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“La suora giovane”

41sOSxTsbSL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per un lungo minuto non credetti possibile aver raggiunto il portone di Serena così presto. Aprii con precauzione, salii le scale sentendomi martellare le tempie. Era là, dietro lo spiraglio, seduta, le mani congiunte sul petto. Gettai il cappotto sulla ringhiera. «Scusami, scusami» mi scapparono le parole: «Sono un verme, niente. Ho così bisogno di te, non sono niente senza di te. Dimmi che è tutto vero, ti prego. Io non sono forte come credi, sono un poveruomo…» «Sta’ buono, buono…» «No, no, lasciami parlare. Non ho mai il coraggio di parlare. Non dirmi di star buono. Tu credi che io sia forte, sia un uomo. Invece ho una faccia di stoppa, che tutti prendono per vera. Ma non sono così. Dentro sono pieno di paure. Mi nascondo sempre, non ho nessun coraggio. Tu credi di poterti appoggiare a me, invece sono io che ho bisogno del tuo aiuto… Morirei, morirei…» Mi guardava, aveva nascosto le mani. «Vuoi che moriamo insieme?» disse. Rimasi zitto, ansante. «Allora sta’ buono, ti porto la sedia». Quando fummo seduti mi porse la lettera per il padre.

La suora giovane, Giovanni Arpino, Ponte alle grazie. Eugenio Montale, premio Nobel nel millenovecentosettantacinque per la sua caratteristica forma poetica che, con grande sensibilità, ha interpretato i valori umani nella prospettiva di una vita senza alcuna illusione, ne ha parlato come di un racconto lungo che ha tutta l’aria di essere un capolavoro nel suo genere. E chi siamo noi per dare torto a uno dei più insigni letterati della storia? Anzi, sì. Gli diamo torto. Perché non è un capolavoro nel suo genere. È un capolavoro e basta. Punto. Stop. Fine. Non c’è bisogno di complementi di limitazione, è una prova straordinaria in senso assoluto. Perché è scritto con una precisione chirurgica. Perché sembra un film in cui il montaggio non sbaglia una virgola. Perché è una perfetta sintesi di ciò che si trova a vivere l’individuo contemporaneo, stretto come vaso di coccio tra vasi di ferro nella morsa tra essere e dover essere. Antonio ha quarant’anni. È un impiegato. È una brava persona. Non eccelle in nulla. Ha una fidanzata ma del fuoco che forse un tempo li ha uniti non è rimasta nemmeno l’ombra della cenere. Ha dei colleghi riprovevoli. E un giorno attendendo il tram incontra una suora. Giovane. Carina. E rapido è il volo dell’ossessione… Magistrale.

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