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“La truffa come una delle belle arti”

85053f107a7d293118d8eeb6c25dcf96_w250_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

Da ragazzo Arsène Lupin era il mio eroe, diciamo così…

La truffa come una delle belle arti, Gianluca Barbera, Aliberti. La famiglia Lopiccolo è originaria di Catania. I componenti sono diversi. Dal milleottocentoquarantadue, quando ancora l’Italia, di cui attraversano con la loro personale storia le molteplici e travagliate vicende, era tutto fuorché unita, mandano avanti con abnegazione, dedizione, cura, impegno, attenzione e profitto un’attività ben specifica. La truffa. Di cui del resto è imbevuto il mondo sin dalla notte dei tempi. Cos’è infatti d’altro canto la frode se non il palesarsi estemporaneo di un’illusione che sembra irrinunciabile e a cui più di ogni altra cosa si desidera credere per evadere dalla monotonia del quotidiano che pare inappagante? È questa la tesi provocatoria (nessuno è infatti più odioso di chi si approfitta del candore altrui) del brillante, esilarante e composito romanzo di Barbera, che amalgama con successo vari sapori e sin dalla riuscita e geniale copertina fa pensare, rinnovando, cambiando quel che si deve, il pensiero di Boccaccio, che all’onesto ingenuo preferiva lo scaltro, al truffatore come a un novello e rovesciato Don Chisciotte, che anziché combattere contro i mulini a vento li edifica per farne dono a chi sembra non vedere l’ora di scagliare la propria lancia verso quelle pale. Da leggere.

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