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“Le congiunzioni della distanza”

417O4vTpDgL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non sapevo come mi fossi sentita quel giorno, ma sapevo benissimo dire cosa provassi in quel momento. Qualcosa mi vibrò nel petto, e dopo una vita di cose che all’improvviso mi sembrarono inutili, capii che anche i cuori tremano. Mi piacevano gli occhi con i quali mi guardava, leggermente socchiusi e abbassati a incrociare i miei, in una traiettoria obliqua farcita di tenerezza. Non sono mai stata quel tipo di donna che attraeva facilmente un uomo. Ed era vero anche il contrario: non mi lasciavo catturare spesso dalla virilità. Ma quando accadeva, accadeva subito. Con Davide, per esempio, era stato così. Era stata passione alla prima stretta di mano. Ma Roberto, solo lui, aveva il privilegio del doppio inizio: mi stava regalando per la seconda volta l’emozione del primo sguardo. E allora lo baciai. Un attimo prima aveva una camicia, dei pantaloni. Ma ora c’era solo il suo corpo, come una terra promessa. Vedevo il suo sangue tra le vene trasparenti e poi iniziai a sentire le sue mani dappertutto. In quel pomeriggio il mondo riuscì a stare tutto dentro una parentesi. Come sott’acqua. Un’immersione nell’ignoto. Le carezze sogni liquidi, i baci un’apnea. Ecco, di quella sospensione potevo innamorarmi. Roberto frugò tra le mie gambe, poi venne su a stringermi contro il suo petto e una sensazione di calore intenso si irradiò al centro del seno. Lo allontanai da me di qualche centimetro, con un leggero senso di colpa per aver interrotto quella meraviglia, ma solo il tempo per prendere fiato e consapevolezza, per accorgermi che stavolta era tutto vero, che eravamo lì, in quell’istante, mentre mi regalava un sorriso timido e stupito, accompagnato da un tenerissimo gemito di disapprovazione. Poi sprofondai di nuovo nella tenebra dei suoi occhi chiusi, finché il mio sguardo insinuante non lo costrinse ad aprirli; e allora mi persi senza più ritorno nei colori di un’iride che era tempesta, poi estate, poi sogno, terrore e meraviglia, infine sonno candido. Era tutto. E lo abbracciai, mentre dormiva.

Le congiunzioni della distanza, Mimma Leone, Alter ego. Si perde nei riverberi acquosi della laguna di Venezia su cui si affaccia il balcone presso il quale si trova lo sguardo di Ginevra, antropologa dotata d’indubbio fascino e al tempo stesso piena di fragilità, debolezze, inadeguatezze, insicurezze, problemi irrisolti, nel presente e nel passato, il tempo dei ricordi e della sua formazione, dei sedimenti che l’hanno resa, sovrapponendosi l’uno all’altro, la roccia che è: testimonianza ne sono le lettere dell’amica d’infanzia, Anna, che ha vissuto con lei nel Salento delle radici gli anni Settanta del secolo breve. Anna che un giorno, Ginevra viene a sapere, scompare: non c’è dunque alternativa. Deve affrontare le tempeste della sua nostalgia: avvolgente, coinvolgente, complesso ma mai complicato, articolato, suadente. Da leggere.

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“Leone”

cover (1)di Gabriele Ottaviani

Di solito arrivava a contare fino a otto nove, prima che la porta si chiudesse, non di più. Invece quel venerdì entrò in casa anche suo padre, e Leone per la seconda volta non ci capì niente, non sapeva nemmeno se essere contento o no. Un po’ era contento perché suo padre non se ne andava, e un po’ era agitato perché non sapeva per quale ragione non se ne andasse. Era come se fosse entrato nella centrifuga della lavatrice. Vide suo padre togliersi il berretto, il giaccone, e appendere tutto all’appendiabiti dell’ingresso. Voleva dire che si fermava. Sì, voleva dire così perché sua madre a quel punto disse: – Bene arrivati, – e lo disse a tutti e due, lo urlò dalla cucina, poi urlò anche che ci voleva ancora un po’ prima di cena. E Leone avrebbe voluto chiederle cosa stava preparando di buono, se per caso le lasagne col sugo verde, ma si trattenne. Era tutto così diverso. Aveva come la sensazione che fossero d’accordo, quei due, che ci fosse un piano segreto da cui lo tenevano fuori. Perché ceniamo tutti insieme? si chiedeva. E se adesso litigano e mia madre gli dice di andarsene via? Io cosa faccio, con chi sto? Era un po’ spaventato, all’inizio. Poi gli passò perché vide che sua madre era normale. Vide che usciva dalla cucina e si puliva le mani nel grembiule, e che il grembiule era quello solito che metteva tutte le sere. Andava tutto bene. Infatti lei a quel punto disse: – Che ne dite se ci mettiamo un po’ in salotto a chiacchierare, noi tre belli tranquilli? – Dopodiché sorrise. Altro buon segno? Nel dubbio Leone stava zitto, non gli tornava niente. Un po’ come quando gli spostavano i giochi che aveva messo in ordine e se li ritrovava in tutto un altro modo, per esempio la scatola del Lego sotto l’elicottero telecomandato. Lui l’aveva messa di lato, non sotto.

Leone, Paola Mastrocola, Einaudi. No, non è la storia del figlio di Fedez e Chiara Ferragni, tranquilli, quella al massimo per il momento si trova su Instagram. Ma è comunque la storia di un bambino. Che si chiama Leone. Che ha sei anni. è timido. È fragile. È solo. Vive con la mamma. Che poveretta è presa da mille cose. E lui, ogni tanto, anzi, spesso, quando ne sente il bisogno, quando sente dentro ribellarglisi qualcosa, quando avverte affiorare alla soglia della sua coscienza una insopprimibile voglia di tenerezza, si isola e prega. La mamma d’un tratto un giorno lo scopre. E non solo lei. Leone finisce sulla bocca di tutti. è uno scandalo il suo essere altro rispetto alla consuetudine. È un bambino con un dono. È un bambino magico… Paola Mastrocola dà alle stampe un’allegoria realistica e struggente della nostra società: poetico.

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“Le cose che abbiamo perso”

51h1nE3TrbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Viveva soprattutto nel passato, verso la fine.

Le cose che abbiamo perso, Susan Elliot Wright, Leone. Traduzione di Federica Sala. Sono madre e figlia. Non si prendono. Da anni. Per non dire da sempre. La madre conduce da lungo tempo la battaglia più odiosa. Quella contro l’Alzheimer. Una telefonata fa capire alla figlia che la situazione è peggiorata. Molto. È giunto dunque il momento di mettere da parte i rancori. Di riavvicinarsi. Di sciogliere il silenzio. Di svelare i segreti. Di trovarsi, finalmente. Intenso, solido, potente.

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“Il mercante di morte”

il_mercante_di_morte_MED.jpgdi Gabriele Ottaviani

Che cosa passa nella testa delle persone?

Il mercante di morte, Craig Robertson, Leone. Traduzione di Andrea Cariello. Presso Glasgow un ragazzo viene trovato morto. Nudo. Coperto di sangue. Impiccato. A un ponte. In bella mostra, per così dire. Dinnanzi agli occhi sbarrati di tutti. I suoi vestiti sono accanto a lui. Non tutti. Che cosa è successo? E perché? Chi colleziona macabri cimeli? Chi è l’assassino? Quanti sono i delitti firmati dalla stessa mano? Rachel, ispettrice, e Tony, suo compagno e giornalista, indagano. Perché non è certo quello di Loch Ness il più pericoloso mostro che si aggira per la Scozia. Anzi… Scritto con impressionante facilità, tiene assai ben desta l’attenzione del lettore. Ottimo: per tutti gli appassionati del genere.

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“Dark room”

41iOjlX-uKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Hanno preso una donna incinta e l’hanno sepolta viva?

Dark room – La camera oscura, Jonathan Moore, Leone editore. Traduzione di Laura Costa. Cain e Grassley sono due poliziotti. Un giorno viene loro recapitato un video. Ritrae un uomo. Un malato. Terminale. Di cancro. Che si vuole ripulire la coscienza. Ha dei peccati. Molti. Moltissimi. Da confessare. Sta morendo, e non vuole morire con quel peso sul cuore. Un peso che riguarda un cadavere da riesumare. Un segreto che Christopher Hanley, passato a miglior vita da ragazzo, nel millenovecentoottantacinque, ha portato con sé nella tomba. Appena pare che il caso cominci ad avere qualche sviluppo, però, ecco che uno scandalo coinvolge nientedimeno che il primo cittadino di San Francisco: c’entrano delle foto di una splendida giovinetta. Che non appare cosciente. Che è legata. Nuda. A un letto. Cain non può tirarsi indietro, ma, man mano che scava, quel che viene a galla è sempre più inquietante… Scritto con semplice efficacia, in ossequio a tutte le regole del genere, il thriller di Moore ha un ritmo grandioso e travolgente e appassiona.

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“L’ultimo spartano”

51T6eg3jSqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era da lungo tempo che Eros aleggiava tra noi…

Matteo Bruno, perugino (ha anche collaborato con l’ateneo della sua città), dottore in scienze politiche, sceneggiatore e da sempre appassionato di storia, torna al romanzo di ambientazione antica. La Grecia dell’età classica non esiste più, la guerra del Peloponneso ha portato al collasso e alla sparizione quel sistema di valori che aveva fatto bella mostra di sé per lunghissimo tempo, rifulgendo come un modello da seguire, un faro nella notte, quasi un vero e proprio miraggio, più distante ogni volta che pare che ci si stia avvicinando ai suoi sfumati e ammalianti contorni. È Alessandro Magno ora, giovane e ambizioso, a fare il bello e il cattivo tempo: la libertà non è più quella cui si è stati abituati per generazioni. Il destino cinge sotto un’unica corona sia i Balcani che le terre prossime all’Indo, ma la volontà non è mai doma. E così Filocrate di Megalopoli, un mercenario, è inviato a Sparta, la città guerriera per antonomasia, per convincere il re a rivendicare la propria autodeterminazione. E… Caratterizzato in maniera chiara ma non banale, il romanzo si legge con trasporto e intriga da subito, mantenendo desta per tutta la durata della narrazione, grazie anche allo stile classico ma vario e alla molteplicità delle situazioni, l’attenzione del lettore: L’ultimo spartano, Leone. Da non perdere.

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“Jesse”

51ViJEx-NwL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni giorno ti si spezza il cuore quando vedi che tuo figlio non riesce a raggiungere i normali traguardi della crescita.

Jesse, Marianne Leone, Nutrimenti, prefazione di Davide Ferrario, traduzione di Letizia Sacchini. Jesse è allegro. Bello. Dolce. Buono. Simpatico. Sorridente. Gioioso. Bravo a scuola. Gli piace la poesia. Ama il windsurf. Non parla. Soffre di epilessia. È tetraplegico. La madre lo sente, la madre lo sa: un giorno lo troverò morto nel suo letto, ha detto, ha scritto. È esattamente quello che succede. Quando lui ha solo diciassette anni. E lei non è più nulla, perché per chi perde un figlio non c’è la parola, tanto non ha senso che accada. E invece lei le parole le trova. Racconta il viaggio insieme a quel figlio che non c’è più fatto da lei e suo marito per farlo vivere quanto meglio possibile. E quello, ancora più arduo, compiuto dopo, da soli, per sopravvivere. Perché vivendo loro vive anche Jesse. Leggere questo libro è una straziante esigenza morale.

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“The Dream Police”

51cslgvfkol-_sx331_bo1204203200_di Gabriele Ottaviani

Non stiamo trattando di cristallo in questa storia, volutamente. Il vetro rappresenta semplicemente un esempio di come talvolta anche un materiale umile può essere lo strumento giusto per creare un ineguagliabile prodigio.

The Dream Police, Alessandro Giudice, Leone. I sogni son desideri di felicità, cantava qualcuno. Chiusi in fondo al cuor, si sosteneva in un’altra strofa della medesima e celeberrima canzone. Talvolta però i sogni si trasformano in incubi. In qualche altro caso, poi, sono addirittura oggetto di un’azione di controllo e repressione che non ha pari. Perché se un popolo ignorante si governa meglio, si esercita su di lui un potere ancora maggiore se ne si sorvegliano persino i pensieri, le aspirazioni, gli ideali, gli aneliti, i desideri, finanche prima che sboccino, affiorino sulla superficie della coscienza. Il governo è globale nella distopica e orwelliana realtà in cui vive il quieto Quidmo, raccontata con linearità convincente e avvincente: ogni opposizione va annientata, l’ipotesi di dissenso cancellata, la Dream Police pattuglia l’inconscio degli uomini ed è in grado, volendo, di lasciarli imprigionati nei loro stessi sogni. La mente, il pensiero, l’immaginazione, non ingabbiabili per antonomasia, vengono piegati alla protervia del più forte. Ma com’è inevitabile che sia, la sperequazione, l’iniquità, la miseria, morale e materiale, generano protesta e ribellione. Ed è guerra, senza esclusione di colpi… Da leggere.

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“Il libro nero”

il_libro_nero_lrgdi Gabriele Ottaviani

Non riuscì a leggere altro. Cominciò a tremare e a battere i denti in modo compulsivo.

Il libro nero, Marco Bacocchi, Leone. Fabio ha trentacinque anni. È solo. La fidanzata lo molla. Perde il lavoro. Deve tornare dai suoi. Cerca un impiego. Progetta e inizia a portare a compimento la stesura di un romanzo. Conosce Sarah, una ragazza frizzante e gioiosa. Inizia una storia. Sesso. E poi amore. Finché un giorno non si ritrova fra capo e collo un manoscritto. Da quel preciso istante ha inizio la paura… La prosa di Bacocchi è di ampio respiro, e all’interno di una cornice più che classica, sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico, riesce a dare vita a una narrazione che tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima riga, senza mai un passaggio a vuoto. Da non perdere.

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“Come una nuvola”

come_una_nuvola_lrgdi Gabriele Ottaviani

Margherita è sollevata al pensiero che con quel viaggio parta per una nuova rotta. C’è il gusto dell’imprevisto di cui forse ha di nuovo bisogno.

Come una nuvola, Mariagrazia Pia, Leone. La maestra Margherita mette grande soggezione: viene dalla città, da Asti. Anche per questo Rosaspina la osserva: al tempo stesso, però, non essendo stata una sua allieva, e dunque non conoscendola, di fatto, come invece accade a tutti, in paese, ha quel distacco che la rende insieme curiosa e obiettiva. Vede, mentre gioca con Giorgia, la figlia di quella signora nei riguardi della quale sua madre sembra essere molto comprensiva e attenta a quello che le sta con ogni probabilità confidando, che quella donna rassomiglia proprio a una nuvola, è bella e inafferrabile. La scrittura del romanzo è semplice, così come la sua struttura: non si fa alcuna fatica, pertanto, a calarsi nell’atmosfera di una efficace, intensa e non banale storia al femminile in cui sono declinati con grazia e cura tutti i sentimenti.

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