venezia 72

“L’attesa”

Lattesa1di Gabriele Ottaviani

L’attesa. Estenuante. Cento minuti che sembrano il doppio. O meglio, il film che non c’è. Juliette Binoche ha classe da vendere, Lou De Laâge è bellissima e a Giorgio Colangeli basta apparire per far dire a chi vede “oh, eccone uno bravo!”, ma il primo film italiano in concorso è una grossa delusione. Perché vuole riprodurre la sensazione dell’attesa dilatando il tempo, tanto che a un certo punto sembra una pellicola di Sorrentino (senza eccessi, turpiloquio e Servillo, beninteso), ma l’attesa prevede che qualcosa debba accadere. È uno stato d’animo che precede l’evento. E qui l’evento c’è già stato, si capisce subito. E si capisce anche quale sia l’evento, immediatamente. Basta leggere i titoli di testa: “liberamente ispirato a La vita che ti diedi di Pirandello”. E qui veniamo al secondo grosso problema: le trasposizioni cinematografiche di Pirandello e delle sue tematiche – su tutte quella della maschera che ci mettiamo sul volto per tentare di vivere al meglio la nostra esistenza, sulla percezione di noi e degli altri – non funzionano quasi mai. Funzionava Magnifica presenza? No. Funzionavano Ovunque sei e La scelta? Peggio che andar di notte. E allora perché ostinarsi? Chi sa risponda, per favore, perché non si capisce. Torniamo però a bomba, come si suol dire, e semplicemente analizziamo l’italiano: la vita che ti diedi. Chi è che dà la vita? La mamma. Se si utilizza il passato remoto che vuol dire? Che questa vita non c’è più. Quindi di cosa stiamo parlando? Di una madre di figlio morto. Ossia, quanto di più insensato, innaturale, irragionevole, inammissibile, insopportabile esista. Non c’è nemmeno la parola. Se non hai coniuge sei vedovo, se non hai genitori sei orfano, se non hai figlio non sei. Impossibile, dunque, non empatizzare con questa tragedia che non si può nemmeno esprimere, con questo dolore che ti entra nella carne e ti brucia dentro, con l’archetipo degli archetipi della commozione, che dovrebbe far piangere fin da quando si è ancora a casa, nemmeno vicini alla sala dove si assisterà al film. Bene. Il film di Messina riesce nell’impossibile. Non senti niente, non partecipi dell’infinita pena. Vedi questa splendida tenuta in Sicilia listata a lutto, una fidanzatina che arriva dalla Francia per incontrare per Pasqua – data quanto mai simbolica – il suo Giuseppe (e tralasciamo l’inverosimiglianza di pressoché ogni situazione, in particolare di costei che continua a chiedere con dizione alla Ispettore Clouseau quando arriverà Giuseppé, tanto che a un certo punto verrebbe da dirle “tesorò, ma sei cretinà?”), una madre che cerca in ogni modo di non pensare, di non dire quello che non può dire, che si nega e non può – e come potrebbe – accettare quanto le è accaduto, tra una sequenza onirica, una in sauna, una alla Villa del Casale di Piazza Armerina di fronte allo splendido mosaico delle ragazze in bikini, qualche momento in cucina e alcune conversazioni velleitarie, e rimani indifferente. Voleva sublimare, ottiene un fallimento.

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