Libri

“L’alfabeto di Zoe”

zoe.pngdi Gabriele Ottaviani

L’avevo visto in un film. Quello che mi aspettavo di trovare dentro la fabbrica era un magazzino pieno di involucri di vetro, e dentro agli involucri tutti gli abitanti di Lisolina: i lisolinesi ridotti in bachi da seta dentro lunghe ampolle. Avevo questa idea fissa in testa quando varcai la soglia di una porticina laterale. C’era parecchio buio. Mi ritrovai in un corridoio e cominciai ad avanzare. Le pareti erano rivestite da una specie di plastica e il tetto era curvo, come nelle gallerie. Da qualche parte doveva esserci un interruttore per la luce, ma non lo cercai neppure. Mi sentivo più sicura così. Avevo una sola direzione possibile. La mia spavalderia non durò molto. Dopo i primi passi, l’oscurità si fece totale.

L’alfabeto di Zoe, Fabio Stassi, Bompiani. Illustrazioni di Eleonora Stassi. Zoe porta le scarpe da tennis, come quelle del protagonista della celebre e meravigliosa canzone di Jannacci. Bucate, per giunta. È una tipa tosta, determinata, tenace, caparbia. Potrebbe descriversi, ma non le va. I suoi capelli sembrano ovatta, o meglio lana. Il mondo circostante le appare diverso da come potrebbe essere interpretato dalla gran parte del resto delle persone poiché le lettere che formano le parole le si palesano davanti agli occhi in un modo tutto loro, danzando un po’ sbilenche, un balletto che agli altri suona strano e incomprensibile. Soffre infatti di dislessia, e quando si racconta si definisce ma in realtà, almeno all’inizio, dice ben poco di sé, cose poco utili per farsi riconoscere abbinando alle parole un’immagine chiara, unica. Anche perché in effetti è un po’ nel cuore di ognuno che Zoe si rannicchia per tenere compagnia. Suo papà è diverso da quando sua mamma non vive ma comunque respira: non è coma, però, è furto di ricordi, e in sella alla sua bici Zoe sfida chi le ha fatto del male per rimettere tutto a posto. Ognuno è diverso, ognuno è fragile, e dunque fortissimo: il messaggio di questo libro è un raggio di luce in mezzo alle tenebre. Da non perdere.

Standard