Libri

“La ragazza senza nome”

81V-hATbDeL._AC_UL320_di Gabriele Ottaviani

  • Ma è sempre così?
  • Così, come?

La ragazza senza nome, Elda Lanza, Salani. Esperta di comunicazione e bon ton (e chi meglio di lei…), giornalista, conduttrice televisiva, scrittrice raffinata e dalla prosa piacevole come l’acqua per chi ha sete, Elda Lanza è scomparsa novantacinquenne nel duemiladiciannove: questo suo ultimo romanzo, a differenza della pellicola dei fratelli Dardenne con cui condivide il titolo italiano, è un’opera bella e riuscita, che racconta la storia di una giovane e splendida donna rinvenuta cadavere nella roggia di Sanpietro. Un’altra donna è l’ultima persona ad averla vista viva, prima che le sue spoglie fossero trovate nel canalone: è Beatrice Longoni, che durante una notte di tregenda l’ha accolta e ne ha ricevuto le confidenze. Che non fa in tempo a raccontare a Max Gilardi, avvocato protagonista degli splendidi ed elegantissimi volumi di Elda Lanza, a causa di un’esplosione. Oltremodo misteriosa, in verità… Non resta, dunque, che indagare. Incantevole.

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“La terza sorella”

unnamed.pngdi Gabriele Ottaviani

«Brutta storia per la nostra chiesa, don Gerolamo… lei non doveva permetterlo. Doveva opporsi, se non fosse che avranno pagato…» «Con i soldi quelli si comprano anche il Paradiso… E il principe si rivolta nella tomba, e quella santa di Donna Elisabetta…» Il parroco stringeva la mano a tutti e sorrideva. «È già arrivato il Vescovo, andate in pace. Abbiamo il Vescovo, è un onore. Questo deve contare, andate… andate e cercate di sedervi, sarà Messa grande… andate e pregate». Sottofondo alle chiacchiere, il suono dell’organo. Non lo sentivano suonare da anni, da quando era morto il Marcello, l’organista. E ora ne avevano chiamato uno dalla città, che non aveva niente da dividere con loro. Ma sembrava bravo. «L’avranno fatto venire da Milano… con i soldi, si sa». Nessuno di quelli che stavano entrando in chiesa capiva che cosa quell’uomo con la gran testa di capelli bianchi e l’abito nero stesse suonando, ma era bella musica. Sottovoce. Una musica che riconciliava. A un certo punto quelli che erano rimasti indecisi sul sagrato videro arrivare la carrozza del castello. La conoscevano, con i due cavalli bai, lo stemma sui fianchi, e il conducente in abito nero con la mantella leggera e gli alamari d’oro. Scese prima Elisa, nel suo bell’abito attillato, con la gonna a raggiera e il busto sottile, di quel colore che era il colore dei suoi occhi.

La terza sorella, Elda Lanza, Salani. Una vera signora, Elda Lanza, e non si può non piangerne la recentissima scomparsa: autrice televisiva, presentatrice, pioniera della comunicazione, scrittrice raffinata e dotta (e non è che un ritratto parziale, questo), è in libreria con la sua ultima ed elegantissima prova, da vera maestra del giallo e non solo: Elena Clerici di Garbagna, baronessa brianzola la cui tenuta domina il piccolo borgo in cui si trova, è stata brutalmente uccisa nel suo letto, dov’è stata rinvenuta con la gola trafitta da un ferro da calza. A ritrovare il corpo è Carlo, il marito, sin da subito o quasi, anche, se non soprattutto, per la differenza di ceto iniziale, causa di molta diffusa ostilità nei confronti di quest’unione, considerato il primo dei sospettati. Per risolvere l’enigma viene convocato a Villa Dubeca anche Max Gilardi, amico della coppia e testimone di nozze di Elena, che… Da non perdere.

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“Il gatto di piazza Wagner”

71JEtNW5AFL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Del prezzo pagato per quella sua insostituibilità si ricordò per tutta la vita.

Il gatto di Piazza Wagner, Diego Lanza, L’orma. Grecista, accademico dei Lincei, docente, esperto di filologia e filosofia, oltre che di letteratura, figlio di Anna Goldstein e di Giuseppe Lanza, scrittore e critico teatrale, drammaturgo e vincitore nel millenovecentocinquantasei del Premio Bagutta per Rosso sul lago, Diego Lanza, nel corso della sua lunga vita e della sua carriera onusta di trofei ha prodotto un’unica opera propriamente narrativa: questa, riprodotta con eleganza mirabile nella presente edizione. Il gatto di piazza Wagner è una meravigliosa incursione nella memoria, un tuffo nel passato e un affresco di magistrale nitore di sentimenti e ambienti.

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“Tenerumi”

61L6aXMWKYL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In famiglia, di norma, non si lasciava nulla di commestibile dietro di sé: tutte le trasferte, anche di pochi chilometri o di breve durata, per esempio da Palermo a Regaleali e viceversa, venivano accompagnate dal tintinnio di vasellame e contenitori di dimensioni e materiali assortiti con i resti dei giorni precedenti – abbandonare una mezza teglia di anelletti, o anche solo una zucchina bollita, semplicemente non era previsto dal nostro galateo domestico. Questa la regola per cui l’arrivo dei miei scatoloni era sempre l’occasione per fare festa con gli amici – grandi paste con le sarde, scorpacciate di caponata e tonno sott’olio. E il discorso non valeva naturalmente solo per me. A casa della nonna arrivava settimanalmente da Regaleali il furgone con i mazzareddi (una verdura selvatica che da noi si raccoglie in autunno), i cavuliceddi di vigna, i salachi (biete selvatiche), la tuma, la ricotta, il primosale e gli agnelli appena macellati. Lei controllava tutto e poi decideva come smistare le cibarie dividendole rapidamente secondo un suo ordine preciso tra mia madre, la zia Costanza e lo zio Lucio, senza esitazioni, con in testa un bilancino tutto suo. Era come se la nonna, pur vivendo a Palermo, avesse sempre dentro di sé, inestirpabile, la dimensione del baglio, la corte intorno alla quale idealmente vivevamo tutti quanti insieme a lei e al nonno: teglie, vassoi e piatti erano sempre in viaggio, pieni di cibo, verso questa o quell’altra casa oppure – in forma di scatoloni – verso un’altra regione.

Tenerumi, Fabrizia Lanza, ManniCon Tenerumi di Fabrizia Lanza, il genere letterario dell’autobiografia ha un suon testo esemplare: come narrazione di sé e delle cose, come riflessione ragionata su di esse e come documento della realtà effettiva. È un libro, questo, tutto da materia da saga: quella personale dell’autrice, dovuta allo status della sua famiglia nella storia profonda della Sicilia (in realtà più famiglie: Lanza, Mazzarino, Tasca, Lampedusa – sì proprio quella dell’autore del Gattopardo…); e la saga del continente Sicilia nel suo insieme senza distinzione di classe o di censo intorno alla più primordiale delle simbiosi, quella della condivisione della cultura del cibo come alimento d’identità di tale insieme, sedimentata nel corso della storia. Limpido nella scrittura, semplice nella composizione, lineare nella trattazione, questo Tenerumi ha in sé tre cose che lo qualificano: il bello della scrittura, l’autentico della realtà, il buono del cibo; con tre fini conseguenti: il piacere del cibo, il piacere del vivere e il piacere del testo. L’autrice stessa qualifica tutto ciò come dimensione dell’eros. Non ci sono ricette di cucina in questo libro, ma solo descrizione dei cibi per i loro sapori, per i loro aspetti e per i loro effetti, esteriori ed interiori: godurie del corpo e beatitudini dello spirito. Va precisato che l’effetto di potenza, da espressione letteraria, è ottenuto soprattutto dalla pura e semplice elencazione dei nomi dei piatti, delle vivande e delle portate, che irradiano una suggestione immediata da trascinamento nella meraviglia e nello stato da stupore, che sa più di magia che di gastronomia. Difatti, Jung alla mano, è evidente che il lavorio di cucina equivale a un cerimoniale alchemico da processo d’individuazione del sé, dove la pentola funziona da atanòr. Certo, non manca anche il versante freudiano, in quel rapporto da intrico problematico e affettivo da romanzo di formazione e di trasmissione di una Kultur e di un ethos, il culto-cultura della cucina di tradizione, che l’autrice, storica dell’arte, pittrice, dall’imprinting cosmopolitico, apprende dalla madre Anna e costei a sua volta da sua madre e da tutto il genus delle famiglie unite dalla stesso ceppo: problematica da manuale psicoanalitico, che costituisce l’aspetto della saga di famiglia. Aspetto che l’autrice gestisce alternando il mestolo con la penna, strumenti che esperienzialmente, oltre che culturalmente si equivalgono: tanto da auto-convincere se stessa a farsi “maestra di pensiero” come imprenditrice di una Scuola di cucina, dedicata alla cucina di tradizione antica, però con l’intento, da portata epica, si può dire, di preservarla anche in futuro suggerendola e perciò inserendola nelle “ingredienze” della futuribile e superscientifica cucina molecolare. Il futuro potrà avere così un “sapore” antico? È con queste parole che Cesare Milanese, autore, giornalista, critico letterario, classe millenovecentotrenta, di San Stino di Livenza, a un tiro di schioppo dal centro di Venezia, studioso di problemi concernenti la filosofia del bello e dell’arte e anche collaboratore della televisione pubblica italiana, candida a entrare nella longlist dell’edizione del duemiladiciannove del premio Strega, che per le biografie e i memoir ha tradizionalmente un occhio di riguardo, la bella, raffinata, ampia, intensa, succulenta, sontuosa, maestosa, elegante, profonda prosa memorialistica, ricca di suggestioni, che strizza l’occhio anche alla solidità del Bildungsroman e che non teme di dipingere vividamente – a tinte brillanti è già la copertina, splendida – l’affresco sociale della Sicilia novecentesca attraverso gli occhi di un’acuta e appassionata osservatrice nata in pieno boom economico, nell’anno di Divorzio all’italiana, di Fabrizia Lanza, storica dell’arte al debutto nella narrativa, direttrice della prestigiosa scuola di cucina fondata dalla madre a Regaleali, l’ex feudo di famiglia di oltre mille ettari nelle campagne al confine tra le province di Palermo e Caltanissetta, noto per una celeberrima azienda vinicola, promotrice della cultura gastronomica siciliana nel mondo, docente e molto ancora. Il lessico del cibo, d’altro canto, è emblema di una cultura che sa dialogare, e affrontare ogni tema con personalità e cura. Da non perdere affatto.

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