Libri

“Il centenario che voleva salvare il mondo”

51eUbH59HPL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’ambasciatore ONU si sentiva già a proprio agio con le due nuove conoscenze.

Il centenario che voleva salvare il mondo, Jonas Jonasson, La nave di Teseo, traduzione di Margherita Podestà Heir. Così come non c’è due senza tre, non c’è cento senza centouno, e non si tratta di dinoccolati, pasticcioni e irresistibili dalmata inseguiti invano come fossero un Oscar da una diva furente: si tratta di anni. E Dio lo benedica, questo epigono scandinavo della longevità di Kirk Douglas, Olivia De Havilland e tanti altri meno noti che attraversano i decenni con agilità, protagonista esilarante e fuori da ogni schema di una nuova avventura che non sarebbe affatto sbagliato trasporre al cinema, anzi. Anche perché stavolta non si tratta di una semplice, ammesso e non concesso che l’aggettivo sia adeguato, fuga per la libertà; la missione è ancora più importante, neanche fosse il nonno putativo di Greta Thunberg, che può essere attaccata solo da chi è privo di coscienza o ha come argomento di discussione di maggior levatura la pappa col pomodoro, absit iniuria verbis: Allan si è messo in testa, infatti, di salvare il mondo, e nel percorso, in cui incontrerà finanche un presidente diversamente intelligente e malato di Twitter, Angela Merkel, una venditrice di bare che , mostrerà a tutti di che pasta sia fatto, e quanti assi abbia ancora nella manica. Imperdibile.

Standard
Libri

“Il gioco di Santa Oca”

unnamed.pngdi Gabriele Ottaviani

Pipòt dorme, beata gioventù. Un respiro quasi infantile, nel sonno scompare l’ombrosità che lo accompagna costantemente quando veglia. Dorme da innocente, pensa Pùlvara. In qualche modo le ricorda il figlio che ha avuto in terra todesca: crepato a sette anni di certe placche grigie e fungose che gli avevano riempito la gola. Quanti bambini senza peccato erano morti quell’inverno. Le donne congiungevano le mani o si strappavano i capelli. Pùlvara sente le lagrime sgorgarle dagli occhi, come se il suo Jonas fosse morto adesso adesso. Il limite sottile tra la vita e la morte è ben poca cosa. Le tornano alla mente anche le volte in cui ha dormito con Bonaventura e il resto della banda in un vecchio essiccatoio per le castagne o nel torracchione di pietre nere al Fosso del Pan Perduto. Scoregge nell’aria fredda, bocche che respiravano rumorosamente, qualche armeggio di mano per gli sfoghi nel peccato solitario. A quel tempo spesso si addormentava al suono della voce di Bonaventura che raccontava del giardino di Santa Oca il cui premio attende alla fine di un lungo cammino chi non si dà per vinto. “Ah,” ridevano gli uomini della sò banda, “allora se ci arriviamo, diventiamo ricchi come il Re d’Ispagna e possiamo finalmente toglierci tutti gli sfizi che ci pare”… Ma Bonaventura spiegava che le ricchezze andavano distribuite ai più bisognosi: alle vedove, ai vecchi… Non c’era verso di fargli cambiare parere: sulla Giustizia e sulla ripartizione equa si faceva un punto d’onore che neanche un nobile franzé. Lo stesso riguardo alla questione del rubare nelle chiese.

Cosceneggiatrice di Così ridevano di Gianni Amelio, aggiudicatosi meritatamente vari riconoscimenti fra cui quello alla cinquantacinquesima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, quella del millenovecentonovantotto, la seconda e ultima diretta da Felice Laudadio, che vide premiare dalla giuria presieduta da Ettore Scola anche Kusturica, Sean Penn, Catherine Deneuve e Niccolò Senni, pittrice, fumettista, autrice di teatro e narrativa dalla bacheca onusta, giustamente, di trofei, Laura Pariani, intellettuale e artista a tutto tondo, dalla voce stentorea e originale, lirica, vivida e profonda, dipinge con tinte brillanti e ritmo ammaliante, impreziosendo il tutto con una prosa credibile e immaginifica, la vicenda secentesca di un popolo in cerca di sé che si ribella alla protervia del potere, e quella di una donna che fintasi uomo si è unita alla compagine di Bonaventura Mangiaterra e a vent’anni di distanza, da cantastorie, ne narra le imprese e ne svela il mistero… Il gioco di Santa Oca, La Nave di Teseo: raffinato, elegante, allegorico, bellissimo sin dalla copertina.

Standard
Libri

“La città interiore”

covavivh-la-citta-interiore.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il 22 giugno 1946, venti giorni dopo che l’Italia è diventata una repubblica, Paul Éluard arriva a Venezia col treno della notte. Viene da Belgrado, ma prima è stato a Sarajevo e a Zagabria, insomma è il ritorno di un viaggio trionfale in Jugoslavia. Nel pomeriggio sarà l’ospite d’onore a un convegno letterario organizzato a Palazzo Grassi e l’indomani riprenderà la strada per Parigi. Ma non si tratta solo della tournée di una stella della letteratura europea, Éluard combina in sé il doppio ruolo di poeta e militante politico, il vecchio dadaista con la tessera del Partito comunista, il tipo d’intellettuale che in quel frangente gode delle quotazioni più alte, maturate in tempi non sospetti alternando produzione lirica e proselitismo. Non a caso il titolo del suo discorso sarà: La poesia al servizio della verità. In Jugoslavia i suoi accompagnatori gli hanno parlato di un certo poeta partigiano, un croato che ha denunciato i croati per difendere i serbi da cui è stato ammazzato. Un messaggio per le nuove generazioni, il martire di tutti i fascismi. Deve aiutarli a lanciarlo in Francia, magari in tutta Europa, da loro è già una leggenda.

La città interiore, Mauro Covacich, La nave di TeseoL’uomo è per natura un essere sociale… Così dice Aristotele. Del resto la tendenza all’aggregazione nasce insieme all’uomo, che da sempre ha cercato un modo per poter affrontare al meglio delle proprie possibilità, e quindi non con le sue sole e singole forze, ché non v’è alcuno sul globo che possa salvarsi senza aiuto, le avversità che l’ambiente nel quale si trovava a vivere quotidianamente gli riservava sul cammino: si può dire pertanto, naturalmente evitando banalizzazioni che invece sarebbero molto facili e immediate, che la città è nell’uomo (non a caso Italo Calvino attribuisce alle sue città invisibili nomi propri di persona, a voler essere precisi femminili, perché la città è generatrice; per esempio, produce testi, e i testi producono la città, come, per nominarne una e una sola, Zenobia, immagine potentissima e surrealista: Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati…), è, inserendo in un contesto diverso da quello consueto una frase tanto celebre da essere divenuta finanche abusata, la misura di tutte le cose, il punto di riferimento, il metro di paragone e il filtro attraverso il quale viene interpretata la realtà, e a volte è anche un tramite tra due dimensioni apparentemente fra loro inconciliabili. Venezia, per esempio, che ha le strade d’acqua. Ma non solo. Ogni città ha i suoi confini, e i suoi confini sono luoghi di contatto e conflitto: non è per gioco a dadi della sorte che si verifica il fatto che le parole si somiglino. Immaginiamo allora cosa possa essere una città di confine, una città contesa. Come Trieste. Una città che, come tutte, è luogo di scambio culturale e commerciale, coacervo di valori comunitari, simbolo del potere costituito, laico o religioso – più spesso laico e religioso –tutto questo e molto altro ancora, organismo vivo e vivido che con il passare del tempo, con il divaricarsi sempre maggiore della sperequazione tra aree urbanizzate e rurali, ha assunto di volta in volta connotati ben precisi e caratteristici. Il volto s’è fatto pieno di rughe, ricolmo di fascino. S’è detto, però: la città è dentro. È nell’uomo. È dell’uomo. E Covacich torna nella sua. Trieste. È il millenovecentoquarantacinque. Flavio Covacich ha sette anni. Attraversa la città in cocci con una sedia in testa per andare a salvare il padre tra le cui ginocchia d’abitudine si rifugia. Un padre odiato di cui detesterà rivedere i gesti in quelli che gli appartengono e gli apparterranno, un padre che morirà di cirrosi nel millenovecentosettantadue, quando tra le ginocchia di Flavio c’è suo figlio, Mauro Covacich. Che vede colonne di fumo levarsi in alto di fronte all’osservatorio privilegiato dove li ha portati la mitica Vespa e chiede al padre, un socialista che parteggia più per i palestinesi che per gli israeliani, se siano in guerra. No, non sono in guerra, dice il padre. Ma è vero che a Trieste sta nascendo Gladio, anche se nessuno lo sa, è vero che c’è una divisione, zona A e zona B, italiani e titini, è vero che… Bildungsroman è definizione trita e ritrita, ma in questo caso è appropriata: Covacich, che ha raggiunto con pieno merito con questo volume la finale dell’edizione del duemiladiciassette del Campiello, edifica. Più che comportarsi da demiurgo rievoca e (ri)costruisce: la storia, certo, ma forse soprattutto i personaggi, che crescono, si formano, prendono forma e acquistano forza nel corso di una vicenda potente sin dalla prima riga, congegnata con precisione magnifica e vividissima, monumentale finanche in senso etimologico.

Standard
Libri

“Amore non Amore”

41Ei72IjopL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se avessi te.

Se avessi.

Se.

Amore non Amore, Franco Marcoaldi, La nave di Teseo. In cento componimenti ricchissimi di riferimenti all’arte in generale, figurativa e non solo, alla storia, alla filosofia e complessivamente alla vita, in tutta la sua caleidoscopica bellezza, che sa stupire e rendere felici, ma anche lasciare distrutti, consapevoli della caducità d’ogni cosa, dell’inevitabilità del dolore, dell’impossibilità della conoscenza ultima, Marcoaldi, con la sua inconfondibile voce, classica e insieme modernissima, soave e scabra, indaga il sentimento primo e generatore, ricercato da tutti ma non praticato, perché sempre costretti nella spirale ipotetica di un rimpianto inespresso e irrisolto, alla rincorsa di qualche cosa che come un miraggio sfugge, fagocitata dall’erronea scala delle priorità. Da leggere.

Standard
Libri

“La straniera”

Screenshot_20190212-113306.pngdi Gabriele Ottaviani

La Val d’Agri era nella route di alcuni motoraduni, ma le carovane salivano di rado fino al mio paese, non c’era nulla di particolare da vedere. Era un comune molto piccolo, c’erano solo chiese dall’architettura povera e bar che chiudevano e riaprivano a ritmo regolare dopo le denunce alla polizia fiscale da parte di un concorrente; la principale fonte di introito erano le slot-machine. Sentimmo il rombo di quelle motociclette e iniziammo a schiamazzare come telefoni; una di noi spense la luce mentre io tiravo giù le serrande, poi ci nascondemmo in bagno a spiare quei motociclisti convinte che si sarebbero fermati proprio sotto casa mia. Quando sparirono sotto la curva, il terrore di essere depredate si trasformò in disappunto, e restammo lì sperando di sentirli tornare. Mia madre scese dalla soffitta in cui si ritirava a dipingere e ci trovò in preda a una concitazione isterica, le facemmo gesti in sincrono per dirle di spegnere la luce e quando le spiegammo che avevamo paura dei motociclisti, lei si affidò alle nostre smorfie e alle nostre risate per capire che in realtà non avevamo paura, ma qualcos’altro. “Ci penso io,” disse prima di scendere per strada insieme al cane, mettendosi a fumare sul muretto, in attesa che passassero un’altra volta. Erano circa otto persone, c’era anche una donna, alcuni erano sovrappeso e di mezza età, altri nerboruti e per nulla tentacolari.

Memoir ma non solo, romanzo ma anche racconto di migrazione, di nostalgia, di tenerezza, di un’educazione sentimentale scabra e dolcissima, di andate e ritorni tra la Basilicata e Brooklyn cercando il proprio posto nel mondo, un senso alle cose che accadono, seguendo il tortuoso percorso di relazioni che, come fiumi carsici, appaiono e scompaiono dinnanzi agli occhi quasi con violenza: Claudia Durastanti, la cui prosa è cristallina, matura, ampia, classica e generosa, di suoni, immagini, sensazioni, torna in libreria per La Nave di Teseo con La straniera. Che è semplicemente da non perdere.

Standard
Libri

“Alla luce di quello che sappiamo”

51-GKYU8BTL._SX352_BO1,204,203,200_.jpgdi Erminio Fischetti

Il mio dramma, come quello di chiunque, è al piano di sopra, cioè nella testa. E non penso si possa scrivere di un dramma mentale. L’unica cosa che abbiamo a disposizione è ciò che facciamo.

Alla luce di quello che sappiamo, Zia Haider Rahman, La Nave di Teseo, traduzione di Fabio Zucchella. Gli esordi letterari negli ultimi anni destano sempre interesse non perché qualcuno possa credere di poter trovare nel battage delle agenzie internazionali il nuovo Alberto Moravia, la nuova Joyce Carol Oates o il nuovo Philip Roth (anche perché la sfiducia verso il nuovo contraddistingue il nostro tempo), ma perché il settore può definire quelli che saranno i nuovi trend, capire come manovrare il mercato. Alla luce di quello che sappiamo, dopo quattro anni dalla sua uscita nei territori anglosassoni, approda finalmente in Italia per i tipi de La Nave di Teseo non un semplice esordio, ma un romanzo-mondo del nostro tempo sul nostro tempo: lo rielabora mettendo in scena su più piani i profondi cambiamenti sociali, morali, geografici, la crisi economica, la mutevolezza dei rapporti. Zia Haider Rahman si è imposto sia nell’ambito della critica che del pubblico (e senza dimenticare la filiera di premi per i quali è stato nominato, fino alla consacrazione del James Tait Black Memorial Prize, il più antico di ordine britannico che quest’anno festeggia il secolo) con questo suo originale e densissimo romanzo, che ha impiegato anni a scrivere e che è una sorta di compendio sul classismo, il potere, la cultura, la perdita, l’esilio, il peso delle differenze attraverso la storia di due amici che anni addietro avevano studiato matematica a Oxford, l’unica cosa che avevano in comune a detta della voce narrante, uno dei due, il privilegiato, quello che proveniva da una facoltosa famiglia di origine pakistana, al contrario dell’altro, nativo di una modesta famiglia di immigrati del Bangladesh a Londra. Comincia così una vicenda che mette dentro non solo l’attualità del nostro mondo, ma soprattutto il genere romanzo, che si fa saggio, poesia, prosa lirica, matematica, storia. L’autore, anch’egli inglese originario del Bangladesh, con una carriera da funzionario a Wall Street, sembra avere elementi in comune con i suoi personaggi, ma quello che più importa è che è capace di scrivere, al di là della storia e di come la mette in piedi, sa usare le parole e non le sa solo mettere in fila come uno dei tanti, bensì ha la capacità di trovare una logica e un respiro ricco di forma e contenuto. Forse, con Alla luce di quello che sappiamo, Zia Haider Rahmen probabilmente ha sin d’ora trovato la sintesi della totalità dei suoi temi in un esordio splendido che è già testamento e che sarà molto difficile superare: eppure i miracoli, a differenza della gratitudine, sono di questo mondo.

Standard
Libri

“Di chi è Anne Frank?”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

Il “vero contenuto” era stato già alterato da Frank…

Di chi è Anne Frank?, Cynthia Ozick, La nave di Teseo, traduzione di Chiara Spaziani. Un po’ come il Gesù di Norman Mailer, che dice che i vangeli sono esagerati e che non c’era bisogno della finzione perché il suo messaggio era forte già di per sé, Cynthia Ozick, voce stentorea e lucidissima, scrive, non a caso nello stesso anno, il millenovecentonovantasette, questo saggio agilissimo, bruciante, dirompente e necessario. Perché Anne Frank, di fatto, è stata delegittimata dall’edulcorata agiografia rassicurante (ma che per forza di cose ne mina dunque agli occhi di qualcuno la credibilità) che si è voluta dare della sua vicenda, che viceversa non può né deve essere dimenticata, come del resto il crimine immondo della Shoah: la storia non va ammorbidita. Se viene ammorbidita viene tradita. Se viene tradita viene negata. E invece va raccontata. Eternata. Senza pruderie. In difesa della verità. E dell’umanità. Indispensabile.

Standard