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“La polvere che danza in un raggio di luce”

Screenshot (170).pngdi Gabriele Ottaviani

L’esperienza dell’angoscia e della disperazione permette a Wilde di vedere, alla fine di un lungo processo spirituale, la bellezza di Dio. Il fatto di guardare in faccia al proprio dolore senza maschere, accettando non solo le proprie responsabilità, ma anche la punizione che ne è derivata, produce la vera contemplazione del volto di Cristo. È quasi una rinascita quella che avviene al buio e nel silenzio della terza cella al terzo piano della prigione di Reading. Certamente un’epifania, una rivelazione. La nuova dimensione esistenziale a cui approda Wilde non ha solo una funzione consolatoria, di mero appiglio scagliato alla paura di morire che arriva quando un dolore diventa insopportabile. Rappresenta piuttosto la più alta forma di Amore e Speranza per la vita, la comprensione del loro significato più nascosto e profondo. È l’approdo mistico di un intellettuale che fino a quel momento aveva goduto solo del miele dell’Eden, ma che è stato costretto a cogliere anche i frutti più amari dell’altro lato del mondo. Wilde subisce la perdita più lacerante per un uomo, quella dei suoi figli, ed è in questo momento di totale prostrazione che inizia una sorta di ascesi. Un dolore può essere così forte da spezzare un cuorecome quello di piombo del principe felice nella favola scritta da Wilde per i suoi figli. Da quel momento si può solo alzare lo sguardo e camminare con volontà indistruttibile, perché niente potrà ferire allo stesso modo.

La polvere che danza in un raggio di luce, Lisa Luzzi, Armando editore. La polvere che danza in un raggio di luce, il pulviscolo dorato come quello che si ricavava dalle miniere dello Tmolo di cui Erodoto parlava come dell’unica vera meraviglia, assieme alla monumentale tomba d’Aliatte, della terra di Lidia, per il resto in nulla dissimile da una qualsiasi regione del mondo ai suoi tempi conosciuto, esiste eppure quasi non si vede, non ha peso né materia, verrebbe da dire, ma invece è fondamentale, è come il suono dell’arpa in un’orchestra, non si nota assai in presenza, se ne avverte inesorabile e dolorosa l’assenza: è un perfetto simbolo, un emblema, un’allegoria di quel che più conta nella vita. In primo luogo dunque l’amore, anche quello che non osa proferire il suo nome. Dottoressa in giurisprudenza ed ex docente di scuola privata, Lisa Luzzi prende le mosse da quello che è con ogni probabilità il più struggente testo di Wilde e tra i più emozionanti mai vergati in assoluto, il De profundis, per viaggiare e compiere in questo leggibile, raffinato e denso saggio un’esegesi della conoscenza e del sentimento: da non perdere.

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