Teatro

“Le tate”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Tre attrici, nove personaggi, novanta minuti in scena e non c’è un secondo che non sia gravido di emozione o denso di significato. Si ride, si riflette, ci si commuove. È iniziato tutto con il ritrovamento di un diario, ha raccontato Alessandra Panelli, un cognome che è scolpito a lettere d’oro nella storia dello spettacolo italiano, che è autrice – e ha scritto in stato di grazia, il testo è formidabile – e regista di questa pièce assolutamente da vedere, in scena fino al ventisei di aprile al Teatro Due, in Vicolo dei Due Macelli, a Roma. Un diario, si diceva: uno scritto della nonna materna di Alessandra Panelli, Etre Maria Valori, madre di (Maria) Bice, una delle stelle più fulgide del panorama artistico nostrano. Uno scrigno di fogli e parole, che svela una trama di rapporti interpersonali complessi, a tratti contraddittori e comunque fittamente intrecciati. Un mare agitato, da cui però, soprattutto se si è piccoli, giovani, impantanati tra i rovi della crescita, si riesce a uscire incolumi, se accanto c’è una guida saggia, amorevole, ironica, concreta, salda, sicura, affidabile, grondante buon senso come le fronde di un albero di fico lo sono di frutti dolcissimi (e il riferimento al fico non è un caso: è uno dei passaggi più struggenti – insieme alla deliziosa citazione della gallina buontempona di Luigi Malerba – di questo spettacolo che ti cattura e non ti fa più andare via, quotidiano e straordinario, autentico, intenso, semplice, chiaro, limpido, costruito con intelligenza e cura, fresco e bellissimo). In una sola parola, una tata. E proprio Le tate è il titolo di questo gioiello del teatro dei nostri tempi che davvero sarebbe una disdetta lasciarsi sfuggire: la scenografia è praticamente zero, eppure tu stai seduto in poltrona e ti compaiono davanti agli occhi tutti i colori del mondo, le luci sono azzeccatissime, i costumi perfetti, perché il loro anonimato li rende tele bianche su cui esplode la bravura maiuscola e scintillante delle tre interpreti, Barbara Porta, Costanza Castracane, Sofia Diaz, versatili, poliedriche, caleidoscopiche, proteiformi, e non parliamo delle musiche, che fondono la classica più raffinata alla leggera degli anni Sessanta, che appartiene alla memoria condivisa di tutti noi. C’è la vita, la Storia, che si mescola con la sua omonima con l’iniziale minuscola, le vicende familiari, personali, situazioni riconoscibili, in cui è facile immedesimarsi: c’è una governante di Quartu Sant’Elena, consapevole dei suoi diritti, c’è quella nativa di Bellegra, a un attimo da Roma, materna e schietta, c’è quella che chiede permesso persino alla sua stessa ombra e anche se viene dalla Liguria il mare l’ha visto per la prima volta solo a diciassette anni, perché era povera, stava in campagna, voleva studiare ma doveva lavorare e mangiava la carne solo a Pasqua e a Natale. Ci sono tre madri, e con loro tre padri, tre coppie di genitori assenti e diversamente affettivi che volteggiano al di sopra della scena, e non si manifestano mai, ci sono tre nonne, la terribile bigotta, che genera una nipote “ribelle” – semplicemente una ragazza, in realtà, anzi, una donna -, la borghese piena di sé che si preoccupa principalmente di “frequentare”, la pianista francese la cui nipote, naturalmente, è la più equilibrata delle tre, perché sin da piccola è stata abituata a passeggiare mano nella mano con la gioia. Ci sono tre bambine, che crescono e fioriscono. Le madri sono amiche, e così lo diventano anche le figlie, e le domestiche. Un sacco di gente, e solo tre attrici in scena, che giocano con la voce, i dialetti, i movimenti, e sono sempre credibili, sia quando hanno tre anni che quando arrivano agli ottanta, attraverso il Novecento, dal dopoguerra ai cellulari. Un racconto sensibilissimo dell’amore, della vita, della società, della maternità e della famiglia, che ricorda quanto, più dei legami di sangue, contino quelli del cuore.

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