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“La stanza dei racconti”

81Mq-AJGwTL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ho descritto Angela? Era bella.

La stanza dei racconti, Martino Sgobba, Giovane Holden. Io lavoro al bar di un albergo a ore / porto su il caffè a chi fa l’amore / Vanno su e giù coppie tutte uguali / Non le vedo più / manco con gli occhiali / Ma sono rimasto / lì come un cretino / vedendo quei due / arrivare un mattino / Puliti educati / sembravano finti / Sembravano proprio / due santi dipinti / M’han chiesto una stanza / gli ho fatto vedere / la meno schifosa / la numero tre / E ho messo nel letto / i lenzuoli più nuovi / poi come San Pietro / gli ho dato le chiavi / Gli ho dato le chiavi / di quel paradiso / e ho chiuso la porta / sul loro sorriso / Io lavoro al bar di un albergo a ore / porto su il caffè / a chi fa l’amore / Vanno su e giù / coppie tutte uguali / Non le vedo più / manco con gli occhiali / Ma sono rimasto / lì come un cretino / aprendo la porta / in quel grigio mattino / Se n’erano andati / in silenzio perfetto / lasciando soltanto / i due corpi nel letto / Lo so che non c’entro / però non è giusto / morire a vent’anni / e poi proprio qui / Me li hanno incartati / nei bianchi lenzuoli / e l’ultimo viaggio / l’han fatto da soli / Né fiori né gente / soltanto un furgone / Ma là dove stanno / staranno benone / Io lavoro al bar di un albergo a ore / porto su il caffè a chi fa l’amore / Io sarò un cretino / ma chissà perché / non mi va di dare / la chiave del tre… Così cantava Ornella Vanoni: e anche in quest’opera la protagonista è una stanza. Per la precisione però non la numero tre, bensì la centoventicinque. Siamo a Belluno, la fredda e nordica città che tanti anni fa ha accolto un giovane migrante meridionale, al suo primo incarico come insegnante: ormai ben maturo, l’uomo, nella solitudine di questa impersonale dimora, inizia a ripercorrere il film della propria vita, e… Intenso ed emozionante.

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