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“L’amore che dura”

61YjA1bQjXL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Speravo che ridesse, speravo che ridesse quando ho fatto roteare le mutandine sopra la testa e poi gliele ho tirate. Invece mi guardava, continuava a guardarmi, non ha smesso neanche quando mi sono sdraiata sopra di lui. Quando l’ho preso dentro di me. Quando ho incominciato a muovermi. Non ha mai chiuso gli occhi. Non ha partecipato all’amore che con il suo strumento, come un solista troppo abile per suonare con gli altri, come un virtuoso deciso a non mescolare il pathos con la tecnica. Il suo sguardo puntato su di me rallentava il compimento di quel piccolo miracolo per noi così consueto. Mi è sembrato di oltrepassare il confine fra il piacere e il disagio, di lasciarli debordare l’uno nell’altro. Alla fine mi facevano male i polsi, le mani puntate sul letto, mi facevano male le braccia e la schiena che esagerava l’arco naturale. L’orgasmo è arrivato contro la sua volontà, l’ha rifiutato con un suono gutturale, mentre io scioglievo la tensione del compimento in un fiume di lacrime silenziose.

L’amore che dura, Lidia Ravera, Bompiani. Carlo ha raccontato con tenerezza la loro storia d’amore giovanile in un film che lei, Emma, rimasta con la compagnia di tutti i suoi ideali fuori tempo massimo a insegnare in borgata a Roma mentre lui veleggiava verso New York in cerca della fama registica quasi raggiunta, ha, offendendolo, stroncato (e vuole scusarsi, per questo e per un altro segreto, ben più significativo, che ha affidato a quattro diari e che vuole, non sapendo bene come, finalmente confessare a lui che è ignaro): sono passati quarant’anni da quando si sono incontrati ai tempi della rivoluzione femminista, venti da quando si sono detti addio, ma addio non è stato, perché sono rimasti comunque legati (è per questo che dura un amore, perché ci si continua a rincorrere e riverberare nell’altro?), adesso hanno un appuntamento, è l’ora del redde rationem. Ma… Due, si sa, non è il plurale di uno, né semplicemente il suo doppio, nonostante quanto la matematica, inopinabile per antonomasia, imponga: è un’intersezione di piani spesso inconciliabili, è, la coppia, un edificio sghembo costruito su un terreno sdrucciolevole, e Lidia Ravera ne conosce e sa raccontare le universali e intime dinamiche, con sensibilità.

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