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“La peste nuova”

copertina _ la peste nuovadi Gabriele Ottaviani

Salvatore non fa neppure in tempo a replicare che l’altro torna a sommergerlo: “Signor Salvatore, non sia insicuro, ormai tutti fanno scommesse così, nei momenti straordinari è concesso, ci pensi, su…” Incredibilmente, si mettono d’accordo, Salvatore, convinto di non avere niente da perdere, accetta la sfida, saluta garbatamente l’altro e riprende a fare colazione. I pensieri a voce alta di Salvatore per rassicurarsi sulla bontà d’avere accettato la sfida? Conosco appena il tipo, so che sa il fatto suo, l’ho visto pure litigare con il garagista, c’è mancato poco che tirasse fuori il cric, ma quando mai la nostra squadra, con i tempi che corrono, riesce a vincere… Salvatore è sicuro di farcela. È disposto a rischiare, nonostante il suo profilo attitudinale potrebbe indicare il contrario. Non può credere all’improvvisa resurrezione dei verde-marrone, accompagnati dalle giovani mogli dalle lunghe gambe, le extension, i cronografi di pregio al polso, sedute in tribuna, a divorarsi nervosamente le unghie, e a mostrare proprio le gambe fuori dalle minigonne stampigliate di rebus del cinese. Va da sé che perdono… Così Salvatore, riconosciuto zimbello di quartiere. Nel frattempo, l’altro si sfrega le mani di soddisfazione cercando di ricordare dove abbia messo i profilattici. Lui, figlio di inurbati, secondo di quattro figli, tolto il più piccolo, morto assai presto e composto nella bara con l’abitino da fraticello, mettiamo che si chiami Salvatore, si vede già a tenere fermo l’altro Salvatore e con le mani a scostargli i glutei…

La peste nuova, Fulvio Abbate, La nave di Teseo. Sono due. Sono belle. Di più. Sono irresistibili. Sono giovani. E giaceranno con lui. A patto che lui faccia qualcosa. Non per loro. Per tutti. Non per quella città, per il mondo intero. Per la paura, che tutto avviluppa e ognuno attanaglia. Del resto lui ha il potere. È un inventore. Inventa storie. Meglio, facezie. Barzellette, per la precisione. È in crisi, la sua vita è allo sbando, il luogo dove vive è preda della peste. La peste nuova. Un bacillo sconosciuto, mai provato né scoperto prima, e anche il tempo pare scorrere in maniera differente. L’intellettuale accetta l’incarico, con un medico s’impegna, ma chi sono davvero le due ragazze? Allegorico, formidabile, geniale: una lettura travolgente e molto profonda e significativa.

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“Brevemente risplendiamo sulla Terra”

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Nel bagno con le pareti color verde pisello, la nonna fa rotolare un uovo sodo appena bollito sul viso del ragazzino. Qualche minuto prima, sua madre ha fatto volare una teiera di ceramica vuota che è esplosa sulla sua guancia.

Ocean Vuong, Brevemente risplendiamo sulla Terra, La nave di Teseo. Traduzione di Claudia Durastanti, a sua volta scrittrice eccellente. Splendido sin dal titolo, che è pura poesia (non a caso si tratta di un doppio senario, o dodecasillabo che dir si voglia, verso caro al Manzoni, per non parlare di Montale: Portami il girasole ch’io lo trapianti / nel mio terreno bruciato dal salino…), e dalla magnetica copertina, il testo di Ocean Vuong è la storia di Little Dog, che ha una famiglia tutta al femminile minata nel corpo e nello spirito dalla carneficina del Vietnam e dalla migrazione negli Stati Uniti, dove la diversità di Little Dog, da ogni punto di vista, è un metro di giudizio, un termine di paragone, un filtro mediante il quale vive il reale. Ma… Da non perdere.

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“Fuoco al cielo”

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Quando lui non c’è la luce si fulmina, e i topi nel muro fanno più rumore.

Fuoco al cielo, Viola Di Grado, La nave di Teseo. Giovane, bravissima, pluripremiata, dalla prosa ricca, scabra, delicatamente ruvida e universale, classica e figlia del suo tempo, ma anche originalissima, Viola Di Grado torna in libreria con il racconto devastante, magnetico e formidabile di un’insopportabile e inammissibile vicenda reale, cui conferisce la grandezza del romanzo, quella della città segreta. Che non è solo un luogo del corpo, ma anche dello spirito. Ogni storia ha infatti la sua città segreta, quell’angolo, quell’ombra, quel lato oscuro, quel recesso pressoché inaccessibile in cui uno gnommero, per citar Gadda, di contraddizioni si accuccia e si annida, quiescente eruzione pronta a far danno: ogni vicenda d’amore totalizzante custodisce in sé il male abietto dell’ossessione. Non fa eccezione il rapporto che nasce e cresce fra Tamara, insegnante che non crede a nulla, che pensa che tutto non sia altro che marcescente e condannato, e Vladimir, infermiere di buona famiglia moscovita che vuole prendersi cura di chi non ha nessuno che lo faccia. I due vivono a Musljumovo, nel mezzo del nulla, al confine con la Siberia, dove tutto è corrotto, in un’area geografica irrintracciabile sulle mappe, la, per l’appunto, “città segreta”, quella da cui non si poteva uscire, quella da cui e di cui non si poteva parlare, un niente esistente, però, un vuoto fisico da cui sono scaturite tre catastrofi nucleari. Si incontrano e s’amano: ma è, la loro, davvero una reciproca promessa di salvezza? Intenso.

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“Gli estivi”

81sbay9nWNL._AC_UY218_ML3_ (1)di Gabriele Ottaviani

“Alle donne può succedere di tanto in tanto di concedersi una giornata particolare, in cui un po’ per noia un po’ per sfinimento decidono di assecondare le voglie degli uomini.” “Stai farneticando.” “Oh no, tutt’altro. Ti ricordi cosa combinò Tania, la mia compagna dell’università?” Cominciò a raccontare. Una mattina Tania decise di dire sì agli uomini. Prima di colazione, una colazione striminzita perché la consapevolezza di quello che stava per fare le toglieva l’appetito, s’infilò soltanto un vestitino nero e un paio di anfibi. Niente biancheria. La prima tappa fu il signor Carlo, il panettiere sotto casa, che le incollava gli occhi sul seno da quando era un’adolescente che passava in negozio per comprare la merenda della scuola. E anche quella mattina, infatti, dopo averla salutata cordialmente, cominciò a guardarglielo. Tania stavolta non abbassò lo sguardo, non fece finta di niente, non piegò la testa sotto il giogo del desiderio altrui. Si avvicinò al bancone, si sporse, prese una mano del signor Carlo e se la mise sulle tette. Lui fulmineo la portò nel retrobottega. Tania sentiva sul petto le mani del signor Carlo, e i suoi baffi ispidi, le sue labbra screpolate. Il signor Carlo succhiava le tette, non azzardandosi a osare di più, come accontentandosi di quel piccolo miracolo che stava accadendo, quando vide Tania alzarsi tutto il vestito e piegarsi a novanta. Buttò via il grembiule e le affondò dentro, prima nella fica e poi nel culo. A un certo punto, senza essere venuto, si staccò e con un sussurro trafelato la avvertì che tra poco sarebbe arrivata la moglie. Tania si mise in ordine senza fare una piega e s’avviò all’università. Lo prese nel culo dal professore con cui da mesi stava preparando la tesi e che da mesi ci stava provando goffamente, tentando di prolungare i loro incontri di lavoro fino all’aperitivo. Dopo trascorse un paio d’ore in biblioteca, facendo la spola tra il suo tavolo e i bagni. Fece pompini a tutti quelli che da quando aveva messo piede in quel posto l’avevano guardata insistentemente o le avevano chiesto di uscire. Fuori dall’università cercò di analizzare che cosa stava succedendo, ma non ci riuscì. Sapeva solo che il culo le faceva male, e che in quel dolore c’era qualcosa di assolutamente elettrizzante. Adesso sarebbe arrivato il garage. Ogni giorno per tornare a casa dall’università Tania doveva passarci davanti e i parcheggiatori se la mangiavano con gli occhi, facevano apprezzamenti, cercavano di attaccare bottone. Erano uomini di mezza età, con ogni evidenza delusi dalla vita. Tania imboccò l’ingresso e si accucciò dietro una macchina, senza dire una parola. Ne arrivarono subito due. Presero Tania per i capelli e le infilarono i cazzi in bocca. Chiesero se potevano chiamarne un terzo e Tania bofonchiò di sì. Sentì dire: “C’è una troia che lo succhia.” Il terzo parcheggiatore si palesò quasi subito, e si dimostrò il più scatenato. Non gli bastò un pompino. Le diceva: “Dai, cagna che sei tutta bagnata.” Alla fine uscirono tutti e tre sulla strada a fumare. Tania si tirò giù il vestito gualcito, si pulì velocemente il viso con un fazzoletto e tornò a casa. In ascensore trovò il tempo di succhiarlo a Maurizio, il suo vicino, che non le aveva mai dato tregua da quando aveva traslocato in quello stabile. Anche Maurizio avrebbe voluto di più, ma Tania si negò dicendo che quel giorno aveva scopato troppo e le faceva male dappertutto. Da come la guardò, Maurizio probabilmente credeva che fosse uno scherzo. Una volta rientrata, Tania si stese sul letto, se la toccò, se la guardò: sapeva che pian piano i petali si sarebbero ricomposti. Rimaneva un’ultima cosa da fare. Telefonò a Riccardo, il migliore amico del suo fidanzato, il quale non aveva mai perso occasione per fare il cascamorto, per torturarla e lusingarla con continui ammiccamenti. L’incontro durò meno di un’ora. Nella concitazione della scopata, le frecciate al fidanzato di Tania si sprecarono. Venne definito “cazzo moscio” e “cornuto di merda”. Dopo, Riccardo sembrò rabbuiarsi. Tania allora lo rassicurò che non avrebbe detto niente al suo fidanzato, nessuno avrebbe mai saputo niente. Riccardo se ne andò non del tutto persuaso, ma a Tania non importava granché. Chiuse la porta e finalmente si buttò sotto la doccia per lavare via tutto. “Non ha mai saputo darsi una spiegazione e neppure io,” concluse Ester. “Chissà perché l’ha fatto. Se per schifo o per rendere grazie, per se stessa o per saldare il conto con altri.” “Tania me la ricordo perfettamente,” ebbi il tempo di dire. “Era una spostata con una fantasia galoppante.”

Gli estivi, Luca Ricci, La nave di Teseo. Quand’è più forte il sole, la luce è più abbagliante e abbacinante, il caldo si fa più rovente, quando il bianco scintilla con maggior veemenza, e mostra al mondo il nitore di cui è capace di farlo risplendere come in uno straniante caleidoscopio, in un gioco di specchi deformati e deformanti, è proprio in quel momento, in quell’attimo, in quell’istante, in quella fuggevolissima congiuntura, in cui tutto trova, quasi per magia, un incastro perfetto, in cui ogni ingranaggio del nostro vivere, cercando di sopravvivere, di farci forza, di mostrarci più coraggiosi di quel che normalmente saremmo, mentre cerchiamo una felicità che sappiamo essere effimera ma che è al tempo stesso arsura irredimibile e anelito irrinunciabile, sfrenata corsa che sappiamo non ci porterà ad alcun traguardo, ma in cui non possiamo fare a meno di cimentarci, è proprio in quell’istante che l’ombra che ognuno di noi genera da sé, appendice perfetta, riverbero di ciò che non ammettiamo di avere, ma che appare impudico dinnanzi allo sguardo di tutti, meno impietoso di quel che riteniamo, l’alter ego, la maschera che ciascuno di noi fa gemmare dietro di sé, quasi come se fosse un’altra vita, il retro d’una pagina, il rovescio d’un tappeto persiano prezioso, che ha una trama perfetta ma dietro è un groviglio inestricabile di nodi ben pettinati, si fa più scura, nitida, evidente, è in quel momento che il contrasto tra essere e voler essere, il dissidio fra il senso del dovere e della responsabilità e la consapevolezza di una potenzialità ancora inespressa, che renderebbe autentico il nostro vagare in cerca di sé, si fa più marcato. L’estate è la stagione in cui si raccolgono le bionde messi, in cui i corpi si spogliano, e si allacciano sudati in una passione che sa di sale, è il tempo in cui frutti succosi impiastricciano bocche e dita, è la pausa dal quotidiano frenetico, è il tempo della libertà e della liberazione, del desiderio violento che squassa il petto e i lombi: Luca Ricci, con la sua prosa in cui Pasolini e Moravia si incontrano e vanno a braccetto, chiacchierando del più e del meno, fumando mentre passeggiano insieme, vestiti di lino, su una spiaggia o sul pavè tra rovine punteggiate di borragine e trifoglio, monumentale come un quadro metafisico di De Chirico, surreale e perturbante come le visioni del di lui fratello Alberto Savinio, classica e insieme originale, di bellezza travolgente, straziata e straziante, dopo Gli autunnali, altro capolavoro, e la parola non è iperbolica, ma qui si supera (ogni pagina sembra una sequenza del miglior Kubrick) con Gli estivi, mentre Roma, il Circeo, la via Pontina, un tempo ai lati gravida d’eucalipti poi stroncati perché pianta fascista (li fece radicare la bonifica perché per antonomasia succhiano acqua dal terreno) e rimpiazzati da kiwi fruttiferi, si stagliano come personaggi felliniani che imbandiscono promesse di piacere, prendendo le mosse da una notte di San Lorenzo in cui un uomo si imbatte in una ragazzina, seduta al tavolo d’un ristorante, vista mare, indaga senza infingimenti né false e ipocrite vergogne, con lirica e sublimata ferocia, il dramma dell’ossessione. Sensazionale.

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“Quanto blu”

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Guardai il ragazzo allontanarsi, ma non stavo tanto pensando a lui e alla sua possibile colpa, quanto deplorando la mia situazione. Era necessario che lo dicessi a Linda, ma ogni minuto che passava rendeva dirglielo più difficile. Certo, April mi avrebbe odiato: e in un modo o nell’altro, pur essendo convinto che a qualche livello mi odiasse già, non sopportavo l’idea di tradirla.

Quanto blu, Percival Everett, La nave di Teseo, traduzione di Massimo Bocchiola. Autore poliedrico, dotto, raffinatissimo, personaggio dalle mille sfaccettature, Percival Everett ha il dono di una prosa impareggiabile, intensa, avvolgente, elegante, profonda, maestosa, mai ostica, mai banale, mai retorica, capace di indagare l’anima con raffinatezza, capace di sorprendere a ogni volgere di pagina, dando voce all’inatteso, all’inaspettato, all’insolito, all’inconsueto, all’imprevedibile, all’altrimenti inconoscibile: un viaggio nella sua letteratura è un viaggio dall’altra parte della luna. Questa è la storia di Kevin, un artista che sta lavorando a una gigantesca tela, di cui non fa vedere nemmeno un millimetro a nessuno: si sa solo che è composta di strati e strati di blu, in tutte le sfumature possibili… Allegorico, magnetico, da leggere.

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“Il colibrì”

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Domenica 23 agosto 1981. Il luogo è Bolgheri, o meglio quel tratto di costa a sud di Marina di Bibbona che alcuni chiamano Renaione, altri Palone, e la famiglia Carrera chiama invece genericamente Bolgheri, intendendo non già il vicino borgo stretto attorno al castello della Gherardesca, bensì direttamente la pineta e la spiaggia sottostanti – anch’esse, peraltro, ancora quasi per intero appannaggio di quel nobile casato. In questo selvaggio tratto di costa, all’inizio degli anni sessanta i coniugi Carrera hanno trovato il modo di comprare un piccolo casale diroccato subito dietro le dune, con un pezzetto di pineta intorno. La loro intenzione era di farne il luogo-simbolo della felicità che, con due figli piccoli e un terzo in arrivo, erano convinti di poter spargere per il mondo. La ristrutturazione del rudere è stata curata da entrambi, in armonia, Letizia per la forma e Probo per la crescita, giacché negli anni esso è stato costantemente ampliato e abbellito, con e senza permessi, e perciò trasformato, dal piccolo rustico che era, in un elegante buen retiro nel cuore della Maremma. Peccato che nel frattempo l’armonia fra Letizia e Probo si sia esaurita…

Il colibrì, Sandro Veronesi, La nave di Teseo. L’Accademia degli Scrausi è un’associazione di studenti e studiosi sorta in seno alla cattedra di Storia della Lingua Italiana della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma nel settembre 1992. Scrauso significa propriamente ‘di scarso valore’ ed è attestato per la prima volta nel 1527 nella confessione autografa di una strega del contado romano, Bellezze Ursini da Collevecchio. Solo da pochi anni questo termine è riemerso nell’uso dei “coatti” della periferia romana. Utilizzando in maniera antifrastica questo nome, l’Accademia ha voluto seguire la scia di ben più celebri associazioni sorte in modo altrettanto giocoso… Così la definizione dell’accolita, per lo più composta in principio da alunni del professor Luca Serianni, linguista d’impareggiabile competenza con cui chi scrive ha avuto il privilegio di sostenere due esami all’università, che ha proposto per l’edizione del duemilaventi del premio Strega il già vincitore – con Caos calmo (da cui poi il film di Antonello Grimaldi con Nanni Moretti, Alessandro Gassmann, Isabella Ferrari, Valeria Golino e tanti altri, nell’anno, il duemilasei, in cui è stata insignita di un riconoscimento onorario anche la Costituzione della repubblica italiana – Sandro Veronesi, amico fraterno di un altro grandissimo della nostra letteratura come Edoardo Albinati, con una motivazione scritta in forma di acrostico e che sottolinea la splendida figura del protagonista Marco Carrera, di cui si evidenzia la forza commovente, che induce a pregare per lui, e per tutte le barche in mare. Marco Carrera è infatti la quintessenza di quella parola, divenuta ormai da qualche anno di moda e dunque abusata e usata sovente a sproposito, che è resilienza, ovvero la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà: di prove ne ha dovute superare tante, ma non si è mai arreso, come il colibrì, che vola sempre, resta sospeso, non si ferma. Anche Marco è così: almeno finché non incontra lo sguardo d’una bimba, e tutto inesorabilmente muta. Emozionante.

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“Racconti di follia”

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Charlotte lo osservava sempre attentamente, vedendo ciò che nessun altro poteva scorgere: come si aspettava, con quel drammatico risveglio all’arte, Julius incominciò a cambiare. Divenne più consapevole del mondo che lo circondava. Ben presto, non abbandonò più l’album e le matite: disegnava in continuazione – facce, scene stradali, mobili, tutto. Costringeva la servitù a posare per lui, anche quando aveva faccende da sbrigare. Ritraeva le sorelle e il padre a tavola, e ogni pomeriggio andava per gallerie d’arte sulla Broadway. Ripeteva le opinioni di Jerome Brook Franklin come se gli appartenessero, e per la prima volta nella sua vita diede istruzioni a un sarto. Ordinò parecchie paia di pantaloni attillati e redingote a doppio petto, e quando gli vennero consegnati sfilò davanti alle sorelle, pavoneggiandosi assurdamente…

Patrick McGrath, Racconti di follia, La nave di Teseo. Traduzione di Alberto Cristofori e Andrea Silvestri. Introdotto nientedimeno che da Sua Maestà Joyce Carol Oates, colei che scandalosamente è ancora senza un Nobel, prolificissima autrice di formidabile e multiforme ingegno, colei che con la parola può veramente sempre e comunque tutto, colei che è capace di tensioni narrative estreme con una semplicità a dir poco lapidaria ed è nel gotha assoluto della letteratura planetaria, al vertice assieme a Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), questo volume curatissimo e affascinante sin dalla copertina raccoglie, ed è la prima volta in assoluto, tutti i racconti di un mai abbastanza celebrato maestro e nume tutelare del noir contemporaneo: per tutti gli appassionati del genere, che lui comunque trascende con sapienza rendendo veicolo di analisi anche filosofica e politica della società, un’occasione che sarebbe un’imperdonabile disdetta farsi sfuggire.

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“I padri e i vinti”

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Dopo un po’ sono andata in cucina e lei era lì che guardava fuori dalla finestra. Pioveva. Mi ha detto: Il padre di Antonio ha combattuto tre rivoluzioni. La guerra di Spagna nel ’36 e poi è stato partigiano sul Carso con le Brigate Garibaldi. L’ho conosciuto a Venezia nel settembre del ’55 e subito mi sono innamorata. Non gli ho mai detto che ero incinta, è partito per il Sud America poco prima di Natale. E io come una scema le ho chiesto perché. Perché cosa? Perché non gli hai detto che eri incinta? Non so perché. Forse avevo paura di dargli dei pensieri in più, non volevo influenzarlo, costringerlo a cambiare idea e a non partire. Gli ho scritto una lettera, ma è morto prima di poterla leggere. Come è morto? Combattendo per la Rivoluzione. A primavera Antonio mi portò in una casa che i suoi avevano in montagna. Ci andavamo nei weekend, ci sedevamo in giardino e lui leggeva l’Odissea a voce alta, diceva che Ulisse era nato aristocratico e che apparteneva alla classe dei padroni ma che la vita l’aveva cambiato e anche se il comunismo a quei tempi non esisteva ancora, era una specie di compagno, uno che rischiava sempre tutto e non aveva paura nemmeno dell’inferno. Non esiste l’inferno, gli dicevo, sono tutte balle che hanno inventato i preti. Ma lui insisteva a dire che esisteva eccome! Che era la vita stessa e noi esseri umani dovevamo lottare per uscire dall’inferno e se non facevamo niente per cambiare, eravamo condannati a restarci per l’eternità.

I padri e i vinti, Giovanni Mastrangelo, La nave di Teseo. L’amore è tutto ed è tutto ciò che ne sappiamo, senza l’amore siamo morti, si nasce, di norma, per un atto d’amore, di coraggio, d’imprudenza, di fiducia, di speranza, di passione, d’emozione, di follia. È così che si forma la società, che si fonda sulla famiglia, quella di Pietro, Flora, Vera e Alberto, i Cristaldi che Mastrangelo, con prosa potente e solenne, insegue per generazioni, loro e i figli che da loro vengono al mondo, in una continua dialettica fra segreti e bugie, misteri e rivelazioni, confessioni e ammissioni: monumentale sin dalla sensazionale copertina. Da leggere assolutamente.

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“La confessione”

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Dopo la morte dei miei nonni, era sembrato ridicolo a me e a mio padre festeggiare il Natale, mangiare il tacchino – un volatile enorme e asciuttissimo che ci saremmo dovuti trascinare, in due, fino a gennaio inoltrato – o addirittura preoccuparci dell’albero. Io ero sempre contenta quando era tutto finito e tornavamo alla vita normale. Negli ultimi cinque anni avevo passato il Natale a casa dei genitori di Joe e non mi era mai piaciuto veramente. Papà era stato invitato varie volte, ma aveva sempre declinato l’invito chiedendomi invece di andare in Francia. Non l’avevo mai fatto. Il Natale si avvicinava, ma il nostro appartamento non ne recava alcun segno. Joe passava molto tempo fuori, trovandosi con gli amici del tempo della scuola o dell’università, e io stavo parecchio da Connie, fermandomi spesso almeno fino alle dieci di sera. Tenevo il Natale fuori dalla porta, così fui colta di sorpresa quando andai da Connie una mattina di metà dicembre e vidi un abete, folto, verde e privo di addobbi, nel bovindo del salotto. “Lo hanno appena consegnato,” disse. “Lo addobberesti per me?”

La confessione, Jessie Burton, La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga. Semplicemente sensazionale sin dalla copertina, il romanzo di una delle voci narrative in assoluto più degne di considerazione, per numerosi e vari motivi, a livello internazionale, racconta in modo che avviluppa, avvince e convince, in maniera commovente, divertente, profonda, ruvida e sensuale, amalgamando ogni sapore, la vicenda, fondata sul concetto di ricerca, identità e agnizione, e che si dipana nel corso dei decenni ma si apre nell’anno del Signore millenovecentoottanta, nella Londra già abbondantemente thatcheriana, ormai ai nostri giorni, alla stessa stregua di quanto è stato in passato il proverbialmente ipocrita impero vittoriano, termine di paragone, modello di riferimento, cartina al tornasole, chiave di lettura e sfondo storico ideale per raccontare gli stravolgimenti della contemporaneità traslandola in una dimensione altra proposta come corrispondente per il parallelo stridore che contraddistingue l’attrito tra vizi privati e pubbliche virtù (del resto è espediente classico: per Manzoni Renzo e Lucia sono due villici seicenteschi…), di Elise, ventenne che fa la maschera a teatro e che in un giorno d’inverno incontra Constance Holden, Connie, scrittrice di successo, e dunque dall’ego ipertrofico. Le due si innamorano, ed è subito ossessione. Ma… Imprescindibile e impeccabile.

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“Il bambino nascosto”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Ciro non poteva essere certo che lo stesse baciando sulla bocca – dalla sua postazione poteva vedere solo la nuca di Gabriele – ma dall’atteggiamento dei due corpi, e dal tempo trascorso, ebbe la netta impressione che il quarantenne gli stesse dando un bacio come quelli che gli uomini danno alle donne. Poco dopo, si accorse che Gabriele stava strattonando l’amico per respingerne la presa. Infine, di colpo, Biagio spalancò la porta e sparì. Per un po’, il maestro non si mosse. Ciro continuò a vederne solo il profilo, immobile come quello di una statua. Dopo alcuni attimi, lo vide, lentamente, voltarsi e iniziare a sparecchiare. A quel punto, il bambino cominciò a battere con forza dei colpi allo sportello, con un fracasso tale che in breve Gabriele fu costretto a liberarlo. Una volta sceso dal soppalco, Ciro gli si avventò contro urlando: “M’ ’o putive pure dicere ca si’ nu ricchione ’e mmerda!” Il maestro, in balia di una calma indefinibile, continuò a fissarlo senza reagire. “Ricchiò, si m’ ’o dicive primma nun fosse rimasto manco nu minuto cu tte, culo rutto,” proseguì il bambino, e questa volta rise in modo sguaiato. A quel punto, Gabriele lo sollevò per le spalle e, dopo aver spalancato la porta, lo depose con forza sul pianerottolo. Quindi, la richiuse e non si mosse più. Lasciò passare alcuni istanti che gli sembrarono interminabili, poi, repentinamente, la riaprì: il pianerottolo era deserto, Ciro era scomparso.

Il bambino nascosto, Roberto Andò, La nave di Teseo. Gabriele, colto, riservato, taciturno, abita a Forcella, una zona del centro storico di Napoli, situata tra i quartieri Pendino e San Lorenzo, a ridosso di via Duomo, e tra Spaccanapoli e il corso Umberto I: il quartiere prende il nome dal bivio a ipsilon, a forma, per l’appunto, di forcella, che lo caratterizza. Gabriele è il titolare della cattedra di pianoforte al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e abita a Forcella. Una mattina un bimbo si intrufola in casa sua e lui, che tutti nel quartiere chiamano maestro, se ne accorge solo a tarda sera, riconoscendovi Ciro, che abita con la famiglia nel suo stesso palazzo e che, quando Gabriele gli chiede che ci faccia nascosto lì, non parla. D’istinto però, leggendogli negli occhi un disperato bisogno di protezione, decide di continuare a nasconderlo: e pian piano i due cominciano a rattoppare insieme le proprie anime contuse. Ma… Roberto Andò, regista preparato e sensibile, autore profondo, scrive un romanzo potente, doloroso, delicatissimo: un vero gioiello.

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