il dolore sia nello sviluppare il sentimento della compassione.  Il dolore fisico intenso è qualcosa che ti estranea dalla realtà, ti porta fuori, è come essere chiusi in una bolla, tu sei dentro e il mondo è fuori. Occorre uscire da quell’isolamento, trovare la forza di non soccombere al dolore, andare oltre sé stessi per non spezzare quel filo che ti lega agli altri. Durante una lunga malattia ci si rafforza, non auguro la malattia a nessuno, ma quando capita bisogna assolutamente avere coraggio e prendere il meglio anche da quell’esperienza. Penso di essere diventata più forte e più sensibile alla sofferenza altrui e sicuramente ho imparato ad amare anche le piccole cose.

E la memoria?

La memoria è una sorta di magazzino con milioni d’informazioni accumulate nella nostra vita e forse anche nella vita precedente alla nascita. Mi è sempre sembrata una cosa buffa che l’organo preposto a questa funzione, il cervello, risieda in un posto così piccolo come la testa. Ci pensate a quante cose si racchiudono in essa: immagini, suoni, odori, viaggi, libri, film, emozioni e molto altro? La memoria è indispensabile per riconoscersi, fondamentale per amarsi ma serve anche per non ripetere errori già commessi. Se sapessimo di dover rivivere la stessa identica vita una seconda volta ogni nostra azione sarebbe molto più ponderata. C’è poi l’altro aspetto della memoria: la sua perdita, che ha ispirato romanzieri e sceneggiatori. Un’amnesia temporanea può essere una forma di difesa della nostra mente, una fuga verso spazi e territori sconosciuti per rimuovere situazioni dolorose. Nel mio romanzo c’è una barca che si chiama “Amnesia”, un luogo dove è permesso dimenticare.

Che dimensione è quella del viaggio?

Quella del viaggio è una dimensione che mi è particolarmente cara. Amo viaggiare in tutti i sensi perché il viaggio, che sia geografico o che sia interiore, è sempre spinto dalla voglia di conoscere, di capire e richiede il coraggio di affrontare l’ignoto.  Tutti i miei romanzi sono viaggi interiori ai quali ho dato forma e colore. La vita stessa di per sé è un viaggio: sappiamo da dove partiamo ma non sappiamo dove arriveremo. Nel corso della nostra esistenza mille sono gli avvenimenti, le situazioni e gli incontri che ci fanno cambiare rotta, a volte ci perdiamo, a volte naufraghiamo sospinti dalle intemperie, ma smarrire la rotta può significare scoprire nuovi territori anche dell’anima. Anche la fuga a volte può servire a ritrovare se stessi come accade a Rachele, la protagonista del romanzo.

Perché l’incontro con l’altro può salvarci?

La storia ci insegna che gli incontri possono cambiare la vita delle persone, possono salvarci e possono distruggerci, come nei grandi romanzi. Ma gli incontri sono influenzati dai nostri stati d’animo, dai nostri desideri, dalle nostre ambizioni, aspirazioni, paure, sofferenze, sentimenti che s’intrecciano e si proiettano sugli altri. Nei momenti difficili, solo con un amore profondo, sincero e generoso, l’altro può accedere e dar luce a questi complessi spazi interiori e ridarci fiducia, speranza e prospettive. Ma dobbiamo essere consapevoli che rimane sempre una solitudine esistenziale con cui dobbiamo fare i conti in prima persona. E a volte la misteriosa imprevedibilità della vita ci richiede la capacità di percorrere dei tratti in totale solitudine. Come mia esperienza personale posso dire che di incontri importanti per la mia formazione ne ho avuti tanti, tra questi vorrei ricordare una persona in particolare, Gunter, un senza tetto tedesco con cui per anni ho conversato all’angolo di una strada. Condividevamo il quartiere, le letture, l’amore per gli animali e parlavamo di vita. Un uomo che un tempo aveva avuto tutto e poi si era ritrovato nel mondo dei dimenticati. Gunter mi ha aiutato a capire le cause di certe scelte, la sofferenza che si nasconde dietro ai volti di molti “vagabondi”. Mi ha raccontato la loro dura vita di strada e il difficile rapporto con la società. Nel mio romanzo Rachele vivrà momenti di assoluta povertà e riceverà comprensione e protezione proprio da quelle persone che siamo portati a pensare che non abbiano nulla da offrire: il popolo degli invisibili.

Cosa rappresentano per lei l’arte e la scrittura?

Senza dubbio rappresentano una parte importante della mia vita, tutte e due hanno in comune la fantasia e l’immaginazione. L’arte racchiude in sé tutti i tipi di linguaggio, l’arte è la capacità di comunicare attraverso le diverse competenze la visione personale delle cose. Ho avuto la fortuna, per molti anni, di fare la costumista cinematografica e teatrale, un mestiere meraviglioso che mi ha permesso di dare ai personaggi immaginati in un testo un aspetto reale. L’arte attraverso le sue forme mostra l’animo umano, riesce a dare spessore all’invisibile. Quando desidero rilassarmi amo dipingere o scolpire, mi piace unire le arti in un unico progetto artistico. L’arte e la scrittura mi permettono di viaggiare con la mente, di vivere esperienze che altrimenti non vivrei, insomma l’arte mi permette di raccontare e raccontarmi. Penso che tutte le espressioni artistiche siano una grande forma di libertà.

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“A 1000 km dai ricordi”

L'Eruditadi Gabriele Ottaviani

Theodore aveva sollevato lentamente la parte superiore della valigia. Un foulard, messo a copertura del contenuto, aveva liberato nella stanza un forte odore di gelsomino. Con Matilda si erano guardati per un attimo, inebriati dal profumo, per poi rituffare lo sguardo nella valigia. Theodore aveva tolto il foulard, scoprendo una decina di vecchi vestiti, ben piegati, ma molto malridotti dal tempo e dall’umidità.

A 1000 km dai ricordi, Silvana Turchi, L’Erudita. Suo marito è morto. La malattia non gli ha lasciato scampo. Rachele, originale ritrattista di chiara fama, resta sola e dunque disperata in un romito borgo francese. Si sente svuotata, nulla pare avere più senso, il rumore dei ricordi è un rombo tonante e incessante, la memoria è una zavorra, il rapporto coi figli non riesce a darle motivo per proseguire il suo cammino esistenziale. Sente di non avere alternativa, se non quella di andare. Via. Lontano. Di fare finta che niente sia successo. Non ha meta, è un’anima nuda di fronte al mondo, porta con sé solo la sua capacità di immortalare chi altrimenti svanirebbe dimenticato da tutti e come tutti. Finisce tra i cosiddetti ultimi, gli emarginati: è lì che ritrova la sua coscienza, è lì che rinasce, è lì che guardando gli altri rivede sé, e le possibilità che ancora la attendono. Delicato e profondo, il romanzo di Silvana Turchi, che concede molto di sé ai suoi lettori attraverso la dimensione confessionale, salvifica e terapeutica della scrittura, è un’opera ben confezionata, credibile, mai retorica, intensa ed emozionante.

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“Black Square”

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Mi rimisi a sedere mentre Elsa si accendeva una sigaretta e mi porgeva il pacchetto. A New York tutti fumano. In clandestinità magari, senza farsi vedere. Con devozione. «Bene, Allie è un ragazzino» dissi guardando fuori quegli alberi bianchi, pesanti, da cartolina alpina. «Un caro ragazzino pieno di paure. Ha paura del mondo esattamente come il Giovane Holden. fa il suo lavoro con meticolosa precisione e teme la signora Sutherford che ha deciso di licenziarlo. Perché lo ritiene un bugiardo. Perché non ha documenti. Perché… non è riuscito, nonostante la buona volontà, a mostrarsi credibile, affidabile, amabile». «Lui è, per tutti, indecifrabile». «Mi ha colpito quando sono entrato in quella casa, la prima volta, e la cosa che ha notato subito erano le mie valige. Non ci ho fatto subito caso quando si è complimentato per le mie valige… ma poi mi sono ricordato che questo particolare, Holden che non poteva sopportare qualcuno che avesse valige dozzinali, mi aveva colpito alla prima lettura e fatto sorridere e fatto pensare. Anche io ho l’abitudine di esaminare i bagagli dei miei compagni di viaggio. E di farmi, da questi, un’idea del loro livello culturale. È un ragazzino. Ho capito che dovevo denunciare i miei sospetti ma non vorrei che gli accadesse nulla di male. Non potrei perdonarmelo». «Perché adesso è una Persona» mi interruppe Elsa. «Sì, credo di sì».

Black Square – La fuga del giovane Holden, Maria Rosaria Petti, L’Erudita. Nulla è come sembra in questo romanzo che sovverte ogni regola ed è raffinato, complesso, avvincente, appassionante, intrigante, coinvolgente, brillante, che si muove nel tempo e nello spazio, e tra realtà e finzione, vero, verosimile e inverosimile, persone e personaggi, con abile agilità, narrando la storia di un uomo, Pietro Maltese, che scopre d’improvviso di avere una figlia. Il che lo costringe, con ogni evidenza, a fare i conti con il proprio passato, e non solo. Nel frattempo, Holden Caulfield e Anne Frank, che certo non hanno bisogno di presentazioni, evadono letteralmente dalle pagine dei romanzi che ne hanno eternato il nome in cerca di una vita diversa, che li porta a intrecciare i propri destini con quelli di Pietro e a muoversi da una dimensione all’altra per il tramite di un quadro che è un vero e proprio mistero, Black Square: come se non bastasse, ci si mette anche l’Interpol… Da leggere.

 

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“Come un delfino”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Lo guardò, e…

Come un delfino, Gianluca Pirozzi, L’Erudita. Vanni è come un delfino. La sua esistenza è come quella di un delfino. Ogni tanto riemerge, ma più spesso è negli abissi, sotto la superficie della felicità, obiettivo, speranza, sogno, anelito, meta, vagheggiamento. Vanni conosce il senso del dolore. Vanni conosce il senso della perdita. Vanni conosce il senso dell’ingiustizia. Vanni conosce la legittimità della malinconia, l’importanza della fragilità. Vanni cambia città, orizzonte, prospettive, attraversa il tempo e lo spazio, la sua vita si dipana soprattutto, e anche simbolicamente, fra la Napoli madre, feroce e scabra, ma comunque irresistibile, e la Roma sorella e amica, che gli dà gioie ma non gli risparmia disillusioni, che gli fa incontrare nuovi compagni e compagne di vita però lo pone dinnanzi a nuove prove. La didascalia che accompagna nella bella e raffinata copertina il riuscito titolo già dice tutto: Un viaggio attraverso i sentimenti. Il racconto di una vita. La pienezza e il coraggio dell’amore. La fugace conquista della felicità. Senza retorica, con stile ampio, alto, lirico, intenso, profondo, delicato, sensibile e immediato, Pirozzi indaga l’anima, la dimensione dell’affetto e degli affetti, la costruzione della propria identità e della propria idea di famiglia, primo e fondativo nucleo d’una società che si spera migliore per sé, per chi s’ama, per gli altri, tutti. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“La notte delle croci e delle morti”

L'Eruditadi Gabriele Ottaviani

  • Non so più dov’è finito Luis… non ricordo dov’è quella testa di cazzo del Toro. A quel grosso pezzo di merda non piace farsi vedere per casa sua. Anche quando passiamo da lui in serate normali, entriamo in casa e ci tocca aspettarlo anche mezzora prima che si decida a risalire da quelle scale, da quel buco di culo dove se ne sta sempre rintanato. Quando entri in questa casa di merda non sai mai dopo quanto tempo riesci a uscirne. Sale quelle scale a chiocciola facendo dondolare i suoi muscoli da palestrato, spesso bevendo intrugli alle proteine da delle borracce fosforescenti. Sembra un enorme gattone. La bandana in testa – “alla Axl Rose? No, alla John McEnroe”, dice lui – tirato a lucido da uno o più tiri di cocaina che non vende, né tanto meno offre. Tira di naso sempre di nascosto, come se sia una specie di attività riservata, rilegata alla sua sfera personale. Si specchia su qualsiasi superficie riflettente, vasi compresi e si alza la maglietta per verificare lo stato degli addominali. Si controlla anche nello sportello del microonde o nei profili cromati del frigorifero o ancora nello schermo del televisore spento. Muovendosi cerca sempre di flettere il maggior numero di muscoli possibile, lo sguardo sempre in cerca di nuove superfici su cui ammirarsi. Ti saluta sempre stringendoti la mano, scusandosi fiero per l’impegno che richiede la sua forma fisica, ma che è una cosa che deve a tutte le sue “bambine”…

La notte delle croci e delle morti, Marco Mazzucchelli, Danilo Oggionni, L’Erudita. Se il primo, dottore in urbanistica di Saronno, è autore di numerosi racconti, il secondo, perito aziendale, è alla prima esperienza letteraria, suona in una band punk-hardcore e ha viaggiato in lungo e in largo per i cinque continenti: eppure le loro due voci si amalgamano assai bene, dando vita a un romanzo di genere riuscito, a una narrazione cruda, credibile, ponderata, compiuta, coinvolgente, trascinante, fluida, ricca di livelli di lettura e di chiavi di interpretazione, solida e ben strutturata. Sembra una sera come tante quella della semifinale tra Germania e Italia ai campionati del mondo di calcio dell’anno del Signore duemilasei, quando Luis e Brando, due amici, sono in macchina diretti a un concerto. Ma Luis, che guida, devia per andare ad acquistare dell’erba da Toro, nella cui casa si sta preparando una festa: nel breve volgere di poche ore molte consuetudini date per scontate cambieranno improvvisamente e incontrovertibilmente, come in una sorta di catartica discesa agli inferi… Da leggere.

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“CTRL + Z”

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Christoph, quel giorno, si autoinvitò per il tè. I Werner cercavano di farlo venire il meno possibile a casa loro perché ogni volta dovevano affittare il cuoco e due domestici che servissero in tavola, e questo comportava un grande esborso di quattrini. Lui e Marie si sedettero in salotto, Lawrence era seduto al piano con Karl, Christoph dava loro le spalle mentre Marie era precisamente davanti a loro. «Grazie Marie, avevo proprio voglia di un bel tè cal…». Appena Christoph iniziò a parlare Lawrence premette di più le dita sui tasti e schiacciò il pedale. Christoph voltò di poco il viso e lo guardò con la coda dell’occhio, poi disse fra i denti: «Non possono interrompere la lezione almeno quando io sono in questa casa?». Lawrence dietro di lui enfatizzava i movimenti delle braccia e schiacciava sempre di più i tasti. Marie si portò una mano alla bocca per non far vedere che rideva. «Beh, allora mio fratello disimparerebbe a suonare, visto che tu sei sempre in questa casa». «Cosa vorresti dire?». «Niente, caro, era solo una constatazione».

CTRL + Z, Margherita Giusti Hazon, L’Erudita. Quando si vuole annullare l’ultima modifica, azzerare l’ultimo passaggio, cancellarlo come se non fosse mai esistito e ricominciare dal punto di partenza – anelito che spesso nella vita, quando si erra, ci si ritrova a bramare – l’operazione che è consigliabile effettuare, perché in un attimo ci consente di ottenere il risultato desiderato, è proprio quella enunciata dal titolo del bel romanzo di esordio di Margherita Giusti Hazon, che è evidentemente amante e conoscitrice appassionata dell’arte delle luci nelle case degli altri, ossia la letteratura, che si affaccia al limitare delle esistenze altrui e proprie, scosta le tende, si sporge dal davanzale, osserva e comunica, antidoto impareggiabile alla solitudine, e anche di quella che viene classificata come settima, ossia il cinema, che della narrazione per il solo tramite delle parole è sorella legata da un vincolo strettissimo, tanto che non può non fondarsi che su una solida scrittura, cui aggiunge i doni del suono e dell’immagine, filtrati dalla sensibilità dei suoi artefici e interpreti. Si premono in sequenza due tasti e via, quel che è stato non è più. Eppure resta, comunque, retaggio, lascito, eredità, traccia à la Vico di corsi e ricorsi storici, perché le istanze che l’uomo propone, le domande esistenziali che affiorano alla soglia della sua coscienza, individuale e collettiva, sono sempre le stesse, nelle azioni e nei pensieri, al di là dello spazio e del tempo. E costruendo una raffinata dialettica fra tre epoche diverse la giovane e raffinata autrice dà corpo con una lingua alta e accurata e una prosa intensa e ricca di riferimenti a una storia corale emozionante, originale, coinvolgente, convincente, romantica, intima, delicata, moderna e divertente sul tema dell’amore, della sua ricerca, del tentativo di sopravviverne alla perdita e di riconquistarlo. Da leggere.

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“33 minuti”

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Arrivò sulla cima che tirava un forte vento. Le case così piccole, i palazzi in miniatura, le strade che apparivano tanti modellini con le macchinine che giravano senza sosta. Dall’alto della Tour Eiffel Parigi sembrava uno spettacolo irreale. I piccoli meccanismi della quotidianità sembravano un lontano ricordo sospeso nel tempo da quell’altezza. Samuel rimase a lungo a fissare la città. Non aveva dormito nemmeno un minuto. Era tornato a casa, aveva buttato ogni cosa a casaccio nelle valige ed era uscito. E ora lì, sulla torre, fissava la città in cui aveva vissuto per mesi e che lo aveva cambiato tanto quanto mai avrebbe pensato, prima di partire per questa avventura. Sul fondo c’era la città grondante tutta la sua passione, la sua grandezza. Le ferite che l’avevano scossa negli ultimi giorni da lassù sembravano non esserci. Rimaneva l’eco del passato e un raggio di luce verso il futuro. Solo che Samuel cercava qualcosa per sé. Dopo giorni passati a rincorrere il proprio passato, ora voleva guardare in avanti. C’è una forza naturale a vent’anni che ti spinge ad andare oltre, a non fermarti troppo indietro. Forse perché hai davanti molta più strada di quella che hai fatto. È particolare come in un attimo le cose cambino e non ci si renda conto di come erano fino a un secondo prima. Il suo viaggio, il suo Erasmus, sarebbe rimasto in quella ultima settimana. Indelebile. Per sempre. Sarebbe tornato a casa. E avrebbe ricominciato. Anche se…

33 minuti, Luca Giannantoni, L’Erudita. Un giorno si desta e non sa dove sia. Pensa di essere a Roma, ma è a Parigi. Non ricorda cosa sia accaduto. Nella sua vita si è formata dal nulla una parentesi d’oblio. Cammina per le strade e inizia a ricordare. Comincia a ricercare l’amore, i suoi amici. A riannodare i fili di un passato che gli sfugge, fatto di ideali e dolore. Omo ed eterosessualità, bisogno d’amore, affermazione e autodeterminazione, terrorismo, viaggio, scontro di religione e civiltà, integrazione e cultura: sono tanti i temi di questo romanzo che si legge in un battito d’ali, e arriva dritto al cuore. Perché parla una lingua semplice e intensa, quella dei sentimenti e delle azioni, perché nell’estrema credibilità di una tangibile chiarezza sa tratteggiare le mille sfumature e gli ancor più numerosi dettagli della realtà di una generazione a cui è stato strappato il futuro e di un intero mondo che per interesse è stato lasciato in mano a predicatori d’odio, perché potessero disporne a loro piacimento. È il nostro occidente impregnato di sicumera quello che con abile prosa Giannantoni racconta, in un romanzo agile e imperdibile.

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Intervista, Libri

Luca Giannantoni e le scintille di umanità

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Luca Giannantoni è l’autore dell’intenso 33 minuti: Convenzionali ha la gioia di parlare con lui.

33 minuti sono una misura di tempo: che valore ha il tempo per te?

“Il tempo? Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più.” Lo disse Sant’Agostino, ed è una frase che mi è sempre rimasta impressa. Ha un valore assoluto, il termine di confronto per tutte le fasi della nostra vita, di come pensiamo la nostra esistenza.

Da dove nasce questo romanzo?

Abbiamo tutti subito un trauma dal quale non riusciamo a riprenderci. Lo abbiamo vissuto come individui e come collettività. L’attentato di Parigi del 13 novembre 2015. Da quel momento in poi la nostra quotidianità è cambiata per sempre: non siamo stati in grado di superare quell’evento, quel cambiamento. Nasce da lì, da quel giorno, dai pensieri che sono seguiti. Dal bisogno di trovare una risposta a tante domande rimaste troppo tempo senza risposta.

Cosa significa per te Parigi?

Parigi è la città nella quale ho vissuto in un determinato momento della mia vita. È libertà, progresso. Futuro. Con tutte le accezioni, positive o negative, che questo termine ha.

E Roma?

Roma è casa mia. Ma sta cambiando troppo in fretta, soprattutto nelle persone. È il segno di quel cambiamento che per molti anni non abbiamo voluto vedere ma che adesso sta avvenendo troppo velocemente.

Cosa hanno rappresentato per te gli attentati che hanno flagellato la Francia, il paese della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza e della laicità, e in particolare la sua capitale?

È stato difficile dare un senso a quanto accaduto. Personalmente mi hanno scosso moltissimo, come penso tutti. Per questo ho avuto il bisogno di fare un percorso, di cercare una spiegazione e delle risposte ai dubbi, alle paure. E da questo è nato il mio secondo romanzo. Sono stati la fine di un’era e l’inizio di un periodo storico di incertezza e paura. Di crisi duratura.

Samuel si desta e non sa dove si trovi né cosa gli sia capitato: qual è il ruolo della memoria nella nostra vita e nella nostra società, che non sembra imparare dagli errori della storia?

Noi non solo non impariamo dalla storia, ma la dimentichiamo anche. In questo la memoria non è eterna ed il tempo, anche qui, gioca un ruolo fondamentale. Sono passati 100 anni dalla prima guerra mondiale, presto anche la seconda sarà sempre più lontana, e con essa gli insegnamenti che ha portato, le basi sui cui è stata fondata la società in cui abbiamo vissuto fino ad oggi. Una volta dimenticato questo ogni discorso di pace, uguaglianza, libertà perderà di significato.

Samuel, Mona, Omar: personaggi umanissimi, straordinari, credibili. Chi sono per te?

Sono l’umanità, almeno in questa parte del mondo. Samuel e Omar sono due ragazzi di fedi contrapposte, un ragazzo occidentale ed uno di fede islamica. Mona è il filo che tiene uniti i due e di fatto l’intera storia. E risiede proprio nella scelta di questi tre personaggi il senso profondo della trama del romanzo.

Che cos’è l’integrazione?
Fino a quella drammatica notte di Parigi era includere gli altri, condividere le proprie diversità, culture e opinioni. Oggi tutto questo è imploso e non si riesce a trovare una soluzione che aiuti a superare la paura e la naturale diffidenza tra persone di fede, cultura e provenienze molto diverse tra loro.

Omar crede che l’Islam e l’occidente non possano non andare d’accordo: qual è la strada da percorrere per superare il pregiudizio?

E se non fosse un pregiudizio? Se fossero davvero inconciliabili? La strada per superare queste differenze è stato il percorso più difficile. Ma non è detto che ci sia realmente una meta, una soluzione per superare le enormi differenze tra islam e occidente. Ed è quello che mi fa più paura.

Amore, sesso, amicizia, paura: sono tanti i temi del tuo romanzo. Qual è l’aspetto più importante da sottolineare quando si racconta una storia?

La realtà. Una fusione di tutti quegli elementi che non sono dei veri e propri temi, ma sono scintille della nostra umanità che brillano in ogni storia. In base alla luce più forte poi la storia, quella vera e quella del romanzo, prende una strada diversa.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Q di Luther Blisset – ha cambiato il mio modo di vedere il mondo.
Il signore degli anelli. Il film è stato bello quasi quanto il libro: e vuol dire tantissimo!

Perché scrivi?

Per dare un ordine alle cose. Poi da una passione sta nascendo piano piano qualcosa, perché in questo secondo progetto ho trovato un editore, diverso dal primo, che dà un grande valore a quella che fino ad oggi era stata solo una passione, un divertimento.

Qual è il futuro della letteratura?

Probabilmente non sarà “di massa”, come poi in fondo la letteratura, quella vera, non sia mai stata accessibile a tutti. Però l’accesso diffuso della moltitudine della gente alle arti e al sapere incontrerà il limite culturale delle persone. Che in Italia è molto elevato.

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Intervista, Libri

Tommaso Agnese e il cybernauta…

Cop_Diario erotico di un cybernauta2di Gabriele Ottaviani

Tommaso Agnese è l’autore di Diario erotico di un cybernauta: Convenzionali ha il piacere di intervistarlo.

Da dove nasce l’idea per questo romanzo?

L’idea nasce dalla conoscenza di una persona, quella a cui è ispirato il romanzo, che mi ha aperto le porte a questo incredibile mondo degli incontri virtuali. Ho fatto ricerche, mi sono gettato per curiosità nei social per cercare di capirne il funzionamento, ho raccolto informazioni e ho conosciuto persone straordinarie che mi hanno dato l’ispirazione a scrivere e parlare di questo fenomeno di massa attraverso gli occhi del mio personaggio, Riccardo.

Che cosa rappresenta il sesso nella nostra società?

Il sesso ormai è mercificato, è un brand, è molto più promiscuo, molto più invasivo. I social hanno abbattuto barriere e condizionamenti, e dunque è diventato più diretto, più rapido, ma anche più anonimo. La sessualità sta subendo un grande mutamento secondo me. Il mondo virtuale ci permette di realizzare i desideri più nascosti e di provarli nella realtà e questo a volte può creare dipendenza. Non si tratta solo di trasgressione. Ma alla fine il sesso è comunque una cosa bella, all’interno della moralità, del rispetto dell’altro non si fa male a nessuno, anzi, direi il contrario.

Che relazione hanno uomini e donne con la tecnologia? E come influisce questa nei rapporti umani?

La tecnologia fa ormai parte dei rapporti umani, delle relazioni, tutto si muove soprattutto per le nuove generazioni sui social e attraverso WhatsApp. La tecnologia e il suo utilizzo fanno parte della vita di ogni essere umano ormai, uomini e donne.

Quanto conta l’immagine?

Purtroppo l’immagine conta sempre di più, i contenuti sempre di meno. L’estetica, il look, la moda, stanno prendendo il sopravvento nella nostra società, non esistono più gli ideali, i miti, le grandi ideologie.

Quanto grande è la paura di mettersi in gioco?

La paura di mettersi in gioco dipende da che gioco si vuole giocare. Di sicuro con la tecnologia, con internet, con i social tutto ci sembra più facile da raggiungere e tutto ci sembra meno pauroso. Vivere la realtà è diventata la cosa più difficile.

Che cosa ci si aspetta dal rapporto con gli altri, dall’amore, dal sesso?

Ci vorrebbe più aggregazione, e meno individualismo.  Sembra un paradosso ma internet e i social e dunque la tecnologia ci fanno pensare di far parte di qualcosa, ma in realtà ci rendono più soli, perché la nostra interazione è a distanza. Così anche nel sesso e nell’amore. È diventato più importante dire di amare una persona con un post su Facebook che dirlo a voce di persona al diretto interessato.

La nostra società è consumista anche nei sentimenti?

I sentimenti volano via rapidi, abbiamo migliaia di input e ci stufiamo velocemente, neanche il tempo di conoscere una persona che se ne presenta un’altra, che si scopre qualcosa di nuovo, i sentimenti veri, quelli più forti hanno bisogno di ancora più energia per rimanere stabili nel tempo.

Qual è il ruolo della noia nella contemporaneità?

La contemporaneità molto spesso è fatta di noia e di spazi vuoti, ma questa noia è molto negativa, soprattutto in relazione alla cultura. Una volta si leggevano i libri prima di andare a dormire, oggi si guardano le videostorie su Instagram e questo la dice lunga. Ovviamente parlo soprattutto delle nuove generazioni.

Perché scrive?

Scrivo sia per una mia esigenza personale che per gettarmi in una storia, perché questo mi fa viaggiare con la fantasia, staccare la spina con il mondo che mi circonda e sognare. I sogni, si sa, allungano la vita. E poi mi piace cercare di creare emozioni.

Quali emozioni vuole trasmettere ai suoi lettori?

Attraverso il mio romanzo mi piacerebbe trasmettere tante emozioni, mi piacerebbe che i lettori s’identificassero e non vedessero il cybernauta come qualcosa di lontano e diverso, perché ormai ognuno di noi è un cybernauta. E poi mi piacerebbe rendere consapevole il lettore del periodo che stiamo vivendo, dell’influenza dei social sull’approccio alla sessualità.

Lei è un artista in vari ambiti, ha immaginato questo libro come una pièce o un film?

L’ho immaginato come un film, mi piacerebbe molto realizzarlo, ma un film richiede molto tempo, quindi staremo a vedere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Attualmente sto scrivendo un progetto di serie tv, parallelamente lavoro come creative producer per una società di fiction. Vorrei però scrivere uno spettacolo teatrale e un nuovo romanzo.

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