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“Le due torri vuote del Campus Einaudi di Torino”

71-8N9zqW5L._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Si consumava un lungo addio…

Le due torri vuote del Campus Einaudi di Torino – La manipolazione delle coscienze non è solo un lungo esercizio pubblicitario, Fernanda Ferrari, Erga. La sua elegantissima, splendida, affascinante e sbalorditiva mole, progettata da un genio come Norman Foster (ha lavorato anche con Renzo Piano), nato ottantacinque anni fa in una famiglia operaia di Manchester e divenuto un architetto e designer pluripremiato a livello planetario, fra gli esponenti principali dell’architettura cosiddetta high-tech, si staglia, bellissima, poderosa e assieme neghittosa, delicata, persino sensuale, con i suoi ventisei chilometri di scaffali di libri della biblioteca intitolata a Norberto Bobbio e, fra l’altro, gli spazi autogestiti dagli studenti, veri e propri laboratori del pensiero sui temi dell’ambiente, della migrazione e della libertà di genere, presso un’ansa del Lungo Dora Siena, a Torino, uno dei vertici, con Milano e Genova, del triangolo industriale e di questa storia, che è ambientata anche nella riviera di Levante ligure: il Campus Luigi Einaudi è un simbolo, che sintetizza e incarna la contraddittoria tensione fra aspettative e realtà, la frustrazione di un precariato che è economico, lavorativo e sentimentale e che coinvolge un’intera generazione, che ha sempre meno strumenti ed è chiamata a sfide sempre più ardue e che è la protagonista, assieme finanche a uno splendido gatto, della intrigante vicenda narrata in stato di grazia da Fernanda Ferrari, medico e letterata, che con quest’opera esordisce nella narrativa propriamente detta. Da non perdere.

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