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“Una splendida figliola come me”

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Be’, magari ti credi che non ce la facevo a entrare di nuovo lì dentro tutta sola. E invece ce l’ho fatta, che poi con quella plastica stesa dappertutto e senza la torcia elettrica era così buio che manco te l’immagini. E mentre andavo verso quell’ufficio continuavo a sbattere contro un sacco di robe pelose, e mi sentivo la pelle come se si voleva scollare dalla schiena. Però ce l’ho fatta lo stesso, sono entrata nell’ufficio e ho acceso quella lampada colla luce bassissima, e non mi sono manco girata verso quell’orribile gorilla. Poi però ho visto un grosso scoiattolo di legno ficcato in un angolo in mezzo alla polvere. Allora l’ho tirato su per vedere se pesava abbastanza per quello che volevo fare, e l’ho posato sulla scrivania così ce l’avevo a portata di mano. Poi sono tornata indietro fino alla porta e mi sono messa ad aspettare ch’arrivava Jay Morton.

Henry Farrell, Una splendida figliola come me, La Tartaruga. Traduzione di Sergio Claudio Perroni. «Tradurre è un po’ tradire». Ogni volta che qualcuno lo diceva in sua presenza, Sergio Claudio Perroni gli riservava il rispetto/dispetto dovuto a un occasionale incontro fra Benjamin e Peynet, alticci entrambi al bistrot delle frasi fatte. Non ne conseguiva una delle sue proverbiali rampogne perché il privilegio era riservato al «Gialluca» di turno – nomignolo affibbiato agli amici più cari, uomini o donne che fossero – reo di aver messo una virgola nel posto sbagliato o di aver usato un termine improprio, tanto più se si trattava di un anglicismo non necessario (quando mai son necessari?). Una smorfia di sarcasmo segnalava, essa sì, la distanza di Perroni dal tradimento volontario dell’opera letteraria, stramba idea, all’opposto della sua acribia di traduttore principe dall’inglese e dal francese, oltre che di editor e custode appassionato e severo della bellezza della nostra lingua… Così comincia lo splendido ricordo scritto da Oscar Iarussi su Minima&Moralia martedì due di luglio dell’anno del Signore duemiladiciannove per celebrare Sergio Claudio Perroni, colui che ci ha consegnato uno dei migliori passaggi di letteratura di sempre, un intellettuale che manca come l’aria a chi soffoca, come il mare a chi lo ama, come il cielo a chi non può vederlo: La gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state. Per fortuna, almeno, abbiamo le sue traduzioni, e questa, come sempre è monumentale: Henry Farrell, scrittore e sceneggiatore morto a pochi mesi dall’ottantaseiesimo compleanno in California quasi tre lustri fa, senza il quale non sarebbe mai esistito Che fine ha fatto Baby Jane?, e sarebbe stato un vero peccato. Qui, ispirando Truffaut, narra la vicenda di Camilla. È giovane. È bellissima. Ha avuto un’infanzia tremenda, in una famiglia incestuosa e disgraziata nell’Arkansas, dall’altra parte della luna rispetto al sogno americano. È in galera da un paio d’anni per un omicidio che dice di non aver commesso. Un giovane professore associato di sociologia all’Università della California si interessa al suo caso nell’ambito di un progetto di ricerca sulle assassine e… Impeccabile e imperdibile.

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“Memorie del conte di Gramont”

81+ym03dPwL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Era la donna più piacevole che si potesse vedere. Aveva la più graziosa figura del mondo, benché non fosse molto alta. Era bionda, e aveva lo splendore e l’incarnato candido delle bionde con tutto quello che le brune hanno di vivace e piccante. Aveva grandi occhi azzurri e sguardi estremamente seducenti. I suoi modi erano affascinanti, il suo spirito divertente e vivace; ma il suo cuore, sempre aperto ai teneri legami, non era scrupoloso sulla costanza né sofisticato sulla sincerità. Era figlia del duca d’Ormond. Hamilton era suo cugino germano. Si vedevano quanto volevano, senza maggior conseguenza. Ma dopo che lei gli fece dire una parolina dai suoi occhi, Hamilton non pensò più che a compiacerla, senza ricordarsi della sua leggerezza né degli ostacoli che si opponevano ai suoi propositi. Quello di guadagnare la fiducia di madamigella Stewart non contò più nulla, come stiamo dicendo; ma lei si trovò presto in condizione di fare a meno delle istruzioni che si era preteso di darle per la sua condotta. Aveva fatto tutto il necessario per aumentare la passione del re, senza compromettere la sua virtù con gli ultimi favori; ma le premure di uno spasimante appassionato, che trova le occasioni favorevoli, sono difficili da combattere, ancor più difficili da vincere; e la saggezza di madamigella Stewart non ne poteva più, quando la regina fu presa da una febbre violenta che la ridusse presto agli estremi.

Anthony Hamilton, Memorie del conte di Gramont, La Tartaruga. Prefazione e traduzione di Fausta Garavini, studiosa di letteratura francese, docente universitaria, critica, romanziera pluripremiata, saggista, autrice della traduzione integrale dei Saggi di Montaigne e di molto altro ancora. Anthony Hamilton, invece, nato forse nel milleseicentoquarantasei, ma morto di certo nel millesettecentoventi, è stato il terzo figlio di sir George Hamilton e Mary Butler, nonché colui che, fingendo di scrivere sotto dettatura del cognato, il conte di Gramont, l’uomo più à la page della sua epoca, quella, a cavallo fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, che ha tutto l’aspetto d’una corte di pittoreschi avventurieri egoriferiti che vivono esistenze che superano in fantasia la prosa più rocambolesca, amorale, sovversiva, impudica e spericolata, da tenersi il più possibile all’ombra, fra i panneggi dei salotti, i fumi dei bordelli e le atmosfere delle case da gioco, ne celebra con irriverenza le memorie, muovendosi con l’agile abilità d’un funambolo sul sottilissimo crinale che distingue ciò che è da ciò che sembra, il verosimile dal falso e dal vero. Da leggere.

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“Melusine”

LT-sibyl-melusine_exe_page-0001di Gabriele Ottaviani

La stanchezza e la preoccupazione che si erano impossessate della padrona di casa erano palesi nonostante la maschera. «Mi è stato riferito che Max sta preparando qualche burla ai danni dei miei ospiti; lo sto facendo sorvegliare, ma ne sa una più del diavolo. Speriamo che non ripeta quella dei colori liquidi che ha rovinato tanti abiti costosi o quella dei topolini liberati tra i piedi dei ballerini». Figuelotte ridacchiò e si asciugò la bocca sotto il velo. «Ma allora era bambino, non credo che ripeterà burle così infantili. Sai che maschera porta?» «Quella della gnaga, cos’altro? È sfacciato e volgare come l’originale personaggio veneziano, gli manca solo di portarsi appresso il cestino con dentro i gatti. A suo merito però, debbo dire che è mascherato molto bene e pochi sapranno riconoscerlo, forse solo Giorgio riuscirebbe, ma è meglio che ci sia distanza tra i due fratelli». Il figlio maggiore non aveva mai perdonato il fratello per i tradimenti e Max, che continuava a farsi onore sui campi di battaglia europei, non poteva perdonare a Giorgio di avergli sottratto la sua quota ereditaria. Ma c’era molto di più: rancori che si fondavano sulla sostanziale diversità dei due uomini e sulla decisione di Giorgio di tenere segregata la donna dalla quale aveva divorziato. Max aveva voluto molto bene a Dorothea e, da quanto risultava dalle lettere tra lei e quel Königsmarck, l’aveva anche corteggiata, forse addirittura molestata, spiata attraverso un buco nella parete…

Melusine – La favorita del re, Sibyl von der Schulenburg, La tartaruga. Vuole studiare. Non vuole sposarsi. Non vuole entrare in convento. Dice di parlare coi morti. È giovane. Indomita. Indipendente. Intelligente. Emancipata. Baronessa. È alta. È slanciata. Non bella, almeno secondo i canoni. Non libera (vuole pari diritti, come un maschio…). La chiamano con disprezzo “la Pertica”. Accetta di fare da dama di compagnia alla corte di Hannover solo per incontrare Leibniz, che lì studia, il filosofo del dio orologiaio, del migliore dei mondi possibili, l’alchimista sacerdote del calcolo infinitesimale. Melusine non fa che incontrare ostacoli sulla sua strada, eppure non si arrende: il più imprevisto di tutti però è l’amore, travolgente, per re Giorgio, che le cambia la vita e la catapulta al vertice del potere, mentre in Europa infuria la guerra, là dove aveva solo sognato e sperato di poter essere. Ma… Intenso.

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“Agosto”

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Polly era destinata a diventare una ballerina, ma era molto intelligente e poco ambiziosa, e così, anche se prendeva lezioni quando non era depressa, aveva optato per l’insegnamento piuttosto che la vita snervante della danza professionistica. Aveva lunghi capelli scuri che solitamente portava legati in una treccia. Si capiva quando era depressa perché teneva i capelli sciolti tutto il giorno in modo da potersi coricare comodamente su di essi per diverse ore… Se Dawn avesse avuto un desiderio, sarebbe stato che lei e Polly abitassero insieme nello stesso appartamento così che, quando l’amica era di cattivo umore, Dawn non sarebbe dovuta rimanere in camera con lei. Polly sarebbe tornata a casa per le vacanze di primavera e Down sperava che le avrebbe dato un passaggio.

Agosto, Judith Rossner, La Tartaruga. Traduzione di Licia Vighi. Nata e vissuta a New York, scomparsa settantenne nel duemilacinque, autrice di un romanzo-manifesto sulla liberazione sessuale, ispirato alla storia vera di un’insegnante ventottenne della Grande Mela ammazzata senza colpa né peccato da un suo amante occasionale, che è diventato anche un film omonimo, In cerca di Mister Goodbar, scritto e diretto da Richard Brooks (Oscar per Il figlio di Giuda, con Burt Lancaster e la signora Brooks, ossia Jean Simmons) e interpretato da Diane Keaton e Richard Gere, Judith Rossner narra qui, in modo eccellente, sapido e profondo, la storia di Dawn, diciottenne orfana che ama i tardoni, reduce da un aborto, cresciuta da una coppia lesbica ora separatasi e dipendente dagli strizzacervelli, che però, nel mese in cui le mogli sono in vacanza, partono anche loro per il mare e quindi la abbandonano sempre al suo destino, e Lulu, terapeuta appena innamoratasi di nuovo e divorziata dal secondo marito, psicanalista che l’ha tradita con una minorenne, madre di due ragazzini e di una ventenne figlia del primo coniuge, che se l’è data a gambe quando l’ha saputa incinta… Come l’acqua per chi ha sete.

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“Natalia”

Screenshot_20190916-132330.pngdi Gabriele Ottaviani

Sentiva tutta l’inconsistenza di quanto si era creato fra i due amanti per colpa di quelle partenze e di quei ritorni.

Natalia, Fausta Cialente, La Tartaruga. È una delle grandissime della letteratura italiana, ma al giorno d’oggi non la conosce quasi nessuno. Questo perché da un certo punto di vista è stata in primo luogo sfortunata con i tempi: sembra infatti che tutta la sua intera produzione sia caratterizzata da una sorta di appuntamento mancato col destino, come se il kairòs, il momento opportuno, le circostanze favorevoli fossero sempre altrove, distanti da lei, che ne ha beneficiato solo per riverbero. Questo romanzo ha esattamente novant’anni, nel millenovecentotrenta è pubblicato dalla Casa Editrice Sapienza, cinquantadue anni dopo vive una seconda giovinezza con Mondadori e si avvale della prefazione nientedimeno che di Carlo Bo, piace a Massimo Bontempelli (e per questo spesso a lungo impropriamente, a sproposito e con faciloneria corriva si parla della Cialente come di una portabandiera del realismo magico di cui Bontempelli è nume tutelare), ottiene il premio dei dieci savi, le tremila copie stampate vanno esaurite ma poi la censura fascista, che non aveva saputo leggere tra le righe degli Indifferenti moraviani, si abbatte qui invece come una vera e propria spada di Damocle, non solo sulle pagine concernenti le critiche all’utilità della guerra – definisce Caporetto una disfatta, termine inaccettabile per la propaganda, che vede nell’incontrovertibile verità un segno di disfattismo e nichilismo – ma anche naturalmente su quelle in cui nonostante la sublimazione onirica del racconto che ondeggia sempre fra sogno e realtà Fausta Cialente con intensità e con la sensibilità che le appartiene e che si deve anche alla condizione di provvisorietà che ha sperimentato nella sua esistenza a causa del regime mussoliniano, persecutore di ebrei e oppositori, descrive la natura e l’esistenza molteplice di Natalia. Che è una figura sempre attuale, che lotta contro le imposizioni della società, che brama la realizzazione dei suoi desideri, che sogna la fuga. Che è omosessuale. Da non perdere.

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“La vita senza fard”

LT-conde-fard.indddi Gabriele Ottaviani

Quanto a Denis, poiché tutti concordavano nel giudicarlo moscio, una «bambinetta», decisi di farne un «vero maschio» e lo iscrissi ai «Figli della Rivoluzione». Il fine settimana, andava a fare il bagno in piscina, giocava a calcio o faceva interminabili camminate in campagna. Io mi rendevo perfettamente conto di quanto odiasse quel genere di attività, però tenevo duro. Non mi aspettavo, però, che il peggio dovesse ancora arrivare. Un giorno, non ancora ripresosi dalle attenzioni che gli infliggeva sua nonna, mi chiese all’improvviso: «Ma sono davvero il fratello delle bambine?» «Perché me lo chiedi?» feci io, presa in contropiede. «È che sono tanto chiaro e loro invece sono nere.» Sapevo perfettamente che un giorno avremmo avuto quel genere di conversazione. Ma non me l’aspettavo così presto! Aveva appena sei anni. Non trovai di meglio che confessargli la verità, visto che un’eccessiva quantità di bugie e di non detti appestavano già l’atmosfera intorno a noi. «È che non avete lo stesso padre!» balbettai. Sgranò i begli occhi marroni che subito si riempirono di lacrime: «Vuoi dire che non sono fi glio di papà?» Su questo punto, la Guinea non andava molto per il sottile. A scuola, a mensa, ai «Figli della Rivoluzione», ovunque, insomma, era conosciuto come «Denis Condé». «No!» gli spiegai, consapevole della mia crudeltà, ma incapace di tornare sui miei passi. «Tuo padre è un haitiano.» «Un haitiano!» gridò sconvolto, come se gli avessi risposto: «Un marziano!» Da quel momento in poi i rapporti tra me e mio figlio cominciarono a complicarsi, a degradarsi e lui, così affettuoso e sensibile, iniziò a poco a poco a trasformarsi in un essere asociale…

La vita senza fard, Maryse Condé, La Tartaruga. Traduzione di Anna D’Elia. Nell’anno del signore duemiladiciotto le è stato conferito il cosiddetto Nobel alternativo per la letteratura, ossia il New Academy Prize, per il quale, nel novero dei candidati nominati dai bibliotecari della Svezia, paese che l’anno scorso, a causa di uno scandalo, sulla scia, sempre, in verità, purtroppo più raffazzonata e confusa del #metoo, e di tutto ciò che vi è connesso, non ha assegnato, riservandosi di fare un doppio nome quest’anno, quello che è il riconoscimento al genio per antonomasia, ha battagliato in finale nientedimeno che con Neil Gaiman, Kim Thúy e Haruki Murakami: con ogni evidenza basterebbe questo, oltre al resto della sua produzione letteraria, ancora troppo ignota, perlomeno alle nostre latitudini, per sottolineare quanto sia stentorea la portata significativa della voce di Maryse Condé, guadalupense che ha cercato in Africa le proprie origini e vive ora fra gli USA e la Francia dopo aver a lungo insegnato alla Columbia. La vita senza fard è la sua autobiografia, genere quanto mai infido perché, anche se non si capisce per quale motivo si dovrebbe mentire dal momento in cui si decide di scrivere un libro sulla propria storia, testi di tal genia, come dice l’autrice stessa, finiscono troppo spesso col trasformarsi in opere di fantasia. L’essere umano sembra nutrire un tale desiderio di raffigurarsi una esistenza diversa da quella realmente vissuta, che finisce per abbellirla spesso suo malgrado. La vita senza fard va dunque considerato un tentativo di dire le cose come stanno, rifiutando i miti e le facili e lusinghieri idealizzazioni. Di tutti i miei libri, credo sia forse il più universale. Ha ragione: è infatti maestoso, potente e pieno d’empatia: imprescindibile.

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“Ipazia muore”

di Gabriele Ottaviani

La donna sia sottomessa e obbedisca al marito, questo è l’insegnamento di Cristo e della sua santa Chiesa.

Ipazia muore, Maria Moneti Codignola, La Tartaruga. Prefazione di Eva Cantarella. Il curriculum parla chiaro: Maria Moneti Codignola è docente di Filosofia Morale all’Università di Firenze, ha studiato il socialismo utopistico, il pensiero illuministico, soprattutto francese, e la filosofia classica tedesca, fa parte di alcuni gruppi internazionali di studio su temi di filosofia morale, utopia e bioetica e non mancano i saggi a sua firma. Dunque sa di cosa parla (il che è assai raro, oggi come oggi): nella fattispecie, di Ipazia, matematica, astronoma, filosofa alessandrina, neoplatonica, greca antica, vissuta tra quarto e quinto secolo, uccisa, martire del libero pensiero, da una folla di cristiani in tumulto, citata nel film Effetto paradosso di Carlo Fenizi che chiama come lei un’erba magica e anche in una dimenticabile pellicola a lei di fatto interamente dedicata (le dà corpo Rachel Weisz) da Alejandro Amenábar, dei suoi studi, della sua dipartita, della sua eredità. Da leggere.

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“Mayflowers”

91ieZyIvrIL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il terzo giorno fu silenzio.

Mayflowers, Annagrazia Bassi, La Tartaruga. Siamo nati per cercare la felicità, la pace, un futuro migliore, e per questo talvolta capita che ci si debba spostare: nel diciassettesimo secolo è accaduto a uomini e donne che hanno affrontato l’Atlantico, oggi succede ad altri perseguitati su differenti rotte. Romana, al suo primo romanzo, dottoressa in lettere moderne e scienze politiche, specializzata in diritto angloamericano, docente di lingua e letteratura inglese, studiosa di chiarissima fama e dalla carriera onusta di trofei, traduttrice, esperta dei puritani d’America, autrice di pubblicazioni storico didattiche, Annagrazia Bassi dà alle stampe un’opera elegante, bella, intensa, compiuta, avvincente, appassionante, monumentale.

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“Amici e amanti”

71+VrkHIQ4L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La tacita domanda le stava ancora alle costole.

Amici e amanti, Elizabeth Bowen, La Tartaruga. Prefazione di Natalia Aspesi. Traduzione di Laura Noulian. Postfazione di Grazia Livi. Nata il sette di giugno – come James Ivory e Paul Gauguin – del milleottocentonovantanove a Dublino, morta a settantaquattro anni ancora da compiere a Hythe, cittadina del Kent, Elizabeth Bowen ha scritto romanzi e racconti, opere come L’ultimo settembre, da cui il film con Maggie Smith, e La casa a Parigi. Qui, con la sua scrittura delicata, intima, profonda, sottilmente ironica, preziosissima, narra la detonazione che sconquassa una famiglia nel momento in cui, dieci anni dopo le rispettive nozze, celebrate appena conclusasi la grande guerra, due sorelle diverse come il bianco e il nero si ritrovano riunite, assieme ai rispettivi mariti, altrettanto dissimili fra loro, nel medesimo luogo. E… Da non perdere.

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“Parole armate”

Copertina-Babini.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’Agnese va a morire metteva in primo piano la partecipazione delle donne alla guerra partigiana.

Parole armate – Le grandi scrittrici del Novecento italiano tra resistenza ed emancipazione, Valeria Paola Babini, La tartaruga. Nella longlist del prestigioso Premio Comisso. Anna Banti, Maria Bellonci, Alba de Céspedes, Natalia Ginzburg, Fausta Cialente, Elsa Morante, Renata Viganò e molte altre: la letteratura italiana del ventesimo secolo è ricchissima di straordinarie autrici. Troppo poco note, in primo luogo proprio perché autrici, e non autori. Si sa, la parità, purtroppo, non è, ancora, di questo mondo. Valeria Paola Babini, docente di Storia della scienza presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione della prestigiosa Università di Bologna, dove insegna Storia della psicologia, da sempre interessata al tema dell’alterità, della diversità, ottica attraverso la quale ha condotto e conduce un’approfondita esegesi e un’ampia ricerca storica focalizzata in primo luogo sull’antropologia italiana e francese e sulla psichiatria, autrice di numerosi saggi e molte monografie, racconta in quest’ottimo, dottissimo, divulgativo, interessante e istruttivo volume, di rara leggibilità, il ruolo di tante donne che, con l’arma della parola, hanno contribuito in maniera decisamente sostanziale a edificare la democrazia. Imperdibile.

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