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“La ragazza di nome Giulio”

41xLzcc4zvL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Del resto non ne ero pentita.

La ragazza di nome Giulio, Milena Milani, SE. È un classico. Una delle perle della letteratura novecentesca italiana. Un libro troppo poco conosciuto e letto. Un volume che ha fatto scandalo. Per lungo tempo è stato introvabile. È apparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie cinquantaquattro anni fa, ma la sua genesi fu ancora più precoce. Rapidissima la scomparsa. Il sequestro. Il processo. La condanna per l’autrice, scrittrice, giornalista, artista savonese, nata nel millenovecentodiciassette – anche se per anni si tolse un lustro, per civetteria, s’immagina – e inizialmente vicina al fascismo, da cui poi si distacca in maniera nettissima, e per l’editore. La successiva causa legale. L’assoluzione con formula piena. Il ritorno sulle scene. In favore di Milena Milani a testimoniare tra gli altri nientedimeno che Giuseppe Ungaretti, cui venne chiesto, con rara e insolente protervia, della moralità della scrittrice: per tutta risposta il poeta replica che a quel che ne sapeva lui non le piacevano nemmeno le barzellette… Tutto questo perché, in alcuni tratti del romanzo, potente, intenso, accurato, raffinato, figlio del suo tempo, espressione concretissima delle istanze di quell’epoca, che ha dato vita anche a un film del millenovecentosettanta, si parla finanche, quale sfrontatezza!, di ciò senza il quale nessuno esiste: ossia il sesso. Quello di una ragazza. Di nome Giulio. Da leggere, rileggere e far leggere.

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