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“Tutti i miei errori”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Non capivo perché fosse stato tanto clemente. Insomma, che cazzo, a Tony gli ho sfondato la testa con una forza tale che c’erano dei pezzi appiccicati perfino sull’armadietto dall’altra parte della cucina. E mi hanno lasciata patteggiare per omicidio involontario. All’inizio ho creduto che Archie Boll volesse scoparmi, e che la notte prima del trasferimento qui me lo sarei ritrovato in cella. Ma non è successo… E allora ho cominciato a pormi le domande che avrei dovuto fare quando mi hanno offerto quell’accordo.» «Perché non le hai fatte allora?» «A caval donato non si guarda in bocca, giusto? Ho una lunga fedina penale, sono italiana, ho ucciso mio marito a colpi di maglio da croquet. Avrebbero potuto darmi la sedia elettrica. Invece mi sono beccata cinque anni. Sarò fuori quando mio figlio ne avrà otto. Sarà ancora piccolo e potremo ricominciare una vita insieme.» Scosse la testa per confermare a se stessa che il ragionamento filava. «Ma se avessi chiesto in giro, sarei arrivata alla conclusione che tu già sai.» Lo fissò attraverso la recinzione. Lui annuì e a bassa voce disse: «Archie Boll è sul libro paga di Lucius». «Esatto.» «Ciò significa», aggiunse Joe, «che il piano è sempre stato farti finire qui.»

Tutti i miei errori, Dennis Lehane, Longanesi, traduzione di Mirko Zilahy, autore di gran bravura nonché, tra l’altro, dottore di ricerca al Trinity College di Dublino. Nel millenovecentoquarantatré, a Tampa, in Florida, in pieno tempo di guerra per il mondo intero, la mafia a stelle e strisce, nonostante le chiarissime origini italiane, è davvero in grande spolvero e un ex boss che ha dovuto reinventarsi, in primo luogo dopo la morte della moglie, gestisce con ottimi risultati le attività del clan dei Bartolo. Si sa però che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, e soprattutto immense e perigliosissime invidie. Così… Avvincente.

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“Ogni nostra caduta”

51RsMqWT74L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Lui le diede un bacio sulla fronte. «Vado a fare una doccia.» Mentre si alzava, le toccò i fianchi con le mani. Rachel rimase seduta di spalle al computer, al fiume, alla splendida giornata. E si chiese se fosse responsabile dell’agitazione di quell’ultima settimana. Forse Brian si era comportato in modo strano perché lei era stata la prima a farlo. Come gli aveva appena ricordato, negli ultimi quattordici giorni lei aveva preso la metropolitana, girato in un centro commerciale, passeggiato in Copley Square ed era salita su un’autoguidatadaunosconosciuto,tuttecosechenonfaceva da tre anni. Molti avrebbero potuto giudicarle inezie, ma per lei erano imprese colossali, e forse l’avevano destabilizzata. Ogni passo che faceva al di fuori della routine la portava o verso la guarigione o verso un altro crollo. E un altro crollo,dopo tanti progressi, adesso sarebbe stato molto più debilitante. Negli ultimi tre anni, non aveva fatto che sentire in testa lo stesso ritornello – Non posso tornare lì. Non posso tornare lì – tutti i minuti di tutti gli stramaledettissimi giorni. Perciò era comprensibile che una cosa che prometteva la salvezza tanto quanto minacciava una catastrofe avesse finito per alimentare una nuova mania. E anche se quest’ultima aveva una base realistica – il fatto di vedere il marito, se non era il suo sosia, dove non avrebbe dovuto essere – era partita per la tangente dell’irrazionalità. Brian era una brava persona, la migliore che avesse conosciuto. Non era certo la persona migliore sulla faccia della terra, ma la migliore per lei. A eccezione dell’«avvistamento», come aveva finito per chiamarlo, non aveva mai avuto motivo di dubitare di lui. Quando lei era irragionevole, lui era comprensivo. Quando era spaventata, la rassicurava. Quando delirava, la riportava con i piedi per terra. Quando era agitata, era paziente. E quando lei era stata pronta ad affrontare di nuovo il mondo, lui l’aveva capito e l’aveva accompagnata. Mano nella mano, dicendole che era al sicuro.

Ogni nostra caduta, Dennis Lehane, Longanesi, traduzione di Alberto Pezzotta. Rachel può a pieno titolo definirsi fortunata. Ha tutto. Ogni suo desiderio, e non per mera fortuna, si è realizzato. È una giornalista di grido. Ma ha una madre a dir poco castrante. E la figura del padre è avvolta nel mistero. La stasi che ha raggiunto e che le garantisce il benessere e la serenità, però, è in procinto di disfarsi come neve al sole. Precipita in un pozzo di depressione e solitudine che pare essere senza fondo, finché un giorno l’incontro con un uomo che appartiene al suo passato non la costringe a guardare in faccia la realtà. Originale nonostante il tema piuttosto classico, il romanzo di Lehane ha una trama solida e una scrittura piacevolissima a leggersi, intensa, profonda, mai banale, mai retorica, umana e toccante senza esagerazioni. Da non perdere.

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