Libri

“La vita nascosta del tempo presente”

di Gabriele Ottaviani

La passione furente nutrita nei primi tempi da Federica per il marito si era come dissolta…

La vita nascosta del tempo presente, Mariano Lamberti, Le Mezzelane. Regista, sceneggiatore, scrittore, poeta, attivista, dottore in filosofia e diplomato al centro sperimentale di cinematografia di Cinecittà, drammaturgo che ha dato vita a numerosi progetti tra cui quello prossimo venturo, assieme a Lorenzo Balducci, nella splendida e meritoria cornice dell’Off/Off Theatre di Roma, Allegro, non troppo, una stand up comedy che parla di omofobia e del senso di comunità che specialmente in questa società sempre più rabbiosa, precaria, proterva, invidiosa, razzista, cattiva, meschina e inumana è un tesoro davvero troppo prezioso perché si corra il rischio dello sciupio, che si dissipi, si disperda e si sperperi, Mariano Lamberti dà alle stampe un’opera splendida sin dalla copertina – profondamente simbolica: il giglio fa sovvenire pavlovianamente alla soglia della coscienza Sant’Antonio da Padova, e la rilettura profondamente omoerotica e antiomofoba che ne dà sullo schermo nel suo splendido O ornitólogo João Pedro Rodrigues, con un perfetto Paul Hamy – e dal titolo, profonda, intensa, emozionante, delicata, appassionata e appassionante, fluida come un torrente e travolgente come un’onda, in cui non mancano temi, livelli di lettura, chiavi d’interpretazione, in cui protagonisti sono tre personaggi, accomunati dalla ricerca spasmodica dell’amore, forza ingenerata e generatrice, che manca e pare sfuggire, come un miraggio o un riverbero, che racconta un’esperienza trascorsa per costruire le fondamenta del futuro, eppure non smettono di lottare, al di là del tempo e dello spazio, abbandonando la sicurezza di un lavoro fisso ma bigio per inseguire i propri colorati sogni – it’s never too late to be what you might have been –, affrontando le sofferenze più umane e ingiuste, guardando in faccia la ferocia dell’uomo homini lupus, cercando una vita migliore anche a dispetto della sempre incombente minaccia del terrorismo: da non perdere. Perché in Massimo, Max, Zac, Sky, Federica e in tutti gli altri c’è comunque una parte di noi.

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“Terra d’ombra bruciata”

075F5886-EA99-4579-9C65-53F666D9E390.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le giornate della famiglia Galante sono scandite da tre momenti: il mare la mattina, lo svago il pomeriggio e la cena la sera, in compagnia della famiglia di Mario. Piera ha preso confidenza con il mare ed è giunta alla conclusione che ama lo scoglio più della sabbia, pur se continua a osservare rigidi orari di esposizione al sole nel timore delle scottature. I primi giorni di agosto partono per una breve gita nel Salento per far conoscere a Giacomo le origini della famiglia paterna. I suoi bisnonni, infatti, avevano vissuto fino alla loro morte in un paesino di duemila anime, Patù, nella profondità del tacco d’Italia. I ricordi di Mario portano la famiglia alla Baia di San Gregorio che si rivela, agli occhi di Piera, una perla fatta di scogli piatti che non fanno male ai piedi e che custodiscono preziosi segreti. Seduta con le gambe in acqua, rivive i racconti di Mario e lo immagina de piccinnu, mentre fa sgolare sua madre, si tuffa da un’altezza di cinque metri e, a nuoto arrivava, fino al pizzo del Molo o quando, sott’acqua, attraversa la cavità di uno scoglio sommerso, passando a filo delle rocce taglienti. Il marito insegna a Giacomo come riconoscere il riccio maschio dalla femmina; lei si gode il tramonto e sente di aver fatto pace con il mare. Capisce perché Mario ne avvertisse la nostalgia e riesce persino a percepire la fitta al cuore che lui ha provato la sera prima, mentre riguardava le vecchie fotografie trovate nella casa dei nonni. È felice di essere andata via da Taranto per qualche giorno, ma sente che quella città le manca. Ha un suo conto personale aperto nei confronti dell’Ilva e la pausa leccese l’aiuta a vedere la situazione con un po’ più di distacco. Troppi gli eventi e le storie personali che ha dovuto assorbire in breve tempo: si sente come se avesse fatto un’indigestione di avvenimenti. Deve assimilare quegli occhi malati, quella sofferenza che le è piombata addosso, inattesa e indesiderata…

Terra d’ombra bruciata, Valentina Nuccio, Le Mezzelane. Prefazione di Erri De Luca (Pianoterra, Alzaia, Tre cavalli, Tufo, Montedidio, Nocciolo d’oliva, Lettere fraterne, Almeno 5, Il cielo in una stalla, Il giorno prima della felicità, Il peso della farfalla, I pesci non chiudono gli occhi, Storia d’Irene, Diavoli custodi, Se i delfini venissero in aiuto, Il giro dell’oca, L’ospite incallito, Bizzarrie della provvidenza…). Siamo avvezzi a una consuetudine che vede che di norma nel nostro paese i trasferimenti per motivi di lavoro avvengano dal sud, che è, per tanti e annosi motivi, più svantaggiato, al nord più prospero. In questo caso però Piera e la sua famiglia procedono in direzione ostinata e contraria: da settentrione giungono a Taranto, la città dei due mari e di una realtà ostile sul cui panorama si staglia incombente e soffocante il Moloch chiamato Ilva, che pare essere davvero una mangiatoia a cui tutte le forze politiche hanno attinto a piene mani da decenni fingendo, verrebbe da dire, vibrante preoccupazione e sempiterno sdegno, emergenza lavorativa, emergenza sanitaria, pistola puntata alla tempia, si direbbe, di un’intera comunità cui è stato chiesto di scegliere se morire di fame, di assenza di lavoro, di perdita e violazione della propria dignità, rischiando di essere esposti finanche all’irretimento nelle maglie di chi pane certo lo garantisce, ma in cambio vuole l’anima, ossia il diavolo usuraio e usurante, che gioca sulla disperazione, la paura e la miseria, della criminalità organizzata, o perire di cancro, per i fumi che ingrommano i polmoni e il sangue. Parte del ricavato di questo testo finanche lirico, intenso, scabro, ruvido, potente, importante, necessario, ben scritto, ben caratterizzato, simbolico ed evocativo, è destinato al polo oncoematologico pediatrico – strangolano il cuore solo a dirle queste parole, l’una di seguito all’altra, e al cospetto di una situazione del genere non è legittimo provare altro sentimento che non sia la vergogna, per quando ci si è lamentati per cose di nessuna importanza – dell’ospedale di Taranto, una città che, stando a quanto ci hanno confidato in più occasioni abitanti del luogo, per tanto tempo non ha avuto strutture per la cura dei tumori, perché altrimenti sarebbero divenuti di dominio pubblico dati localizzati così gravi e numeri così tragicamente alti che avrebbero falsato le statistiche, scoperchiato il vaso di Pandora, dimostrato incontrovertibilmente un’anomalia malsana, gridato al mondo uno scandalo che invece era bene che non si sapesse. Da leggere, rileggere, far leggere.

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