Libri

“Mattanza”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Lo so. Per fortuna ci sei. Sempre e sempre. Non saprei come fare senza di te, senza il tuo corpo magico, senza le tue battute e il tuo cuore buono.» «Porca miseria, Ciro! Se mi diventi romantico è meglio che ti fermi alla prossima piazzola di sosta, così ti faccio un pompino!» «Mica è brutta l’idea!» «Lo sapevo! Disgraziato! Oltre ad essere milanese, non è che sei anche un po’ belga? E dimmi una cosa: pure a te piace scattare fotografie?» «No. Io, oltre ad essere milanese, sono tutto calabrese! Aspromonte, per la precisione. E, visto che foto non ne scatto, che faccio: mi fermo?» «Accelera! E sbrigati! Voglio tornare a casa!» «Vabbè, però me lo potresti succhiare dolcemente, strada facendo…» «Cammina!» La risata in sordina del professor Ciro Barrese fu contagiosa: anche Abacìlio non riuscì a sfuggire all’ilarità comune; si mescolò alle note di Promenade spuntate dalle mani di Keith Emerson, che saturavano di monumentale dolcezza l’abitacolo della Thema.

Mattanza, Giuse Alemanno, Las Vegas. Arriva finalmente in libreria il seguito, e con ogni probabilità (ma non è detto, anche perché non ci si stanca mai di leggere pagine come queste, fatte di storie ben scritte, ambienti ben caratterizzati, trame ben congegnate, avvincenti, convincenti, coinvolgenti e trascinanti, crude e potenti, personaggi riusciti) l’episodio conclusivo del racconto delle vicende di due fra i cugini più disuguali – ma in realtà profondamente simili, eccome… – che sovvengano alla memoria da che esistono le parentele, di Come belve feroci: Giuse Alemanno narra ancora di Santo e Massimo Sarmenta, che abbandonano il loro nascondiglio in Val Camonica, con tanti soldi in tasca e tanti morti alle spalle, non quanti come i sassi lanciati da Deucalione e Pirra per ripopolare il globo, ma poco ci manca, e cominciano una nuova vita. Santo, che è dottore, inizia grazie a un contatto a lavorare nella clinica Santissima Maria Celeste, mentre Massimo, “Mattanza” per gli “amici”, vuole tornare a Oppido Messapico e finalmente vendicarsi di Costantino Ròchira e di tutti quelli che hanno collaborato allo sterminio della famiglia Sarmenta. Ma… Impeccabile e imprescindibile.

 

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“La misura imperfetta del tempo”

71WMo0RScQL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anche lei a quei tempi era una delle tante che masticava desideri e li scoppiava quando il sapore non le piaceva più. Aveva sempre funzionato fino a quando un desiderio ancora intatto, il sapore ancora buono, le era scoppiato in faccia. Un imprevisto, tipo quelli del Monopoli, ma molto più crudele. In realtà gli imprevisti erano stati due.

La misura imperfetta del tempo, Monica Coppola, Las Vegas. Divinità proterva che tutto fagocita, espressione della natura che si preoccupa solo di dar vita, non di prendersi cura, non ritenendolo un suo compito, delle creature che mette al mondo e che costringe a dibattersi di continuo come falene ormai troppo sedotte dalla fiamma di una candela nel contesto di un mondo sempre più precario, vacuo e vano, il tempo è prima di tutto estensione e durata, espressione dell’anima e della sua molteplicità contraddittoria, è percezione, benché non si possa scandirlo in metodi diversi da quelli che la scienza incontrovertibilmente sancisce: il tempo passa, fluisce, porta con sé sedimenti, edifica macigni di detriti, fin quando non è necessario giocare a carte scoperte, dire finalmente la verità, per permettere un nuovo inizio, più vero e sincero. Sono tre donne le protagoniste di questa intensa storia, nonna, madre e nipote, tre generazioni. La più giovane, Mia, da sempre non sa nulla del padre e la nonna, Zita, che l’ha cresciuta nella periferia di Torino è rimasta vedova e ora intesse una relazione, che sbigottisce la nipote, con un altro uomo. Ricomincia a vivere, e si ritrova fra i piedi anche la figlia, Lara, richiamata a forza da Milano, dove pensa pressoché solo alla carriera: il confronto, il contatto, il conflitto, lo scontro sono inevitabili, così come inarrestabile è la discesa verso l’agnizione, lo svelamento del mistero. Chi è il padre di Mia? E cosa accade quando il non detto lascia il posto alla realtà? Come si cambia? Personaggi credibili, trama avvincente, confezione impeccabile, altissima piacevolezza di lettura, profondità e pienezza di senso: tutto questo e molto altro è l’opera di Monica Coppola. Da non farsi sfuggire.

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“Il piano inclinato”

71pMCrTQC+L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Joost portò un altro vassoio colmo di bicchieri e fu accolto da un’acclamazione. Nina al suo fianco sorrideva. Era di certo più bella di Linda e si faceva notare adesso, con il volto ben truccato per la notte, molto diverso da quello che Francesco ricordava. Le due spagnole furono l’attrazione principale per la successiva mezz’ora, tutti volevano sapere da dove venissero, cosa ci facessero lì, come si trovassero ad Amsterdam. Linda era la coinquilina di Nina, frequentavano lo stesso master in marketing, la prima era di Madrid, l’altra invece veniva da qualche paesino dell’Andalusia. Le età non furono menzionate e Francesco immaginò fossero entrambe sui venticinque, ventisei anni. Dopo il breve interrogatorio e qualche altro giro di whiskey e birra, il gruppo tornò a ridere e gridare. Non si parlava di niente, si dicevano più che altro battute e prese in giro da ubriachi; a poco a poco i loro occhi si fecero più liquidi, i gesti più scomposti, i sorrisi più affilati. Francesco si mosse in direzione di Nina. Gli era rimasta quell’impressione di settimane prima, quando aveva notato qualcosa nel suo profumo. Arrivato a qualche metro da lei, fu rapito dai suoi capelli. Le arrivavano quasi in vita e, visti da vicino, avevano un’arroganza selvaggia. Si avvicinò ancora e glielo disse. «Sono di famiglia» spiegò Nina. «Quelli più belli li aveva mia nonna. Erano lunghi fino ai piedi. Io ogni tanto li spunto.»

Il piano inclinato, Matteo Di Pascale, Las Vegas. Siamo tutti la storia Instagram di qualcuno, quindici secondi che permangono nella memoria per non più di ventiquattr’ore prima di diventare un rifiuto immateriale. Siamo tutti, come Alice nel paese delle meraviglie, costretti a correre forsennatamente per rimanere nello stesso punto senza speranza alcuna di progresso, per non precipitare a gambe all’aria, per non perdere quel poco che abbiamo che inizia a sfuggirci nel momento in cui lo otteniamo, e la terra sotto i nostri piedi si fa acqua profonda. Francesco è un pubblicitario di successo che ha trovato la fortuna in Olanda e vive una neghittosa festa perenne tra i canali di Amsterdam in cui non riesce a spendere tutti i soldi che guadagna e azzittisce quella noiosa e rumorosa radiazione di fondo a cui non sa dare un nome e che, inquieto, insoddisfatto, frustrato e infelice l’ha spinto a partire dall’Italia giungendo là dove pare, grumo di energia potenziale, carico come una molla, pronto a spiccare definitivamente il volo. Ma non ha fatto i conti con il cuore, e l’equilibrio fragile e instabile mette in moto una reazione a catena che lo getta nella crisi più profonda, che proprio per questo gli concede una gigantesca opportunità, quella di rincorrere il vero… Credibile, intenso, coinvolgente, avvincente.

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“Come belve feroci”

come_belve_feroci-cop.jpgdi Gabriele Ottaviani

A Costantino la fame era passata, ma qualcosa per calmare il nervoso la doveva trovare. Così gli venne un’idea. La monta mortale con la Enza gli aveva lasciato un languore latente. Però, superati i cinquant’anni, cominciava a zoppicare sulla seconda botta. Così aveva imparato che, nelle occasioni necessarie, era meglio abbandonarsi alla passività di un ricco pompino. A questo, tante volte, aveva provveduto Salvatore, dato che Costantino aveva imparato in galera che non c’è grande differenza se a prenderlo in bocca è un uomo o una donna. Ma a quell’ora Salvatore stava marcendo sotto una massa di pietre. Andare a trovare una delle sue asinelle non era cosa: le aveva tutte viziate, al punto che doveva presentarsi con un regalo o con un invito a cena o con uno di quei cazzi languidi a cui le donne tengono tanto prima di aprire le cosce. Ma non aveva né voglia né tempo per organizzare teatrini. Poteva farselo succhiare da una zoccola di strada, questo sì, ma era persona conosciuta e rispettata nell’ambiente, e le troie non sono certo note per essere abili al silenzio. Costantino Ròchira, da solo, che se ne va a puttane di domenica pomeriggio: una notizia simile si sarebbe diffusa in un attimo. Sarebbe stato l’ennesimo sbaglio di quella giornata e uno del suo livello non se lo poteva permettere. Però dentro gli ruggiva la voglia del diversivo così decise che, quand’anche si fosse saputo, poteva sempre girarla a pagliacciamento. Perché ridere è, sovente, catarsi d’ogni imbarazzo. Costantino sapeva che un certo giro di signorine claudicanti sostava a tutte le ore sotto la tettoia di un distributore di carburanti dismesso. I giri a vuoto finirono e l’Audi 80 puntò lì.

Come belve feroci, Giuse Alemanno, Las Vegas. Nato a Copertino, in provincia di Lecce, ma vive per lo più fra Taranto, alla cui Ilva, inquinatrice mortifera azienda che dà però pane e lavoro a migliaia di persone, ha dedicato diversi testi, e Manduria, Giuse Alemanno non è certo alla sua prima prova letteraria: e si vede, lontano un miglio. La sua voce è brillantissima, solida, chiara, stentorea, potente, sicura, precisa, originale, esplicita, illumina come la luce di una lampada scialitica anche i più reconditi recessi dell’anima umana nella sua completa complessità, soprattutto in merito alle perversioni che deflagrano in questo nostro tempo materiale che tutto reifica e che di nulla di prezioso ha reale cura: Come belve feroci è la storia cruda e impietosa, ben caratterizzata, che di certo piacerebbe a Tarantino o in generale a un quotato e brillante cineasta di genere (sembra fatta anche per lo schermo oltre che per la pagina, in effetti), osservata con lo sguardo dello scienziato che seduto al microscopio descrive il fenomeno che davanti ai suoi occhi si sta palesando, del massacro di un’intera famiglia nella Puglia più profonda. Eccidio che però non riesce del tutto: vi sono dei superstiti, che inscenano la propria sparizione, si trasferiscono e ordiscono trame di vendetta… Da non perdere.

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“Casinò Hormonal”

51abQzLh+lL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La premiata ditta Lodato&Paloalto, in barba a ogni più pessimistica previsione, firmò il contratto con la Dreamporks Production di lì a un mese. Sedici film in quattro anni, ritmi di lavoro al limite dell’umana tolleranza, visite mediche continue, pause di lavorazione praticamente nulle. Niente raffreddori, influenze, cazzi tuoi. Se soltanto aveste idea di che cosa significhi mantenersi in tiro al naturale quei venticinque, quaranta minuti necessari per sistemare le luci intorno al vostro pisello, diverse volte al giorno, anche allettati dall’ipotesi di un’astronomica cifra subito disponibile sul conto corrente, almeno un attimo, giusto una frazione di secondo, datemi retta: ci pensereste. Ci pensereste eccome. Il problema della pornografia, a qualunque livello la si frequenti, è che è come la droga: facile entrare, difficile uscire. Soprattutto se non ne si vuole uscire. Dovrebbero aprire comunità di recupero per ex attori porno, gente del settore e comunissimi fruitori: potrebbe diventare un business di tutto rispetto. In tempi di crisi, ci vogliono idee nuove. E il porno, con la massima coerenza, ne ha sempre avute. Il nuovo, dunque, eravamo noi: un duo di pornofili che stava per fare della propria passione un mestiere. Oltremodo redditizio, avremmo scoperto. Il nostro primo lungometraggio, Twin Dicks, di recente riscoperto su YouPorn, caricato da qualche nostro rigido sostenitore, passò inosservato e sparì dalle videoteche e dai cataloghi alla stessa rapidità con cui venne realizzato e immesso sul mercato. Raccontava la storia di due gemelli, interpretati dal sottoscritto; uno era un tombeur de femmes di razza, l’altro uno sfigato, altrettanto di razza. S’innesca così un continuo scambio tra i due, che porterà tre madamigelle, sedotte e abbandonate dal gemello tombeur, a sospettare che sotto sotto ci sia qualcosa di losco, dopo essersi conosciute per puro caso. Stabilito un piano, le tre si danno appuntamento per la resa dei conti presso il domicilio del gemello tombeur, ma ad accoglierle in casa, spaventato come potrebbe esserlo un vampiro vecchio stampo al sorgere del sole, ecco il gemello sfigato. Il quale, messo alle strette, confessa l’orribile tresca. Le tre, vestite per l’occasione con costumi di scena che richiamano quelli del cartone animato Occhi di Gatto, decidono di punire il gemello sfigato obbligandolo a compiere ciò che più teme in assoluto: fare sesso. E il gemello sfigato, in mezzo a quel ben di Dio, tanto sfigato non lo sarà mai più. The end. Peccato fosse andato male. L’idea di fondo non brillava per innovazione, ma nell’insieme il film sarebbe riuscito nell’impresa di farvi dimenticare, per una sera, i solleciti delle bollette scadute e l’appuntamento della settimana con la nuova puntata dell’ennesimo talent show importato. Nonostante il gran capo non facesse i salti di gioia a fronte del flop, scelse di affidare a noi la realizzazione in tempi record di un lungometraggio destinato a un progetto di sensibilizzazione sull’uso dei contraccettivi. Per essere sinceri, ho l’impressione, col senno di poi, che il vecchio bastardo non avesse nessuno disponibile per le mani, al momento, e perciò non aveva fatto altro che tirare in mezzo le ultime ruote del carro. Ma lasciamo perdere: si trattava di cavalcare l’onda e io e Sandrino di cavalcate ce ne intendevamo.

Vercelli non è evidentemente nota per una movida degna delle Baleari, né tantomeno solo per le risaie, per i suoi scorci monumentali e per una gloriosissima compagine calcistica, bensì, almeno nella finzione del divertente, esplicito, erotico, sboccatissimo, esilarante, brillante, piacevole, godibile, allegro, lieve ma non superficiale, sardonico e intelligentissimo romanzo di Gianluca Mercadante, la cui vena narrativa è una garanzia di qualità, anche per le spumeggianti doti virili di Diego. Amico fraterno di Sandrino. A cui la scoperta casuale di una collezione di numeri del fotoromanzo pornografico SuperSex, quando, negli anni Ottanta, epoca edonista, crapulona e niente affatto lungimirante per antonomasia sotto ogni punto di vista, sono solo due ragazzini, cambia la vita: Sandrino fa il regista, Diego l’attore. Hard. Il successo è deflagrante. A un certo punto però Diego comincia a perdere colpi. Ma… Da non perdere assolutamente. Casinò Hormonal, edizioni Las Vegas.

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“Lo Straordinario”

51wqsRupSdL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Resistere è la parola d’ordine, come aveva suggerito Luca. O scappare. Oppure entrambe.
Lo Straordinario, Eva Clesis, Las Vegas. Lea ha trentasette anni. Ha una madre ipercritica. Una sorella che farebbe sentire inadeguato e inferiore chiunque. Ha tanti sogni non realizzati. Ha rotto col fidanzato. Ha perso il lavoro. Si sente in balia degli eventi. Decide di cambiare. In primo luogo casa. Va a vivere in un condominio di periferia. Che gli abitanti chiamano Lo Straordinario. È Milano. Ma pare Wisteria Lane. O Suburbicon. Tutto sembra infatti perfetto. Pure troppo. Tutto ora per Lea va per il verso giusto. Ma… Se The Truman Show fosse stato scritto dai fratelli Coen sarebbe stato così: delizioso, intelligente, brillante, ironico, sardonico, feroce, entusiasmante, preciso e puntuale nella caratterizzazione di ambienti e personaggi. Da non perdere assolutamente.

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“Fuori stagione”

copFSdi Gabriele Ottaviani

In sottofondo una voce femminile le aveva chiesto a che punto fossero le melanzane. Ilaria aveva risposto di aver quasi finito, e Sergio aveva percepito il ticchettio ritmico della lama sul tagliere. «Scusa, eh. Stiamo preparando una cena vegetariana con le mie coinquiline. Mi sa che più che altro stiamo facendo un casino.» Le risate avevano crepitato, coprendo quell’ultima parola, casino, e Sergio aveva avvertito la presenza di almeno altre due voci, oltre a quella che aveva sollecitato le melanzane. Si era domandato quanto bella potesse essere una serata in un appartamento pieno di ragazze radunate intorno a una cena vegetariana. «Capita. Anch’io sono un disastro in cucina» aveva detto Sergio, mentendo per difetto. In realtà la sua capacità di utilizzo di una cucina si limitava all’apertura/chiusura del frigorifero e al riempimento/svuotamento della lavastoviglie. «Ecco» aveva detto Ilaria. «Le metto qui. Scusate. Torno subito. Sergio?» «Sì, ci sono.» «Ho cambiato stanza.» Un certosino era sbucato da sotto una Volkswagen ed era andato ad acciambellarsi nell’aiuola alla base di uno degli alberelli che decoravano il marciapiede. «Come stai? Hai avuto una ricaduta?» «Niente ricaduta. Avevo voglia di salutarti.» «Beh, ciao. Ci siamo salutati.» Il certosino aveva guardato Sergio con i suoi occhi gialli e poi si era abbandonato a uno sbadiglio di piccole zanne acuminate. «Volevo anche dirti che sono stato molto bene, oggi.»

Fuori stagione, Federico Fascetti, Las Vegas. Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tivù, recita il verso più celebre di una canzone di successo. In effetti alla spiaggia, almeno nel più semplice immaginario collettivo, si addice l’estate. Il sole. Il caldo. L’acqua fresca. Trasparente. Cristallina. Fuori stagione, anche se si tratta, per esempio, come in questo caso, di una semplice domenica d’ottobre che non pare avere, almeno inizialmente, nessuna particolarità, non c’è il chiasso. Non ci sono grida gioiose. Palloni colorati lanciati da mani bambine. Corse a perdifiato e costumi sgargianti. Il mare, spesso, non è calmo. È come se ci si trovasse al cospetto di un animale ferito, in gabbia, che qualcuno taccia d’essere feroce ma in realtà non lo è affatto. È il ritratto sfocato della malinconia. Ma non è spiacevole trovarsi lì, piccoli dinnanzi all’infinito. Perché si schiudono le maglie dell’infinito, le porte dell’attesa. È il tempo della consolazione. Del bilancio. È il momento opportuno per demolire e ricostruire. Per ricordare, ripercorrere, cercare di capire come si sia giunti fin lì, e perché. C’è un padre. Che ama sua figlia. Ma non gliel’ha mai saputo dire. Non hanno un vero rapporto. Un giorno vanno insieme al mare. Sergio, così si chiama l’uomo, ha ricevuto da Ilaria, la donna che gli ha dato la bambina, ora undicenne, Giorgia, una missione. Capire come mai la piccola non parli più con gli insegnanti. Cosa sia cambiato. Quale senso di inadeguatezza, la stessa che ha fatto fuggire Sergio, poi in un certo senso sostituito da Gregorio, il nuovo compagno di Ilaria, dalle proprie responsabilità, le stia soffocando il cuore. Ma Giorgia, di fronte al mare, ha in mente – e non sovverrebbe alla soglia della coscienza solo a lei la stessa emozione, in tutta onestà – solo una cosa: fare il bagno. E… Federico Fascetti descrive con grazia sopraffina e commovente anime in cerca d’amore: imperdibile.

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“La più odiata dagli italiani”

LPODI-Copertina_Primadi Gabriele Ottaviani

«Preferisci una partita di calcio o la compagnia di una donna?» «Dipende.» «Dipende da cosa?» «Dipende dalla partita. E dipende dalla donna.» «E com’è questa partita?» «Ho visto di meglio.» «E com’è questa donna?» «Ho visto di peggio.» «È il tuo modo di essere galante?» «Ho visto di molto peggio.» «Così va meglio.» «Come ti chiami?» «Chantal.» «È il tuo vero nome?» «Qui dentro.» «Bevi qualcosa?» «Se mi vuoi rimorchiare.» «Sei una ragazza difficile.» «Sono difficile, ma non sono una ragazza.» «Quanti anni hai?» «Quanti me ne dai?» «Non incastrarmi in quel gioco.» «Quale gioco?» «Intuire la tua età, sottrarre cinque anni e dirti quel numero.» «E perché non lo vuoi fare?» «Non sono bravo in matematica.» «In cosa sei bravo?» «A bere Gin tonic.»

La più odiata dagli italiani, Davide Bacchilega, Las Vegas edizioni. Vincenzo Sarti è il più bravo di tutti. I risultati gli danno ragione, i numeri sono dalla sua parte: è l’allenatore di calcio che ogni presidente vorrebbe che sedesse sulla panchina della formazione di cui è proprietario. Ha una sua visione, ma quel che più conta è che è un vincente. Il problema, però, è che non è affatto un cavaliere senza macchia e senza paura: anzi, ha realmente una gran paura che le macchie che offuscano il nitore del suo passato possano riaffiorare e rovinarlo. Inoltre non brilla per coerenza, perché (e non è insolito), dopo aver combattuto con ogni mezzo l’innominabile avversaria, ossia la compagine più detestata dagli italiani, decide di farsi epigono di Wilde e di cedere alla tentazione di esserne il coach. Sbarca dunque a Torino: rendendosi conto, però, che la partita più importante che dovrà affrontare non è limitata a soli novanta minuti, tutt’altro… La freschezza della scrittura sapiente di Davide Bacchilega, che sa come amalgamare alla perfezione tutti i colori della sua ampia tavolozza, dando vita a un affresco gradevole e completo, non ha bisogno di presentazioni: il libro è come l’acqua per chi ha sete. Da non perdere.

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“Il cosmo secondo Agnetha”

il_cosmo_secondo_agnetha_2_edizionedi Gabriele Ottaviani

«Ooooohhhhh Danielita… che bello sapervi fidanzata!» Nella vita tutto è relativo. Per Clodette aver bevuto un cocktail insieme ed essersi raccontati vicendevolmente quattro bugie sulla propria identità vuol già dire avere una relazione. Secondo questi parametri sono stato fidanzato già con una valanga di altri puttanieri come me, al banco dei night-club. «Dovete proprio esserne innamorata, per arrivare a tanto.» Le avevo chiesto in prestito la biografia degli Abba. Non mi andava di passare un’intera serata con addosso lo stesso disagio provato in quel bar; preferivo bruciare qualche pomeriggio studiando la biografia di sua maestà Agnetha. Per questo mi ero preso un po’ di tempo, e avevo fissato l’appuntamento con Fiorenzo a sei giorni dopo: dovevo mettermi in pari con il programma. C’è chi per scrivere un libro passa anni a far ricerche, a viaggiare, intervistare gente, studiare e interpretare; io me la sono cavata con sei giorni di full immersion nel favoloso mondo di Agnetha Fältskog. Mi rendo conto che visto da fuori potevo in effetti dare l’idea di uno bello scottato da un’infatuazione omoerotica, Clodette aveva i suoi bei motivi per lanciare quelle insinuazioni e non credere alla mia verità, c’erano tutti gli ingredienti per l’ennesimo caso di conversione da etero curioso ma convinto a finocchio di categoria senior, e in un certo senso una qualche sorta di attrazione dovevo anche provarla. Semplicemente però non era attrazione sessuale. Fiorenzo ormai stava diventando la mia storia, il mio romanzo, la prospettiva del successo e di conseguenza, di tanto bel denaro da spendere come più mi sarebbe piaciuto. Tutto questo era di sicuro molto attraente. Grazie al terrificante incontro con lui ero riuscito ad andare avanti, e a mettere insieme anche un soddisfacente terzo capitolo, quello in cui Eros riceve la visita del suo vicino di casa che, come portafortuna di benvenuto, gli regala un dvd gay a luci rosse comprato usufruendo dello sconto dipendenti, invitandolo a provarlo subito. Incapace di rifiutare, Eros accondiscende, a dire il vero un po’ stranito dalle immagini che passano sullo schermo, mentre il suo nuovo amico cerca di stuzzicarlo facendogli commentare le scene, le posizioni, e lui, sperduto in un ambiente non suo, non riesce a far nulla se non aspettare che tutto finisca. Ernesto si dimostrò entusiasta: in questo libro sembrava proprio esserci tutto: tanti begli stimoli erotici, ironia, il glad-to-be-gay, la superiorità omosessuale. A patto ovviamente che alla fine il bell’Eros capisse di aver sempre sbagliato tutto e si fidanzasse col suo giovane direttore, dimostrandosi appunto un “etero non eterno”. Ancora qualche serata con Fiorenzo, ancora qualche piccola provocazione e sarei giunto anche a quell’epilogo. Il bello dei libri è che riescono ad arrivare laddove la realtà non sa spingersi, ma a tempo debito la mia fantasia avrebbe fatto il suo dovere. Quando ci vedemmo, quel venerdì sera, Fiorenzo, probabilmente disorientato dalla mia reazione al Threegaio non osò lanciare la proposta di un pub per omosessuali, così lo feci io. Finimmo al Fiesta!, su consiglio datomi la sera prima dalla mia guida gay personale: «Vedrete Danielita… è il posto giusto per un primo appuntamento. Disimpegnativo, rilassante, allegro e divertente. In più non c’è la dark room, così si evitano inopportune tentazioni di consumar lì per lì, su due piedi nel vero senso della parola, e allora la tensione sale, e sale, in attesa del momento in cui sarà venuta l’ora di andare a casa. Mi sembra il posto migliore per un incontro: intimo ma non compromettente.» Ci ritrovammo dunque a scorrere col dito una lista di cocktail da nomi mai sentiti fuori da lì, Milleluci, Pronto Raffaella, El Borriquito mentre sul palco si festeggiava il compleanno di un avventore abituale, tale Roberto, con un pot-pourri di karaoke su grandi successi intramontabili, dal Tuca Tuca a Luca Luca e Rumore rumore. Non avrei mai immaginato potesse esistere un Carrà-pub, che, di tutte le stranezze viste fino a quel giorno, mi sembrava la più perversa. Fiorenzo comunque si divertiva, e io riuscivo a simulare discretamente. Anche se di nuovo mi sentivo come un minidotato in concorso al Premio Mandingo: avevo imparato tutto (o quasi) sugli Abba, ma qui serviva il repertorio Italian trash. L’intero pubblico gridava a squarciagola le parole delle canzoni richiamandole a memoria, io dovevo leggerle sullo schermo elettronico, e spesso non conoscevo la melodia. Un perfetto idiota fuori tempo e fuori luogo.

Il cosmo secondo Agnetha, Daniele Vecchiotti, Las Vegas. Ad alcuni anni di distanza dalla sua prima edizione, torna sugli scaffali delle librerie un romanzo a dir poco sorprendente, che fa della sua brillantezza espositiva la chiave per sviluppare una narrazione che coinvolge, diverte e fa riflettere, senza un millisecondo di noia, una battuta d’arresto, una caduta di stile o una frase fuori posto. Fresco e guizzante, riesce a rendere credibile anche l’assurdo. Il protagonista è giovane. E ha un problema che abbiamo avuto, abbiamo e avremo tutti, chi più chi meno, probabilmente, nel corso della vita, quali che siano l’età, il livello culturale, la condizione sociale. Non riesce a contrastare gli eventi. Né a infischiarsene beatamente delle aspettative degli altri. Perché gli dispiace far rimanere male le persone cui tiene e che a lui tengono. Perché quando si subisce uno sgarbo bisogna essere superiori. Perché pare brutto. Come dite? Già sentite queste frasi e altre simili? Ecco, appunto. Un grande classico. Un po’ come quei fidanzati che dicono di non amare la frutta, ma se poi gliela presenti già lavata, pulita e affettata se ne sbafano tre porzioni. O non trovano i calzini perché non mettendo mai a posto un cavolo non sanno nemmeno quale sia il loro cassetto. O se chiedi loro per un caso fortuito ed eccezionale un favore rispondono che sono stanchi perché hanno lavorato e ti chiedono tu invece cosa abbia fatto tutto il giorno. E tu fai pratica zen per non investirli alla prima occasione di manovra perché la dittatura del Non sta bene, chissà gli altri che direbbero è la più longeva della storia. Eccetera eccetera eccetera… In ogni modo, il nostro ha una mamma che lo vuole far diventare una scrittrice di romanzi rosa, un editore di libri porno gay per cui pecunia non solum non olet, sed etiam non si fa problemi di gusti sessuali,  un amico che pensa che siamo tutti bisex, gay a parte, e uno strip bar sotto casa pieno di ballerine nude: non può che cominciare un viaggio serissimo ed esilarante al termine dell’identità e del sesso, tra le sue molto più che cinquanta sfumature, in cui ogni cosa può far comodo. Pure gli Abba. Mamma mia!

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“Una più del Diavolo”

copUPDDdi Gabriele Ottaviani

La rassegnazione fece posto alla consapevolezza. I contracti erano complessi gioielli, inestricabili trame legali, intessute di genio e focalizzate a un unico scopo: mettere in scacco il contraente. Raramente, nella storia, gli sventurati firmatari si erano trovati senza un’ironica contropartita. Coloro che erano riusciti a ottenere esattamente quanto richiesto si contavano sulle dita di una mano. L’unica questione che quei magnifici, truffaldini arazzi tralasciavano, erano le vie d’uscita a disposizione del Diavolo nel caso di mancato adempimento. Bisogna anche notare che i firmatari non si trovavano spesso nelle condizioni di potersi lamentare. Il sorriso di Morante s’era fatto ormai panoramico e gli deformava il viso in un’orrenda maschera rituale.

Una più del Diavolo, Lorenzo Vargas, Las Vegas. Non sarà certo così brutto come lo si dipinge, ma non c’è alcun dubbio che già dal nome non suoni rassicurante come la vicina di casa che ti chiede in prestito lo zucchero e poi ricambia regalandoti metà della torta appena sfornata per cui le occorreva. Questo, naturalmente, se si hanno dei vicini di casa come si deve. Lui invece è il Diavolo, il signore degli Inferi. E assomiglia viceversa alla maggior parte dei condòmini, quelli che la torta al massimo te la tirano in testa durante la riunione per decidere in merito ai lavori della facciata. Un personaggio oscuro e cattivo, ma indispensabile. In ogni storia, infatti, in ogni vicenda, umana e non solo, l’antagonista è fondamentale, forse, anzi, sicuramente è ancora più importante del protagonista. Perché come potrebbe emergere la virtù se non spiccando dal contrasto col suo contrario? Chi comprenderebbe il bene se non avesse contezza del male? Senza il Diavolo anche il Buon Dio è perduto. Tocca cercarlo, è basilare per l’equilibrio dell’ecosistema, come si diceva delle zanzare in Lilo & Stitch: ma a chi affidare questo importantissimo compito? Federica Sciarelli è già oberata, dunque a chi rivolgersi? Raziel, l’angelo dei segreti, deciso a risolvere la questione da solo, ha un’unica carta in mano, e almeno in apparenza pare un due di coppe. Quando a briscola regna denari. L’unico eroe di cui l’umanità pare disporre: Giovanni Archei. Un musicista adulto solo per l’anagrafe. Speriamo bene… Il libro è probabilmente una delle migliori sintesi e allegorie del nostro tempo in circolazione: frizzante, fresco, divertente, lieve ma non banale, scritto bene, antiretorico, coinvolgente e originale. Da leggere.

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