Intervista, Libri

Stefano Bonazzi e i pianeti degli altri

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Stefano Bonazzi è un bravo scrittore, e il suo romanzo, L’abbandonatrice, è una storia bella e potente. Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarlo.

Da dove nasce questo romanzo?

Nasce da una confessione. Ho preso la storia di Sofia, della vera Sofia, della sua famiglia e attorno gli ho costruito altri personaggi (Davide, Oscar e Diamante) e un contesto (Bologna e Londra, due città che amo). Sofia rappresenta la paura delle responsabilità, Oscar incarna la paura della competizione, mentre Davide non è ancora riuscito a dare una forma definita alla sua paura, per questo inizia a soffrire di crisi di panico e sarà proprio la prima di queste crisi a farli incontrare. Tre persone instabili e vulnerabili che cercheranno di completarsi a vicenda.

Che cosa rappresenta il dolore per te?

Il dolore è una mancanza. Mancanza di autostima, di affetto, di risorse, di sicurezza, di sostegni, di forza.È uno stato mentale o fisico, che può manifestarsi in vari modi (anoressia, ansia, insonnia, desiderio di suicidio, depressione) e può essere affrontato attraverso diversi processi di cura (medici, religiosi, psicologici). C’è chi se ne vergogna e chi lo espone pubblicamente, chi lo nasconde e chi lo usa come scusante. Negli ospedali c’è persino una scala del dolore che va da 1 a 10. Dopo un intervento ti chiedono di assegnare un valore al tuo dolore. È già un primo passo. Con quello fisico è più facile, per quanto intenso sia, ha un’intensità che possiamo definire mentre il dolore psicologico è un magma che cambia di sostanza e densità.

Come si fa a essere sé stessi?

Accettando i propri punti di forza e i propri limiti.Non dico nulla di nuovo, ma penso che non ci sia altro modo.

Cosa significa crescere?

Io penso che si smetta di crescere solo quando si finisce sotto terra. La vita è un continuo processo di scoperta, acquisizione di esperienze, di evoluzione e accettazione. Ci sono malattie debilitanti in grado di azzerarci e costringerci a ripartire da zero. Possiamo nascere due volte in una stessa vita, possiamo anche morire due volte, i lutti spesso ce lo impongono.Ci sono crescite più semplici e altre che richiedono sacrifici. C’è chi scala montagne e chi si rifugia dietro colline.

Che importanza ha la costruzione della propria identità?

L’identità è tutto. Prima delle risorse, prima della prestanza fisica. La storia ce lo insegna: leader, luminari, tiranni, artisti, uomini che hanno segnato il corso degli eventi…ognuno di loro disponeva di una personalità forte, inizia tutto da lì.

Chi sono gli altri per te? E per i protagonisti del tuo romanzo?

Per me gli altri sono pianeti. Entità orbitanti, ognuna con il proprio ecosistema. Alcuni sono ospitali, altri hanno un’atmosfera in cui è difficile stabilirsi. ci sono pianeti dove ogni risorsa è in superficie e altri in cui serve scavare a fondo prima di trovare qualcosa. Ci sono anche pianeti destinati a collidere. Nel mio romanzo spesso le persone “esterne” sono viste come una minaccia, qualcosa da cui tenersi lontani. C’è questa sorta di legame morboso tra Davide e Sofia che sembra autoalimentarsi solo dalle delusioni. È un legame sbagliato, un circolo vizioso. Inizialmente solo Oscar sembra trovarsi a proprio agio con tutti, è il leader, la figura più carismatica, in realtà scopriremo poi che nemmeno lui è un pianeta stabile.

Perché certe volte la felicità fa paura?

Perché è una materia fragile, è sabbia fine, impalpabile. Anche quando ne raccogli una bella manciata, sai che si tratta sempre e comunque di uno stato temporaneo, ne senti i granelli che scivolano tra le nocche e quindi sei già intento a pensare a come potrai procurartene altra. È uno stato transitorio e proprio per questo è tanto preziosa.

Perché scrivi?

Ho iniziato a scopo terapeutico, tutto è nato da uno sfogo, un modo per scaricare su carta l’ansia del quotidiano, un po’ come faccio con la fotografia. Poi negli anni la cosa si è evoluta. Oggi scrivo prima di tutto per intrattenere, anche per questo non riesco a riconoscermi come scrittore di genere, prediligo il noir ma mi piace anche sperimentare su piani diversi (pensa che adesso sto scrivendo un racconto erotico a tema natalizio!). La cosa più bella è sapere che c’è qualcuno dall’altra parte del foglio che leggerà il micromondo che stai imbastendo. Quando ho iniziato a rendere pubbliche le mie storie ho scoperto che fuori c’è un universo di lettori attenti. Il confronto e la crescita, oggi, per me, sono le cose più stimolanti.

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Libri

“L’abbandonatrice”

4139SUFwhaL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Allora io tendevo l’orecchio e ascoltavo, e in effetti li sentivo, quei singulti, tutti quei piccoli lamenti strozzati che Jarrett lanciava a cadenza quasi regolare, mentre si piegava sui tasti, ed era proprio come scopare, pensavo, sì, quell’uomo stava letteralmente scopando il suo pianoforte, eppure spesso non riuscivo a trattenermi dal ridere. Perché c’era sempre qualche bicchiere di troppo, perché c’era sempre il tuo corpo nudo e perfetto che luccicava imperlato di luna, perché era tutto così tremendamente bello e sereno che proprio non ci riuscivo a restarmene serio.

L’abbandonatrice, Stefano Bonazzi, Fernandel. È un classico e perverso meccanismo, comunissimo, che a ognuno di noi, con ogni probabilità, è capitato di vivere almeno una volta nell’esistenza, di mettere in atto. Farsi del male per non soffrirlo da mani altrui. Rinunciare per paura di perdere. Non combattere per essere felici. Avere timore di esserlo. Trovare maggiore rassicurazione nell’impossibile che in un impegno costante, continuo, reale. Perché più forte della responsabilità è la fuga da essa, nel sogno, nell’utopia, nell’immaginazione, nella vigliaccheria, nel quieto vivere. Sofia, anima bellissima e fragile come un cristallo, che scintilla di luce commovente e caleidoscopica appena un bagliore la sfiora, è morta. Davide lo sa all’improvviso. Lo chiamano e glielo dicono. Davide era un amico di Sofia. Ne aveva perso le tracce da anni. Davide è gay. Serenamente, più o meno. Ha un compagno, Oscar, che spesso incontra il male di vivere. Davide è un fotografo, e la notizia lo raggiunge durante l’inaugurazione della sua prima mostra. Tra le immagini immortalate si ritrova a dover gestire l’immortalità di un’assenza, di un’immagine che non potrà più ritrarre. Sofia non c’è più. Si è ammazzata. Ha abbandonato prima di essere abbandonata. Ancora una volta. Come chi si innamora di chi non può amarlo. Come chi rifiuta di scendere in pista. Perché? Oltretutto lascia un figlio, Diamante. Con cui Davide fa conoscenza. E niente sarà più come prima… Raramente si leggono pagine così autentiche nella rappresentazione delle mille sfumature dei sentimenti: la prosa di Bonazzi incanta e fa bene all’anima.

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