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“I nerd salveranno il mondo”

copertina-i_nerd_salveranno_il_mondodi Gabriele Ottaviani

Forse il nocciolo tematico che meglio ha attecchito in Italia, per via di un improvviso e mai del tutto chiarito endorsement dell’élite intellettuale per il nome di Philip K. Dick, è l’altro filone della fantascienza in cui si ipotizza un futuro di decadenza per l’umanità. Visto che ogni tanto è divertente anche farsi dei nemici proviamo a dirlo apertamente: la santificazione tra i cinefili, pure quelli distratti, di un film oggettivamente importante come Blade Runner di Ridley Scott, si è trascinata dietro anche la nobilitazione dell’autore del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep, da cui è tratto il film, sebbene molto alla lontana. L’altro spunto decisivo è che l’evoluzione della tecnologia ci porta sempre più a contatto, anche in modo distratto, con pensieri sul nostro rapporto con la medesima. Così, l’ipotesi di un salvataggio su supporto digitale della mente e forse anche dell’anima di una persona, non è più tanto ostica, neppure per i non-nerd, al punto di poter diventare nucleo portante di una eccellente commedia – di ambientazione squisitamente contemporanea – come Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, abilissima anche a parlare della difficoltà dei rapporti tra le persone. Blade Runner è considerato il capostipite del cyberpunk. Pur non mettendo ancora in scena la dualità tra mondo reale e mondo virtuale, è fondativo per lo scenario complessivamente oscuro e decadente. A esordire con la frase “Il cielo sopra il porto aveva il colore di una televisione sintonizzata su un canale morto” è Neuromante, ostico ma decisivo romanzo del sottogenere, a cui fa da contraltare Aristoi di Walter Jon Williams, di otto anni successivo, in cui la discretizzazione anche delle sottopersonalità di un individuo sfocia, in passaggi successivi della medesima storia, in uno scenario addirittura fantasy. Senza Neuromante e senza Philip K. Dick è difficile anche solo immaginare l’esistenza di Matrix, trilogia cinematografica e franchise di successo che ha reso popolari determinate tematiche anche di fronte al grande pubblico (insieme ai lunghi cappotti di pelle nera, chiaro). C’è inoltre il tassello della distopia, con gli illustri predecessori menzionati nel capitolo sulla sci-fi britannica, e le influenze dall’Oriente sotto forma di arti marziali e spettacolarità dei combattimenti. Un’operazione sincretica analoga a quanto fatto, poco più di un ventennio prima, da George Lucas con Star Wars (però ora basta, perché comincio a infastidirmi da solo…). Il cyberpunk, anche non dichiarato, continua a vivere nella narrazione contemporanea per il fatto stesso che ormai molte tecnologie hanno superato le loro versioni immaginate dagli scrittori di fantascienza. Scampoli si trovano in Doctor Who così come nella serie antologica inglese Black Mirror. Mentre sul tema di una ricerca genetica che permette di reinventare gli stessi esseri umani, difficile non andare a citare, cinematograficamente parlando, Gattaca di Andrew Niccol, che attinge a sua volta anche alla distopia, e Il mondo dei replicanti con Bruce Willis. Fondamentale per l’immaginario nerd, e laterale tematicamente, quel franchise di Jurassic Park nato da un romanzo di Michael Crichton, in cui a essere riportati in vita dalla (fanta)scienza sono invece i dinosauri. Quanto all’attitudine pessimista, pur in estrema semplificazione, pur avendo illustri predecessori recentemente riportati in vita (Il pianeta delle scimmie), forse è stata un po’ messa da parte dall’immaginario pop contemporaneo per ragioni banalmente commerciali. Anche Steven Spielberg, quando ha bazzicato in questi dintorni tematici con Minority Report, si è sentito in dovere di dare vita a un abborracciato lieto fine. Più di recente, con Interstellar, Christopher Nolan ha portato per primo sullo schermo, in un film per il grande pubblico, lo scenario di un futuro di decadenza a causa dell’esaurimento delle risorse del pianeta. Significativo come la risposta alla questione risieda nel tentare la carta dell’esplorazione spaziale (una risposta che sarebbe piaciuta ad Asimov). Ed è qui che il “futuro interiore” del cyberpunk ci riconduce alla fantascienza di esplorazione spaziale.

Fulvio Gatti, trentatreenne torinese di nascita ma astigiano (dell’hinterland, a essere precisi) d’adozione, è specializzato in cultura pop, fumetto e immaginario fantastico, scrive su testate locali e nazionali, ha pubblicato saggi, racconti, sceneggiature, traduzioni, ha scritto e coprodotto cortometraggi e video istituzionali e ha deciso ora di parlare… di nerd. Ovverosia di quella categoria di persone viste per lo più come una sorta di maniaci asociali potenzialmente pericolosi come un gatto quando cambia sguardo e sembra che voglia che sia il suo padrone, o meglio servo bipede, a finire in pezzi nella ciotola, che ora in realtà sono stati pienamente sdoganati: una vera rivalsa che ora come ora, passando da un eccesso all’altro, connota – ma fino a quando? – l’immaginario collettivo, tra le versioni filmiche dei più celebrati e idolatrati, specie dai collezionisti, fumetti di supereroi, Star wars, il web e persino una sit-com di grandissimo – anche troppo, in tutta onestà… – successo come Big Bang Theory, in cui, diciamoci la verità, il più normale dei personaggi riempie da solo almeno un paio di manicomi. I nerd salveranno il mondo (Las Vegas) è una esegesi francamente esilarante e intelligentissima, dettagliata, dotta, raffinata, piena di curiosità, brillante, profonda, originale, accattivante, appassionante, divertente, piacevolissima a leggersi, mai noiosa o banale e davvero ben scritta, da non perdere.

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“Non sparate sul regista”

copNSSRdi Gabriele Ottaviani

L’uomo del terzo millennio pensa di sapere quasi tutto. Ha esplorato prima il pianeta camminando, navigando o volando, poi ha cominciato a occuparsi del cosmo. Infine si è guardato dentro, studiando la psiche, il cervello, la società e ogni causa utile per ricercare le motivazioni più profonde dei nostri comportamenti. Non ha capito molto della Terra, poco del cielo e meno ancora dell’uomo. Ma l’indagine è stata fatta. Dove rivolgere dunque l’attenzione della ricerca oggi? Consultando i giornali si scopre, ad esempio, che alcuni scienziati stanno cercando di sparare molecole in una galleria in Svizzera per dimostrare se ha più accelerazione un neutrino ticinese o la Skoda Felicia della polizia cantonale. Altri si sono messi a pesare il corpo dell’uomo post mortem per capire se siamo composti da un’anima o siamo solo grosse bombole di gas inesploso che camminano. C’è chi ricostruisce gli escrementi fossili dei dinosauri per capire se gli erbivori del Siluriano soffrivano di colite spastica, e altri che si affannano a decrittare le incisioni rupestri per sapere se anche gli etruschi soffrivano di forfora.

[…]

Ma se prendiamo la nostra giornata tipo (sveglia, tragitto casa-lavoro, lavoro, tempo libero, cena, tempo libero), ci rendiamo conto che c’è almeno una zona buia nella quotidianità di ognuno di noi, un momento dove il cosiddetto metodo scientifico, unitamente al buon senso, viene gettato in fondo a un oceano. Pensateci bene: sapete esattamente le calorie di ciò che assumete a ogni pasto, quale combustibile utilizza il mezzo che vi porta al lavoro, quante serie di addominali dovete fare in palestra, che cosa è uno spread, quanto vi rendono le vostre obbligazioni, che cosa avete compreso nel vostro piano tariffario telefonico. Tutte cose complicate con le quali avete a che fare tutti i santi giorni e che conoscete in modo approfondito. Di fatto sapreste spiegare razionalmente ogni scelta o atto della vostra giornata o fenomeno al quale assistete. Eppure, eppure, non sapreste spiegare perché il buono e il cattivo in un film si inseguono sempre sopra il treno e mai negli scompartimenti. Perché durante le sparatorie c’è sempre un uomo che cammina sul lucernario. Perché gli agenti dell’FBI hanno tutti la faccia come il culo e tramano contro il nostro eroe, che pure è l’incarnazione del bene. Perché nessuno balbetta al cinema e le ricercatrici di artropodi del Borneo sono più belle di una Coniglietta di Playboy. Perché il cattivo blatera per ore prima di sparare. Perché l’amico del nostro eroe prima di morire recita un monologo anche se è stato colpito con una cannonata in pieno ventre.

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Grande comprimario nei film disaster, spunta sempre fuori da qualche crepa muraria con la sua simpatica e spumeggiante carica elettrica di milioni di volt. Non è importante di cosa si stia parlando: un terremoto, una nave che affonda, un’inondazione, una fuga di gas, le cavallette, uno tsunami e così via: state pur certi che uno degli eroici protagonisti si troverà ad affrontarlo, improvvisando con lui un mortale minuetto. Ma di cosa si tratta? Semplicemente di un gigantesco cavo spezzato che penzola dal soffitto (ma a volte anche da mura perimetrali come una specie di applique) e ha al suo interno ancora tanta energia e corrente da poter friggere un umano al solo sfioramento, cosa che si deduce dalle continue scariche tutt’attorno a esso. Non importa se cavi del genere sono improbabili in quel contesto, non importa domandarsi come possa contenere ancora elettricità, né tantomeno perché continui a muoversi con oscillazioni non euclidee cercando di uccidere chiunque gli passi attorno come un boa incazzato. È infatti evidente che il cavo elettrico impazzito non va spiegato con i canoni della scienza, bensì con quelli dell’occultismo o direttamente della magia nera. Per alcuni studiosi non è una conseguenza, bensì preesisterebbe all’evento catastrofico, e una volta che riesce a emergere all’aria aperta può finalmente darsi da fare nel tentativo di sterminare quante più persone riesce, come una specie di maledizione egizia finalmente libera di fare danni. Per altri illustri studiosi del fenomeno, addirittura, l’evento catastrofico oggetto del film verrebbe causato proprio dal tubo elettrico impazzito, il quale, a furia di scaricare la sua potenza, dopo anni di tentativi cocciuti, crea alfine il danno. Di certo, da come si muove, si contorce e segue la preda, possiamo affermare che ha un suo cervello. Assassino, ma sempre di cervello si tratta.

Non sparate sul regista. Oddio, qualche volta in realtà farlo sarebbe cosa buona e giusta, visto quello che certi sedicenti cineasti o presunti tali fanno uscire in sala. Ma mica solo a lui, per carità: anche allo sceneggiatore, al montatore, all’operatore, al truccatore, al fonico, al musicista, al costumista, allo scenografo, alla segretaria di edizione che non si accorge di blooper che avrebbe notato in un battibaleno persino quella povera stella della bimba di Anna dei miracoli, al produttore, a certi “attori” che nemmeno negli Occhi del cuore risulterebbero convincenti, anche perché ormai si è diffusa la consuetudine che, poiché la capacità di dire bene una battuta non è più viva né lotta insieme a noi, tanto vale soffiare, invece che parlare… Naturalmente non si vuole il loro male, ci mancherebbe altro: però qualche etto di pallettoni di sale grosso direttamente sul deretano come fa Zio Paperone con i componenti della Banda Bassotti ogni volta che tentano di introdursi nel suo beneamato deposito forse servirebbe a far capire come si devono fare le cose… Un po’, mutatis mutandis, lungi da noi l’idea di essere irrispettosi, come il celebre Va’, e non peccare più di biblica ascendenza, insomma… Simone Cerri, milanese, poco più che quarantenne, scrive per Las Vegas un libro – più che un testo un vero e proprio viaggio – divertentissimo, per non dire esilarante, sui luoghi comuni del cinema, soprattutto quello americano d’azione. Per tutti gli appassionati, da non perdere.

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“La penultima città”

la penultima cittàdi Gabriele Ottaviani

Come un uovo, Michela rinasceva ogni giorno da un travaglio lungo e difficile ed era l’unica forma vivente della Giolla Unita a farlo, esercizio di un’arte dimenticata.

La penultima città, Piero Calò, Las Vegas. Stravagante. Singolare. Unico. Ricco di riferimenti eppure originale. Senza termini di paragone che possano essere completi e pienamente calzanti. Visionario, profetico e fotografico, scritto in un linguaggio sorprendente, che distrugge e rielabora ogni convenzione, lirico e fantascientifico. Dolente. Tragico. Speranzoso. Ironico, tagliente come una lama affilata. Multiforme come l’ingegno di Odisseo. Classico, nel senso più ampio ed elevato del termine. Distopico. Realista e surreale. Iniziatico. Difficile ma non incomprensibile. Allegorico. È una realtà altra, degenere e degenerata ma non troppo lontana dall’attuale, per certi versi, quella in cui si muovono i personaggi, tra reminiscenze orwelliane, maxischermi, sarcasmo, comicità, paradossi, pericoli incombenti, manifesti e subdoli, utopie e oppressioni, un mondo finito eppure ancora nemmeno cominciato. Non c’è più il denaro, ma un baratto che idolatra l’oro, e nuove strutture di potere. In questo gli uomini, ognuno di loro, cercano il senso. Della vita e delle cose. Un viaggio sensazionale, pagina dopo pagina.

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“Caro lettore in erba…”

caro lettore in erbadi Gabriele Ottaviani

Si mangia ogni giorno. Si beve ogni giorno. Si va in bagno ogni giorno. Si ama, si odia, si litiga e si fa la pace ogni giorno. E bisognerebbe leggere ogni giorno, perché chi ama i libri pensa che leggere sia una cosa naturale. Tanto naturale che diventa pian piano un modo per potesri raccontare.

Caro lettore in erba…, Gianluca Mercadante, Las Vegas: Emma Bovary, Perpetua, Sherlock Holmes, Dracula, Samsa, Caulfield, il visconte dimezzato, Irina l’eroina del romanzo pornosoft che è sposata con un imbrattacarte accanto al quale si sente tanto la moglie del Manzoni… Ci sono tutti, personaggi veri e finti, celebri e non, in questo volume che è un viaggio ironico, un gioco scherzoso e sapido, un saggio irriverente e tagliente, un romanzo ma anche una guida, un vademecum che accompagna e indica la strada. In Italia si legge poco. Non sono semplicemente dati, è un fatto. Eppure tutti sembrano scrivere (e di questo argomento, con Caro scrittore in erba…, ideale altra metà del dittico, Mercadante, con gli stessi toni puntuti e irresistibili, si è già occupato) e in particolare la lettura, nonostante le colpe della politica, della società, della scuola, degli scrittori stessi che sembrano produrre tutti lo stesso romanzo, è ancora considerata da chi la pratica un divertimento che non ha termini di paragone: allora forse serve davvero un manuale per orientarsi, per principianti e non… Divertentissimo, schietto e sincero.

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“Prendi la DeLorean e scappa”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Carlo Biffa incontra se stesso. Uguale a lui, ma più grasso: grottescamente più grasso. Con le basette lunghe e unte e i capelli chiaramente graziati da un toupet. Con le guance viola di chi passa all’osteria sulla statale già alle nove del mattino. Sembra Biff Tannen alla fine di Quel Film Là Che Gli Faceva Paura. E gli fa paura proprio per colpa di Biff Tannen. Perché quando Carlo Biffa ha visto quel film per la prima volta al cinema, a vent’anni, l’ha adorato quasi fino alla fine, quando aveva visto Biff invecchiato che puliva la macchina del signor McFly. Insomma, era uno stronzo e la punizione gli stava benissimo, intendiamoci. Ma quel Biff grasso e invecchiato, così diverso dal Biff giovane di pochi rulli di pellicola prima, l’aveva fatto pensare. Un giorno avrebbe visto la versione anziana di se stesso, e non avrebbe avuto neanche quel trucco posticcio. Un giorno avrebbe visto il se stesso invecchiato. Grasso, cadente, con i dolorini e i denti devitalizzati e i capelli a chiazze e i mille trucchi, accorgimenti, paure, medicine e rallentamenti che porta avere, che so, settant’anni. Un giorno avrebbe visto se stesso che aspettava di morire.Carlo Biffa ha 46 anni. E sta guardando il suo se stesso settantenne che compra lo stracchino al banco formaggi del Bennet di San Martino Siccomario. Il vecchio Biffa lo guarda con i suoi occhi da vecchio, in cui si leggono circa trent’anni di rinunce, e agguanta avido l’ultimo stracchino.

Era l’avvenire, e invece ci siamo già arrivati. Sono trascorsi, e sembra quasi incredibile, trent’anni da quando Ritorno al futuro ha fatto bella mostra di sé nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, diventando semplicemente un cult a base di macchine volanti, hoverboard, scarpe autoallaccianti e tutti gli annessi e connessi, e ora il duemilaquindici tanto agognato è quasi già passato. Nostalgia canaglia, per il tempo che non c’è più, divorato dal tempo stesso… Cosa è rimasto? Diciotto racconti, un’antologia, Prendi la DeLorean e scappa, edita da Las Vegas edizioni e curata da Andrea Malabaila con i racconti di Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, lo stesso Andrea Malabaila, Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti e Paolo Zardi. Una parentesi di freschezza da non lasciarsi sfuggire, per rivivere ancora una volta quelle atmosfere che hanno fatto epoca.

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“Ho sposato mia suocera”

Ho_sposato_mia_suocera_Copertinadi Gabriele Ottaviani

“Secondo me non è necessario inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere: come punizione mi pare che basti.”  Winston Churchill

[…]

Una volta sono arrivato a casa, ho aperto la porta e ho avuto l’impressione di aver sbagliato indirizzo. Sul mobile dell’ingresso io e Clara abbiamo messo decine di fotografie incorniciate: un modo per dare un po’ di concretezza visiva alla nostra storia d’amore. In fondo anche il nostro matrimonio è partito da uno scatto. Bene, quel giorno le foto erano sparite. Il mobile era completamente vuoto e l’entrata di casa aveva all’improvviso preso un’altra fisionomia. Sembrava l’abitazione di qualcun altro, la nostra storia d’amore era stata spazzata via in un attimo. Il primo istinto è stato quello di richiudere la porta: “No, questa non è casa mia, devo aver sbagliato qualcosa”. Poi sono tornato in me, e sono rientrato in quell’appartamento che non sembrava più mio. Mi sono inoltrato nel salotto, e ho cominciato a ritrovare, poco alla volta, tutti i pezzi del puzzle: una foto sopra il televisore, un’altra nella libreria, un’altra ancora sopra il pianoforte, una sul camino, e così via. Naturalmente era stata un’iniziativa di mia suocera: le foto non le piacevano nell’ingresso, e allora aveva deciso di spargerle per tutta la casa. Clara aveva tentato di riparare al danno, ma non aveva fatto in tempo. Io ero arrivato prima dal lavoro, e mi ero imbattuto in quello spettacolo raccapricciante: la mia storia familiare fatta a brandelli. Le altre cose le ho sempre tollerate: spostamenti di mobili, divani, tappeti, piante, la sparizione del libro che ho appena comprato e mi sto pregustando di iniziare. Tutte operazioni sempre avvenute rigorosamente in mia assenza. Ma in fondo capivo ogni evento alla luce della dinamica bellica: la conquista del salotto richiedeva qualche spargimento di sangue. Quello però fu un colpo basso, tipo sganciare una bomba su un asilo. Anche la battaglia più cruenta deve rispettare un certo codice etico. Mia suocera era andata oltre, il ratto delle fotografie aveva aperto una breccia insanabile. Il suo capolavoro, però, è un altro. Come dicevo, Lei è maestra nella guerra psicologica. I suoi attacchi più violenti avvengono sempre a distanza. Tutti i peggiori insulti alla mia persona sono veicolati dalla povera Clara, che da anni si trova in mezzo a due fuochi. Ma la sua genialità si applica soprattutto all’oggettistica subliminale: una violetta che gira da anni nel nostro salotto, le sue pantofole nell’ingresso, la bottiglia di Ceres (Lei beve solo quella marca) sempre vuota sul tavolo. Tutti segni tangibili del suo passaggio. E poi c’è la macchina: quello è il vero capolavoro. Quando va dal suo massaggiatore (una persona che ha sempre avuto tutto il mio appoggio morale) preferisce lasciarla nel nostro piazzale. La scusa è quella del parcheggio (pare che sotto quello studio sia impossibile trovare un buco), ma in realtà l’intento è quello di allestire una postazione di sorveglianza. Anche perché da casa nostra al massaggiatore ci sono circa due chilometri di salita: a piedi è una bella sfacchinata, soprattutto per una che ritiene un viaggio della speranza un tragitto di pochi minuti. Il parcheggio non è affatto impossibile. E poi, nel mezzo, ci sono decine di altri punti in cui la macchina potrebbe essere agevolmente posteggiata. Non ci sono dubbi: quello è un presidio. E non è nemmeno un presidio nascosto, tipo una trincea infrattata tra il fogliame, perché quella macchina non passa inosservata nemmeno in un parcheggio dell’aeroporto. Colore rosso fiammante, alettone sul retro, minigonne laterali, assetto sbassato, strisce fiammeggianti sulla portiera. Roba da ragazzini con le mutande che escono fuori dai pantaloni. Era un affare (o perlomeno, così le hanno fatto credere), e di fatto mia suocera da dieci anni sale in paperine e gonnellina plissé su un bolide dell’asfalto, che farebbe la gioia di un rapper con lo skateboard nello zaino. Impossibile, dunque, non notare quella torre di vedetta.

Diciamo che già l’accostamento proverbiale con il dolore al gomito fa immediatamente supporre che non sia proprio la figura più amata del parentado, ma in generale la suocera ha una fama che la precede, poveretta. Non si capisce perché, ma è così. Le suocere, in fondo, sono esseri umani come tutti gli altri: invadenti, impiccioni, rompiscatole e con la verità in tasca. Pertanto, non si capisce come mai tutto quest’astio canalizzato proprio verso di loro e non per esempio nei confronti dei cognati, dei cugini di quarto grado, degli arcavoli. Forse perché sono acquisite, e come acquisto valgono come Trotta quando se lo comprò la Roma (con tutto il rispetto, un difensore che in campo faceva acqua da tutte le parti)? E vabbè, ma quante volte un acquisto non ci soddisfa?! Eppure non speriamo che una camicetta si rompa una gamba al primo scalino che incontra… Forse perché le camicette non hanno gambe? Dettagli… Scherzi a parte, Ho sposato mia suocera – Memorie di un genero esaurito parla di vita quotidiana, con esagerazioni e facili ironie, e tra un’iperbole e l’altra fa letteralmente morire dal ridere. Complimenti a Stefano Grimaldi, per I Jolly di Las Vegas Edizioni.

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“Polaroid” – Gianluca Mercadante

polaroiddi Gabriele Ottaviani

La luce illumina la stanza con giallognola violenza. Gli incarnati dei membri dell’esecutivo, bruniti fuori stagione, bombardati dai faretti rotondi che crivellano la controsoffittatura in cartongesso, l’ dentro, assumono un colorito aranciato. Dal suo punto di vista, a capotavola, vede quindici mandaranci ficcati a viva forza su quindici doppiopetti incravattati.

 

La cronaca entra ormai da tempo, in questa nostra società sempre più interconnessa e multiconnessa, qualche volta persino troppo, in maniera parossistica, tanto che c’è chi, sempre più spesso, si trova a ricerca un certo tipo di isolamento, o perlomeno di silenzio: attraverso i mezzi di comunicazione di massa, i messaggi sul telefono, le più consuete conversazioni. E quando attraversa come un raggio incidente la nostra quotidianità lascia un segno, tanto che tutti ci ricordiamo cosa stessimo facendo in un determinato momento, che fosse il G8 di Genova o l’attentato alle Torri Gemelle, quando abbiamo visto degli aerei entrare nei grattacieli della città che più di ogni altra, anche, se non soprattutto a chi non ci è stato mai, appare familiare, come lame nel burro, quando la Storia ha fatto capolino di prepotenza nella nostra che ha la esse minuscola, nei nostri disagi e pensieri, persino in quelli più segreti.

Gianluca Mercadante pubblica con Las Vegas Polaroid, titolo azzeccato, perché i racconti, impreziositi da disegni formidabili e capaci di raccogliere, tramandare e sintetizzare il senso più intimo e profondo delle narrazioni, istantanee incisive che fanno riflettere.

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“Guardrail” – Eva Clesis

guardraildi Gabriele Ottaviani

C’erano state altre serate come ospite nella villa di Angelica, momenti in cui Davide avrebbe potuto chiamarla in disparte, rientrare con lei nel cerchio delle domande molto molto personali. Bastava un salto a piedi pari, mano nella mano, loro due insieme. Il vero amore, quel punto di congiunzione tra l’eccitazione, il sentimento, la carne e una paura fottuta di sciupare l’incanto per sempre, di spezzare l’incerto equilibrio. Con Davide sarebbe stato diverso, non avrebbe mai barattato i suoi baci per una birra anche perché, splendente com’era, per Alice era il Sole e per farsi toccare le tette dal sole non avrebbe mai chiesto qualcosa in cambio, se almeno questo Dio le avesse concesso di innalzarsi, di arrivare all’altitudine dei suoi raggi. E quando uno dei suoi veri spasimanti si azzardava a chiederle di essere la sua ragazza, Alice per poco non iniziava a menargli dalla rabbia. In quei sette mesi Davide avrebbe potuto chiamarla in disparte per poter spiccare il salto con lei. Ma quella fulgida stella aveva optato invece per uno stato di distaccata immobilità. Prima, c’era stato il video di Angelica, la descrizione che lei aveva fatto ai suoi amici di casa De Caro con aria schifata. Dopo, dal fondo della sua anima costretta a stare a terra l’odio di Alice sarebbe tornato a galla e lei si sarebbe vendicata. All’epoca del video non sapeva ancora come, finché una sera non fu beccata da Fabrizio, l’ultimo ragazzo che avrebbe voluto incontrare nel caos alcolico di una discoteca.

 

Alice in realtà non si chiama nemmeno Alice. Ha il nome della nonna, la peggiore maestra della storia d’Occidente. E quella col peggior nome. Assunzione Maria Addolorata. Una che picchiava gli alunni. Una da cui il figlio è fuggito. Portandosi via un sacco di problemi. Sposando un’inglese. Con cui ha fatto una figlia. E un incidente stradale. Che ha tolto alla bambina, che si era sempre comportata bene, padre, madre e libro preferito. E allora, ha deciso di comportarsi male. Se quello era il premio… A scuola non va, gli altri la considerano il diavolo, l’unica amica o presunta tale che ha fa sembrare leale l’Iscariota. Trapiantata da Asti nel Tarantino, Alice vuole scappare. E incontra un uomo con gli occhiali da sole…

Las Vegas non è solo il nome della città delle luci nel deserto del Nevada. È anche il nome di una casa editrice che pubblica bei libri. Guardrail di Eva Clesis è uno di questi. Perché la giovane autrice scrive benissimo, con una prosa che conquista per il suo ritmo, teso senza essere inutilmente forsennato, per la sua incisività, per la sua autenticità e capacità di raccontare dinamiche verosimili con precisione e cura.

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