Libri

“L’amore a vent’anni”

amore_venti_cover_HR_RGB (1)di Gabriele Ottaviani

Intanto Silvia non sapeva cosa dire quando si è accorta che Marta si è presentata con me e con Eric e con Marco e non con Vins, che invece ha salutato come fossero amici di vecchia data. Come va la tesi?, le ha chiesto lui. Bene, sto trovando degli spunti interessanti, le ha detto lei, che era un anno più grande di noi. Hai messo anche Bulgakov, alla fine?, ha chiesto lui. Sì, ha risposto lei, l’ho preso in prestito ieri ma devo ancora leggerlo. Silvia si era girata e li spiava nella coda dell’occhio, Vins sembrava essersene accorto e chissà che quella sera, a pensarci adesso, non gli fosse girata nella testa l’idea che lei fosse gelosa del loro rapporto. Silvia aveva un’espressione che conoscevo già, gli occhi bui e i denti che si stringevano tanto da mostrare a tutti la mascella, l’espressione di una che rimane sorpresa, che credeva di sapere tutto o quasi di qualcuno, di un’amica magari, e invece scopre che ci sono cose di quell’amica che lei non conosce, che quell’amica preferisce raccontare ad altri. Una volta dentro ci siamo un po’ divisi, senza però perderci di vista. In una galleria, su una sorta di grande prato in erba sintetica abbiamo visto un ripiano di legno che sarà stato lungo quattro o cinque metri, diviso a metà da una rete, sembrava un tavolo da ping pong per bambini. Una delle due metà, però, era occupata da una specie di teschio di coccodrillo, mentre l’altra era vuota. Marco è stato il primo ad accorgersi che nella parte vuota c’erano quattro impronte, come quelle che si fanno sulla sabbia, dove mettere le mani e i piedi. Bisognava mettersi come quel coccodrillo, a pancia in giù, e da lì in poi il coccodrillo avrebbe imitato tutti i tuoi movimenti. Marco ci guardava e rideva, diceva Dai, fatemi un video, mentre faceva fare le flessioni al coccodrillo. Nella stessa sala c’erano due file di alberi finti che ogni mezz’ora era come se prendessero vita, si illuminavano e facevano su e giù come se venissero fuori dal prato.

L’amore a vent’anni, Giorgio Biferali, Tunué. Nella longlist del premio Strega, proposto da Lucio Villari. Chi c’è passato se lo ricorda. Non può essere altrimenti. È come un marchio a fuoco sulla pelle. Non va più via. È molto più di una sensazione. È molto più di un sentimento. È persino molto più di un dolore. Perché un dolore passa prima o poi, più o meno, forse, la ferita, bene o male, si rimargina, smette di sanguinare. Ma la cicatrice resta. Sempiterna e sfrontata. Non ti abbandona mai. Così è l’amore a vent’anni. Il primo adulto tra quelli immaturi, il primo immaturo tra quelli adulti. Quello forte. Quello sbagliato. Quello impossibile. Quello infelice. Quello che ti illude crudele, che ti mozza il respiro, che ti abbranca le gambe e ti fa cadere, inaspettatamente, a tradimento, senza possibilità di attutire il colpo, invischiato in un pantano di disperata desolazione proprio mentre corri forsennatamente perché ti senti invincibile, in quell’età che a tratti poi rimpiangerai ma alla quale di certo non torneresti per tutto l’oro del mondo: meglio una lenta, insensata e inesorabile agonia, piuttosto. Chi non ha ancora vissuto quel momento non sa. Non può sapere. Non può capire. Può solo immaginare. E comunque ciò che crederà non risponderà mai al reale. Perché la vita è beffarda. Crudele. Cattiva. Ingiusta. Dispettosa. Sorprendente. Unica. Inimitabile. Insostituibile. Non ammette repliche. Non consente di tornare indietro. Ha un solo verso, una sola direzione. Il futuro. Che nessuno può conoscere. E appena lo si conosce diventa già passato. E anche dell’amore non si sa niente. Si sa solo che è tutto. Giulio pensa di sapere molto dell’amore. Ne ha letto nei libri. L’ha visto rappresentato in mille modi e maniere nei film. Ma poi incontra Silvia. E… Giorgio Biferali dà voce alla verità con un’opera in cui non è possibile non immedesimarsi, e che lascia letteralmente senza fiato, perché pare di leggere la propria biografia non autorizzata, come se qualcuno avesse messo nero su bianco i pensieri che nemmeno ci si era accorti di pensare.

Standard