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“Indiana libera tutti”

Cop_per_webdi Gabriele Ottaviani

Indiana immaginò cosa potesse voler dire camminare senza più fermarsi. Camminare sempre, anche mentre si dorme. Camminare così tanto da farsi venire le vesciche ai piedi e ridurre a brandelli le scarpe. Camminare sapendo di morire. A meno di non vincere. Ma, alla fine, avrebbe vinto uno solo. Uno su cento. Sicuramente meglio dell’uno su mille che cantava Morandi, ma comunque sempre un bell’azzardo. E poi essere seguiti in quella specie di ultima sfilata dalla vita. Ed essere visti da tutti mentre ti sparano. Ecco, fu quell’immagine a scioccare più di ogni altra cosa Indiana. L’idea che la morte possa essere uno spettacolo. Magari grottesco, o macabro, ma comunque degno di essere visto come uno show televisivo. A finire il libro ci mise appena un giorno e mezzo. Stephen King è un fottuto genio, pensò mentre le pagine scorrevano e Ray Garraty continuava a camminare per la gloria e per il premio: ottenere tutto ciò che si desidera fino alla morte. A Indiana sembrò di rivedere i vitelloni di Fellini che si trascinano da un giorno all’altro con l’unico obiettivo di scappare alle responsabilità e alla vita stessa. Anche in quel caso uno soltanto riuscì a farcela. Prese il treno e se ne andò lontano, verso il futuro, mentre gli altri ancora dormivano nei propri letti, prima di un risveglio uguale agli altri. Spettatori silenti di un tempo che scorre anche senza di loro.

Indiana libera tutti, Francesca Lenzi, Il Foglio. Dodici anni e poco più, vorrebbe giocare a calcio ma i suoi sono irremovibili, e dunque è costretta a uscire di casa, vestita in un modo che le pare a dir poco orribile, in quel millenovecentonovantaquattro carico di promesse, illusioni e disincanti, per recarsi agli allenamenti di pallavolo. Sul cammino della quotidianità, però, si imbatte nelle tappe della vita, mentre rugge il Tirreno sulla battigia che lambisce gli altiforni di Piombino, culla della controcultura operaia, e avvampa in lei il desiderio d’essere felice. Poetico e vibrante, è da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Ho deciso che devi morire”

41L6bezgwiL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Lei non aveva sporto denuncia. Lei aveva perso il bambino. Lui le era rimasto accanto tutta la notte.

Ho deciso che devi morire, Natalia Lenzi, Giovane Holden. Non è un caso. Una svista. Un eccesso. Un raptus. Un momento d’ira. Non si esce di casa col coltello se non si pensa di usarlo. Non ci si presenta a quello che dev’essere l’incontro chiarificatore armati. Non c’è errore. Non c’è follia. C’è dolo. Crudeltà. Brama di possesso. Criminalità. Volontà di delinquere. O mia o di nessun altro. Non è una donna. Non è una persona. Non ha libertà di decidere. È un oggetto. Una cosa. Una femmina. Da comandare. Sono racconti, quelli di Natalia Lenzi, tragici, dolorosi, importanti. Ben scritti. Perché è una guerra quotidiana. Una strage continua. E non si può né si deve mai tacere. Da leggere.

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“In esilio”

41thVSRxxaL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Circa la fine che faccio, dunque, pare che adesso debba decidermi fra la violenza improvvisa di un incidente, come è successo a Secondo, o un lento e progressivo spegnersi di ogni facoltà come invece è successo a Dino, mio nonno paterno, il quale sopravvisse a tre infarti per poi consumarsi lentamente nel letto con i polmoni affogati nel liquido pleurico. Arrivato a pesare quaranta chili, a ottantasei anni, non riusciva più ad alzarsi e passava le giornate guardando il soffitto. Prima dell’agonia, sebbene non fosse mai arrivato agli estremi di afasia eroica del Cugino L., ricordo di averlo sentito parlare una dozzina di volte appena, e sempre per proposizioni protocollari: «La minestra è sciapa», «oggi piove», «fa freschino». Per quanto il quarto di sangue oscuro gli avesse dunque impedito ogni loquacità in vita, è però notevole il fatto che, durante l’agonia, gli fosse venuta voglia di parlare assai di più…

In esilio, Simone Lenzi, Rizzoli. Livornese, cinquantenne, coniugato, non si riconosce più nel mondo che lo circonda. E quindi decide di andarsene in campagna. Di isolarsi, insieme alla compagna della sua vita, alla donna che l’ama e che ama e che gli è da sempre accanto. Perché ravvisa tutti i segnali di quella percentuale di stranezza e di alterità, quella porzione di sangue oscuro che in effetti appartiene a ognuno di noi. E mentre dunque si eclissa dalla quotidianità spersonalizzante ripercorre la storia dei componenti eccentrici e irresistibili del suo albero genealogico… Conoscere è ricordare, diceva Platone: e Simone Lenzi, con mano sicura e stile delizioso ed elegantissimo conduce il lettore laddove si annida il segreto dell’esistenza, a contatto con la feconda terra in cui affondano le radici, nelle stanze mai abbastanza solatie della memoria. Da non perdere.

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