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“Fiori di mango”

fiori di amngodi Gabriele Ottaviani

Tornata a casa, Stella si affacciò alla reception per vedere se per caso Amani si fosse trattenuto oltre l’orario. Ma al suo posto c’era un signore anziano. Un po’ afflitta dalla sua assenza, andò verso casa, quando un inserviente la chiamò, consegnandole un biglietto: Domattina andiamo in orfanotrofio. Ci aspettano alle nove. Le brillava – no gli occhi. La sera assaggiò alcune delle gustosissime pietanze in tavola, preparate con cura da nonna Edith: i ravioli ripieni di mchicha, kuku masala, il pollo alla griglia condito con latte di cocco, patate dolci e riso pilau, un piatto di riso, carne e spezie. Nonna Edith, dopo averlo cotto nel brodo, riusciva sempre a farlo diventare dorato prima di completare la cottura in forno. Scelse i piatti privi di carne. La padrona di casa sorrideva ammiccante, Gloria rideva dalla felicità. Papà Albert giocava con i nipotini, che di lì a poco sarebbero crollati dalla stanchezza, dando modo agli adulti di rimanere da soli in un’atmosfera rilassata. Parlarono di papà Robert, il nonno di Gloria, un omone di origine olandese e pronipote di un boero, un contadino cristiano di origine europea, che si era trasferito in Africa meridionale, discendente dai coloni del Capo di Buona Speranza…

Fiori di mango, Isabella Schiavone, Lastarìa. Tutti cerchiamo di essere felici, ma spesso e volentieri abbiamo paura di diventarlo davvero. Del resto si dice che quando Dio voglia punire qualcuno si metta d’impegno per realizzarne i desideri più inconfessati e inconfessabili, e d’altro canto, specialmente in una coppia, c’è sempre qualcuno che ama di più. E siccome l’amore non è solo gioia, anzi, di norma chi ama di più è anche chi soffre di più. Nel caso specifico a patire dolori che la soffocano è Stella, che è dolce, buona, timida e sensibile, ha trentacinque anni, è ufficio stampa in un museo ma vorrebbe essere una scrittrice, ha il cuore ammaccato, ferito e dolente e dunque decide, affidandosi all’adagio secondo cui il tempo è un gran dottore, di partire, assieme all’amica Gloria e alla di lei famiglia, per un viaggio in Africa. E niente, a quel punto, sarà più come prima… Isabella Schiavone è una brava giornalista, ma dimostra di nuovo di essere anche una brava scrittrice, che non si affida alla retorica, bensì tratteggia con credibile empatia ambienti, personaggi e situazioni, dando alle stampe un’opera dalla trama solida e coinvolgente, che induce alla riflessione ed emoziona.

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“Sfregiata”

51vTohmRshL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I periti calligrafici erano entusiasti di quello scarabocchio folle…

Sfregiata, Michael Tsokos, Lastaria. Traduzione di Claudia Crivellaro. Scritto con Andreas Gößling, ispirato a un’indagine reale, best seller sia per quel che concerne la saggistica che in ambito puramente narrativo, come del resto tutte le opere dell’autore, docente e patologo forense di chiara fama, narra, primo volume di un’avvincente, coinvolgente e convincente serie, con mirabile limpidezza la storia di un serial killer che presso gli aeroporti europei – la vicenda si articola tra Berlino, Londra, Bari… – lascia una firma sulle vittime della sua indicibile efferatezza, donne sole. E del medico legale cui è stato affidato il caso… Mozzafiato.

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“Sangue di yogurt”

517oQFCsFkL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’invidia è una pianta. La pianta del piede.

Floriano La Bo è un tenore ostentatamente e caricaturalmente gay, ricattatore, corrotto e piuttosto, laido che veste in maniera improponibile e salta da un letto all’altro – non si sa come le molle lo sostengano ogni volta… – e che ha fatto perdere il lavoro – e ora vorrebbe tanto che perdessero la vita – a due giornalisti che si pongono sulle sue tracce a Beauville, la capitale dello yogurt, il cui sindaco vuole essere rieletto e per far questo si tiene ben cara la moglie, una pallida balenottera che possiede la principale azienda produttrice dell’acidulo derivato del latte che a tanti piace e molti aborrono: il tutto mentre attentati e incontri sessuali si susseguono e un maniaco fa fuori, per lo più gettandole in pasto ai pesci dell’Aquarium, le locali reginette di bellezza. Ma poi si incontrano anche paperi emarginati, ricci demonizzati che sono protagonisti di thriller animaleschi nello star-system, cani amatissimi con tanto di cognome e dottorato… Andrea G. Pinketts con Sangue di yogurt (Lastaria) cesella un gioiello fatto di quattro splendenti, irriverenti e surreali castoni, una vera delizia.

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“Specchio napoletano”

61sKPH0wrFL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se l’amore non servisse a questa vita sarebbe la maggiore tragedia della storia: se ne conoscono i sintomi e le effervescenze ma nessuna profilassi.

Specchio napoletano – Storie di amore e addii, Antonio Scoppettuolo, Lastaria. L’amore è tutto, ed è tutto ciò che ne sappiamo. Ma sappiamo anche che il sapore della nostalgia, quel dolore del ritorno che da sempre attanaglia gli umani cuori, quell’inesausta passione per la conoscenza che fa sì che non vi si ceda per non sentirsene soffocare fin dai tempi di Odisseo, uno dei numi tutelari della nostra cultura occidentale, benché ci sia finanche chi sostenga l’ambientazione baltica delle sue peripezie e vicissitudini, è una dolceamara irresistibile pozione. Ritraendo il mondo con semplicità e profondità, e una città magnifica laddove ovunque si avverte il profumo di mare, anche se la sublime prosa ortesiana sosteneva che in fondo non ne fosse bagnata, Scoppettuolo, che non a caso è un giornalista, e dunque sa ben porre l’accento sulla cronaca e l’indagine del reale, osservato con compiutezza, acume e maturità, dipinge un vivido affresco di vita. Da leggere.

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“Il bersaglio”

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Più tardi lo vidi mentre lanciava i libri nel fiume.

Il bersaglio, Blaže Minevski, Lastaria, traduzione di Davide Fanciullo. Un uomo e una donna. Lui cristiano, lei di religione islamica. Lui macedone, lei albanese. Si guardano attraverso i mirini. Uno deve uccidere l’altra. E viceversa. È la guerra. Dei Balcani, definiti, in modo trito e ritrito, ma tragicamente congruo, polveriera. Riecheggia finanche De Andrè – Sparagli Piero, sparagli ora… – nella lirica struggente di queste pagine che sembrano rinverdire il concetto terenziano per cui homo sum, nihil humanum alienum mihi puto (sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo): chi ti conosce meglio, l’unico a cui puoi raccontare davvero la tua storia, perché sai che la capirà, perché si comprende solo ciò che si prova, anche se dal punto di vista diametralmente opposto, può essere solo e soltanto il tuo nemico. Dalla Macedonia giunge uno scrittore semplicemente magnifico: da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Le farò un po’ male”

41VZlUb5wwL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho la stessa sensazione di sconforto di quando vai dal preside, con i denti neri come il carbone, a negare di aver rubato la liquirizia.

Le farò un po’ male – Diario tragicomico di un medico alle prime armi, Adam Kay, Lastaria. Traduzione di Gioia Sartori. Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro. Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività. In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili. E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro. È questo il testo del giuramento di Ippocrate, che con ogni probabilità chiunque abbia frequentato il liceo classico di norma al terzo anno si è trovato a tradurre, quantomeno in parte: è un brano che ha grande fortuna nelle antologie, e non solo. Il mondo è mutato però dai tempi in cui si pensava che fossero per lo più quattro umori a governare pressoché ogni azione e reazione del corpo umano, componente essenziale ma non unica dell’individuo, e quindi ne è stata proposta, per così dire, una versione più moderna, coerente in ogni modo nello spirito e parimenti tradita, purtroppo, negli sventurati casi di negligenza e infedeltà a quella che è prima che una professione una missione e una vocazione: Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione; di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato. Essere un bravo medico è importante, così come è fondamentale fare bene il proprio lavoro, quale esso sia, perché ognuno, se onesto e dignitoso, fa del bene all’umanità: ma non è facile. Adam Kay lo sa bene, perché prima di diventare un comico e uno scrittore pluripremiato – con pieno merito – per tv e cinema ha lavorato come medico. E ne ha viste di tutti i colori. Settimane lavorative da quasi cento ore, decisioni di vita o di morte da prendere nello spazio di un sospiro, stipendi da fame, liquidi corporei ovunque, rimproveri terribili quando si commette un errore microscopico e nessun elogio quando si fa qualcosa di straordinario: tutto questo e molto altro è in questo libro che non è solo esilarante, travolgente e magnifico. È necessario. Da leggere.

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“Lunavulcano”

lunavulcanodi Gabriele Ottaviani

Dopo aver finito i miei giri per fornitori a Firenze, torno al borgo giusto in tempo per riprendere Giulia dall’asilo e rientrare a casa per mangiare tutti insieme. Per strada non gira nessuno, c’è un silenzio irreale arrivando dalla città. Sembra di essere fuori dal tempo. Mentre cammino per i viottoli in pietra leggermente in salita, sento arrivare dalle case il profumo del sugo e il rumore delle pentole con le voci dei telegiornali in sottofondo. Un gatto mi osserva dal davanzale di una finestra con le persiane verdi e i fiori viola. Alfredo solitamente non pranza in casa, ma si porta quello che c’è di pronto nella dependance. Solo il lunedì, visto che non lavoro, si concede uno strappo alla regola. Mentre Giulia va a lavarsi le mani accompagnata da Giorgio, metto in tavola la minestra di fagioli di ieri sera, formaggi e insalata. Ho ancora impressa nella mente l’immagine di quei due che si baciano, ma non so cosa fare: se parlarne o no con Alfry. Una voce metallica interrompe i miei pensieri: il comando vocale del cellulare di mio marito annuncia una telefonata di Carlo. Lo vedo allontanarsi velocemente dalla tavola, appoggiandosi con la mano libera alla parete e rientrare nello studio. Sai che faccio? Chiamo la Veronica.

Lunavulcano, Isabella Schiavone, Lastaria. Nella longlist dello Strega su proposta di Ludina Barzini. Ruzzle è un gioco che soprattutto qualche anno fa – ora forse un po’ meno, perché il rutilante mondo della tecnologia è così veloce che come il tempo tutto fagocita in un lampo – ha avuto grandissimo successo. È un divertente passatempo enigmistico, un labirinto di lettere in cui bisogna trovare delle parole di senso compiuto componendole all’interno di uno schema che compare sullo schermo del proprio telefono, sfidando un avversario la cui identità è celata da un link. Ma giorno dopo giorno due donne, trovandosi sempre online a battagliare a suon di sillabe, diventano curiose l’una dell’altra, iniziano a chattare, a comunicare, a connettere i propri lontanissimi mondi. Scoprendo che… Intrigante, ben congegnato, ben scritto, con dei bei personaggi e un finale sorprendente.

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