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“Le streghe di Lenzavacche”

cover_9788866327233_1582_600di Gabriele Ottaviani

Tornata che fui nella villa, subito avvertii un lezzo di carne bruciata et sangue. Poi che m’immisi nella corte, vidi il massacro.

È nella dozzina di volumi da cui scaturirà la cinquina dei finalisti allo Strega: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono, e/o. Felice è un bambino molto vivace, e ancora più sfortunato, la cui famiglia, per giunta, non è proprio, come si suol dire, tradizionale: ha una mamma, Rosalba, che lo ha concepito con Santo, passionale arrotino di passaggio, e una nonna, Tilde. E basta. Siamo in piena dittatura, nel millenovecentotrentotto (l’anno, per dire, in cui Hitler viene a Roma, come ricorda lo splendido film di Scola Una giornata particolare), e la sua storia di emarginazione e sofferenza, di creatura allegrissima nonostante le storture di un corpo improvvisato, metà funzionante e metà no, non si sposa benissimo col bieco oscurantismo del Duce e dei suoi sodali, che non fanno che esaltare la perfezione, specialmente quella fisica, espressione massima di roboante virilità: anche perché oltretutto la brigata rivendica di discendere da una congrega niente affatto canonica, quella di un gruppo di donne abbandonate, sedotte, ripudiate, incinte, scappate dall’isolamento e dall’emarginazione, che hanno deciso di vivere insieme, in una comune, fuori dall’abitato, dedicandosi anche alle lettere, seguendo una regola quasi monastica di castità e obbedienza. Donne che nel diciassettesimo secolo, ovviamente, furono però prese per figlie del diavolo… Per fortuna che a dare una mano a Felice c’è anche un giovane maestro, uno di quegli insegnanti come dovrebbero essere tutti, e invece ce ne sono così pochi, ora come allora… Diviso in due parti, originale ed emozionante, si legge con gioia.

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