Libri

“Amore non Amore”

41Ei72IjopL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se avessi te.

Se avessi.

Se.

Amore non Amore, Franco Marcoaldi, La nave di Teseo. In cento componimenti ricchissimi di riferimenti all’arte in generale, figurativa e non solo, alla storia, alla filosofia e complessivamente alla vita, in tutta la sua caleidoscopica bellezza, che sa stupire e rendere felici, ma anche lasciare distrutti, consapevoli della caducità d’ogni cosa, dell’inevitabilità del dolore, dell’impossibilità della conoscenza ultima, Marcoaldi, con la sua inconfondibile voce, classica e insieme modernissima, soave e scabra, indaga il sentimento primo e generatore, ricercato da tutti ma non praticato, perché sempre costretti nella spirale ipotetica di un rimpianto inespresso e irrisolto, alla rincorsa di qualche cosa che come un miraggio sfugge, fagocitata dall’erronea scala delle priorità. Da leggere.

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“La straniera”

Screenshot_20190212-113306.pngdi Gabriele Ottaviani

La Val d’Agri era nella route di alcuni motoraduni, ma le carovane salivano di rado fino al mio paese, non c’era nulla di particolare da vedere. Era un comune molto piccolo, c’erano solo chiese dall’architettura povera e bar che chiudevano e riaprivano a ritmo regolare dopo le denunce alla polizia fiscale da parte di un concorrente; la principale fonte di introito erano le slot-machine. Sentimmo il rombo di quelle motociclette e iniziammo a schiamazzare come telefoni; una di noi spense la luce mentre io tiravo giù le serrande, poi ci nascondemmo in bagno a spiare quei motociclisti convinte che si sarebbero fermati proprio sotto casa mia. Quando sparirono sotto la curva, il terrore di essere depredate si trasformò in disappunto, e restammo lì sperando di sentirli tornare. Mia madre scese dalla soffitta in cui si ritirava a dipingere e ci trovò in preda a una concitazione isterica, le facemmo gesti in sincrono per dirle di spegnere la luce e quando le spiegammo che avevamo paura dei motociclisti, lei si affidò alle nostre smorfie e alle nostre risate per capire che in realtà non avevamo paura, ma qualcos’altro. “Ci penso io,” disse prima di scendere per strada insieme al cane, mettendosi a fumare sul muretto, in attesa che passassero un’altra volta. Erano circa otto persone, c’era anche una donna, alcuni erano sovrappeso e di mezza età, altri nerboruti e per nulla tentacolari.

Memoir ma non solo, romanzo ma anche racconto di migrazione, di nostalgia, di tenerezza, di un’educazione sentimentale scabra e dolcissima, di andate e ritorni tra la Basilicata e Brooklyn cercando il proprio posto nel mondo, un senso alle cose che accadono, seguendo il tortuoso percorso di relazioni che, come fiumi carsici, appaiono e scompaiono dinnanzi agli occhi quasi con violenza: Claudia Durastanti, la cui prosa è cristallina, matura, ampia, classica e generosa, di suoni, immagini, sensazioni, torna in libreria per La Nave di Teseo con La straniera. Che è semplicemente da non perdere.

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“Alla luce di quello che sappiamo”

51-GKYU8BTL._SX352_BO1,204,203,200_.jpgdi Erminio Fischetti

Il mio dramma, come quello di chiunque, è al piano di sopra, cioè nella testa. E non penso si possa scrivere di un dramma mentale. L’unica cosa che abbiamo a disposizione è ciò che facciamo.

Alla luce di quello che sappiamo, Zia Haider Rahman, La Nave di Teseo, traduzione di Fabio Zucchella. Gli esordi letterari negli ultimi anni destano sempre interesse non perché qualcuno possa credere di poter trovare nel battage delle agenzie internazionali il nuovo Alberto Moravia, la nuova Joyce Carol Oates o il nuovo Philip Roth (anche perché la sfiducia verso il nuovo contraddistingue il nostro tempo), ma perché il settore può definire quelli che saranno i nuovi trend, capire come manovrare il mercato. Alla luce di quello che sappiamo, dopo quattro anni dalla sua uscita nei territori anglosassoni, approda finalmente in Italia per i tipi de La Nave di Teseo non un semplice esordio, ma un romanzo-mondo del nostro tempo sul nostro tempo: lo rielabora mettendo in scena su più piani i profondi cambiamenti sociali, morali, geografici, la crisi economica, la mutevolezza dei rapporti. Zia Haider Rahman si è imposto sia nell’ambito della critica che del pubblico (e senza dimenticare la filiera di premi per i quali è stato nominato, fino alla consacrazione del James Tait Black Memorial Prize, il più antico di ordine britannico che quest’anno festeggia il secolo) con questo suo originale e densissimo romanzo, che ha impiegato anni a scrivere e che è una sorta di compendio sul classismo, il potere, la cultura, la perdita, l’esilio, il peso delle differenze attraverso la storia di due amici che anni addietro avevano studiato matematica a Oxford, l’unica cosa che avevano in comune a detta della voce narrante, uno dei due, il privilegiato, quello che proveniva da una facoltosa famiglia di origine pakistana, al contrario dell’altro, nativo di una modesta famiglia di immigrati del Bangladesh a Londra. Comincia così una vicenda che mette dentro non solo l’attualità del nostro mondo, ma soprattutto il genere romanzo, che si fa saggio, poesia, prosa lirica, matematica, storia. L’autore, anch’egli inglese originario del Bangladesh, con una carriera da funzionario a Wall Street, sembra avere elementi in comune con i suoi personaggi, ma quello che più importa è che è capace di scrivere, al di là della storia e di come la mette in piedi, sa usare le parole e non le sa solo mettere in fila come uno dei tanti, bensì ha la capacità di trovare una logica e un respiro ricco di forma e contenuto. Forse, con Alla luce di quello che sappiamo, Zia Haider Rahmen probabilmente ha sin d’ora trovato la sintesi della totalità dei suoi temi in un esordio splendido che è già testamento e che sarà molto difficile superare: eppure i miracoli, a differenza della gratitudine, sono di questo mondo.

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“Di chi è Anne Frank?”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

Il “vero contenuto” era stato già alterato da Frank…

Di chi è Anne Frank?, Cynthia Ozick, La nave di Teseo, traduzione di Chiara Spaziani. Un po’ come il Gesù di Norman Mailer, che dice che i vangeli sono esagerati e che non c’era bisogno della finzione perché il suo messaggio era forte già di per sé, Cynthia Ozick, voce stentorea e lucidissima, scrive, non a caso nello stesso anno, il millenovecentonovantasette, questo saggio agilissimo, bruciante, dirompente e necessario. Perché Anne Frank, di fatto, è stata delegittimata dall’edulcorata agiografia rassicurante (ma che per forza di cose ne mina dunque agli occhi di qualcuno la credibilità) che si è voluta dare della sua vicenda, che viceversa non può né deve essere dimenticata, come del resto il crimine immondo della Shoah: la storia non va ammorbidita. Se viene ammorbidita viene tradita. Se viene tradita viene negata. E invece va raccontata. Eternata. Senza pruderie. In difesa della verità. E dell’umanità. Indispensabile.

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“Di chi è questo cuore”

51l1WlomLwL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anch’io e il bagnino del circolo ci scambiamo pareri di lettura. O meglio, lo abbiamo fatto all’inizio, per un paio di mesi, finché non è successa una cosa. Mi era già capitato tempo addietro di frequentare una piscina dove il bagnino leggeva, quindi ero abbastanza preparato all’eventualità, però questo caso mi appariva più stupefacente: si tratta di un ragazzo sui trenta dall’aria simpatica, quasi sempre chino sul suo Kindle. I lettori passati al supporto digitale rappresentano una vera e propria rarità, sicché non potevo non ammirare questo bagnino (che tuttora ammiro), tanto meno potevo resistere alla tentazione di chiedergli cosa leggesse. Ogni mattina, uscendo dalla vasca o più spesso entrando, mi informavo sul libro in lettura. Erano quasi sempre romanzi americani, alcuni di autori italiani che nei ritagli di tempo svolgono anche l’attività di magistrato o di politico e vengono invitati nei programmi televisivi di intrattenimento che gli garantiscono il classico calcio in culo verso le vette agognatissime della classifica. Un po’ per invidia quindi, ma anche per un’oggettiva distanza dai miei interessi, quegli scrittori non li ho mai letti, per cui si è creata una serie di brevi dialoghi al termine dei quali ogni volta mi ritrovavo ad ammettere la mia ignoranza, rendendo piuttosto insensata ai suoi occhi, ne sono sicuro, la perseveranza con cui lo interrogavo. Che idea si sarà fatto di me?, ho cominciato a chiedermi. E se pensasse che le mie domande sono solo un modo per agganciarlo? Un intellettuale gay, o peggio, un sondaggista. Così una mattina gli ho detto: “Sai, devi perdonare la mia curiosità, il fatto è che anch’io da ragazzo facevo il bagnino e passavo le ore leggendo romanzi, proprio come te. E, non ci crederai, ho finito per scriverli.” “Ma va’?” mi ha risposto lui. Dopo di che si è limitato a osservarmi con un sorriso professionale, non più di un istante, prima di tornare con lo sguardo sul Kindle, mentre io ora potevo solo dirigermi verso la quinta corsia con la morte nel cuore. Come mi era saltata in mente una frase così stupida? E, non ci crederai, ho finito per scriverli. Da allora solo saluti garbati, a distanza. Un bel buongiorno, ricambiato con quella particolare nota stentorea che rende palese il distacco, l’indifferenza, nell’espressione di cordialità. Di certo non lo biasimo, è un atteggiamento più che comprensibile: il bagnino sarà circondato da persone che gli propongono i loro romanzi su Facebook, sarà senz’altro un bersaglio ambito del self-publishing praticato da amiche e amici, o più semplicemente avrà già incontrato decine di soci della piscina che, vedendolo leggere, gli avranno detto, spero in un modo meno goffo del mio, che anche loro scrivono libri.

Di chi è questo cuore, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Il cuore è una pompa, un muscolo striato ma involontario. Diastole e sistole, dilatazione e contrazione, il sangue raggiunge ogni recesso del corpo umano, lo nutre e lo irrora, consente e mantiene la vita: e quando ci sono delle anomalie si è costretti a rivedere piani e programmi. È questo ciò che accade al protagonista di questo romanzo, che si chiama come il suo autore e che deve per cause di forza maggiore abbandonare lo strenuo ardimento straziante, matto e disperatissimo dello sport con cui anelava allenandosi di restare in forma e di sfuggire a modo suo alla dittatura del tempo che tutto fagocita e ogni cosa insaziabile erode, e rimettere nel giusto ordine le priorità. Prendendo le mosse da questo punto, però, come un tuffatore che sta per staccarsi dal trampolino o dalla piattaforma per compiere in volo artifici acrobatici prima di raggiungere l’acqua, grazie alla magia della letteratura l’autore riesce a riflettere, e far riflettere, sulla ragione e sui sentimenti, di cui il cuore è per tradizione la sede, e a indagare con grazia le mille fragilità dell’essere. Da leggere.

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“L’enigma di Finkler”

51IMu6WJNZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono timido, la vivacità mi mette a disagio.

L’enigma di Finkler, Howard Jacobson, La nave di Teseo, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Con inoltre il corredo di un interessante, importante, ampio, approfondito e ben fatto glossario dei termini del lessico di formazione semita utilizzati nel testo e che caratterizzano e punteggiano in maniera significativa la narrazione. Julian è bello e inconcludente, Sam, suo amico/rivale dai tempi della scuola, è carismatico, deciso, determinato, risoluto. Julian è incostante, incapace di condurre a compimento qualsiasi progetto, in particolare in ambito sentimentale, è incline all’indolenza e al pessimismo, al vittimismo e alla fragilità, Sam è un filosofo, è pop e popolare, è autore di libri di incredibile successo, è per Julian il prototipo dell’ebreo come pensa che si dovrebbe essere, e in seguito a un evento traumatico ne diverrà il modello di comportamento, ma… Jacobson è un grande autore, e questo romanzo di respiro solenne che indaga l’animo umano nella sua molteplicità lo dimostra.

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“Le guarigioni”

410DhI730uL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nei giorni seguenti riuscii anche ad affacciarmi di tanto in tanto in azienda per seguire alcuni importanti appalti comunali che mi ero aggiudicato. Avevo spostato in un angolo del cervello più remoto l’informazione che quasi certamente aspettavamo un figlio quando arrivò il momento di comperare il test di gravidanza. La vista di quell’oggetto impacchettato nella carta della farmacia improvvisamente collocava l’argomento in primissimo piano. Un filo di tensione, difatti, era ora avvertibile in entrambi. Arrivammo a casa mia e con nonchalance ci dedicammo ad altro. Mentre io cercavo di interessarmi ad alcuni documenti di lavoro, lei accese il mio computer per controllare la sua posta elettronica. Improvvisamente mi parlò, con una strana voce. Il tono era basso e controllato, ma sinistro: “Scusa tanto… Mi spiegheresti cosa ci fa sul tuo desktop l’icona di Facebook?” Feci capolino nella stanza guardandola meravigliato. Poi risposi, cercando di sorridere, che non sapevo. Lei mi fece notare che qualche tempo prima le avevo detto di non avere Facebook, ma quell’icona invece dimostrava il contrario. La cosa di cui non riuscivo a capacitarmi era quell’improvvisa mostruosa estraneità che si era materializzata tra di noi. Provai a spiegare che averlo usato un paio di volte giusto per caso non faceva di me un vero utilizzatore di Facebook. “E si può sapere quando e perché lo hai usato?” Cominciava ad assalirmi un senso di colpa atavico e sbiascicando dissi che sarà stato chissà quando. In passato dovevo aver tentato di rintracciare qualcuno ed evidentemente quell’icona era rimasta lì per quello. A quel punto sul viso di Marta mi sembrò di scorgere una vera e propria metamorfosi. Ora pretendeva che le dicessi chi erano le persone che avevo rintracciato. Le parlai di un compagno dell’asilo e poi… sì… di una tipa, una cameriera che mi aveva incuriosito più di un anno prima. Ma a quel punto, data una sopraggiunta secchezza delle fauci, le parole rantolavano incomprensibili fuori dalla mia bocca mentre mi affrettavo a precisare che con quest’ultima non era poi successo assolutamente nulla. Lei divenne, se possibile, ancor più pallida. All’improvviso si alzò precipitosamente dalla scrivania dicendo che voleva andarsene a casa sua.

Le guarigioni, Kim Rossi Stuart, La nave di Teseo. La vita è ciò che accade quando si è impegnati in altro, spesso perdendo di vista il senso stesso della misura e delle cose, della realtà e delle priorità: e così l’esistenza si diverte a farsi beffe delle sue creature, donne e uomini imperfetti, infelici, fragili, complicati, irrisolti, insicuri, incontentabili eppure dolcissimi, speranzosi, bisognosi di felicità e bramosi d’essere migliori, come padri, madri, figli, imprenditori, amanti, coniugi, preti… Viene voglia di abbracciare tutti i protagonisti, anche quelli a tratti più disturbanti, dei racconti di Kim Rossi Stuart, che ha talento d’attore e da cineasta, e che si conferma dotato anche nella mera – che mera non è affatto, anzi – dimensione della pagina scritta di una sensibilità originale e finissima: da leggere.

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