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“La parola braccata”

51bAkrxfXdL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Già presente nella letteratura babilonese, l’acrostico, stando a Diogene Laerzio, venne introdotto fra i greci da Epicarmo, mentre presso i latini, afferma Cicerone, fu inizialmente praticato da Ennio.

Tradurre è un po’ tradire. Ma è indispensabile per capire e far capire. È dire qualcosa che è sbocciato in un altro pensiero in un modo diverso eppure uguale. È la vittoria su Babele, è la redenzione dal peccato, è il ponte tra culture. È un atto rivoluzionario e straordinario. Valerio Magrelli ne parla in La parola braccata – Dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico per Il Mulino, un testo fondamentale. Perché le parole sono importanti. Sono il mezzo con cui comunichiamo. Rappresentano le nostre idee. Emozioni. Passioni. Sensazioni. Sono serie ma non debbono essere trattate in modo serioso. Perché possono essere uno strumento anche per divertirsi. Per ragionare. Per riflettere. Per scambiarsi messaggi. Per vivere ed esistere.

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