Libri

“La memoria della cenere”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Recupero la bottiglia aperta, ne verso un bicchiere. La tentazione di sedermi sul divano a berlo in silenzio, mentre li guardo. Mio padre si è seduto a un angolo del tavolo, il computer aperto. Legge, ci dirà se ci sono novità. Mia madre versa il vino, attraverso il fumo che si alza rovescia la carne abbrustolita, la fa insaporire mentre il liquido si consuma. Patrick guarda, le mani in tasca. Ha messo a scaldare del brodo, sistemato il mestolo su un piatto. Tra poco mia madre comincerà a versarlo sullo stufato, coprirà, lascerà cuocere per ore. «La sfoglia la facciamo più tardi» gli dice. «Non la lasciamo riposare in frigo?». Mia madre scrolla le spalle: «Mai fatto. Tu la fai riposare in frigo?». È la prima volta che gli dà del tu, non se ne accorge. In bilico sulla frontiera tra confidenza e gena, si dice in dialetto, quella parola così simile al gêne francese, che Patrick ha inteso subito: l’imbarazzo, l’incaglio. «Diventa secca se la si fa troppo presto». Quindi aspettiamo. Ogni tanto mia madre e Patrick aggiungono brodo, commentano il fondo di cottura, i sapori. Lui si scusa di non avere rosmarino, Rosmarino? chiede mia madre, Niente rosmarino! ride lui. Sono fatti di nulla, i momenti di felicità. Una parola che non mi è mai piaciuta. Non vuol dir niente, felicità. O meglio, non è cosa che si possa contenere per guardarci dentro. Una cuspide, un dardo, lo zenit di una spinta fortunata verso l’alto. Non è una condizione, manca della staticità necessaria. La felicità è un anelito mobile e impreciso, e non dovrebbe avere nome. Patrick e mia madre si girano intorno mentre faccio pensieri inutili. Non ho perso l’abitudine delle riflessioni vuote…

Due anni fa Chiara Marchelli (che Convenzionali ha avuto anche il piacere di intervistare), nata ad Aosta, laureatasi in Lingue Orientali a Venezia, autrice di quattro romanzi, una raccolta di racconti e un saggio su New York, la città dove vive e insegna all’università Letteratura Contemporanea, Traduzione e Scrittura Creativa, si è aggiudicata la nomination per il più prestigioso premio letterario italiano, lo Strega, con l’intenso Le notti blu, di cui scrivevamo così: Esisti senza essere più nel momento in cui perdi un figlio. Perché genitore lo rimani ma non hai più nessuno per cui esserlo. Tant’è che infatti si tratta di qualcosa di talmente innaturale e inconcepibile che persino il vocabolario, che per antonomasia definisce lo scibile, si ferma. Non esiste parola. Non sei orfano. Non sei vedovo. Sei. Ma senza. Sei. Con assenza. Incolmabile. Incancellabile. Irrecuperabile. Presenti solo i sensi di colpa. Inutili e inevitabili. Quella domanda che non hai affatto ragione di farti e che eppure inevitabilmente, come un riflesso pavloviano, inarrestabile ti fai e ti rifai, quel dove ho sbagliato, quel cosa avrei potuto fare se avessi capito, che non ti leva giorni alla vita, ma vita ai giorni. Che passi in attesa che il dolore scemi. Ma non lo fa. E il dolore, oltretutto, ti accompagna amplificato e riflesso negli occhi di chi hai accanto. Di chi come te ha subito la tua perdita. La stessa, uguale, quella. Però il dolore è diverso, perché diverso è come reagisci. Come reagite. Larissa e Michele si conoscono da una vita. Hanno un figlio, Mirko. E poi un giorno devono cominciare a fare i conti con la sua mancanza. E allora non c’è più spazio per le cose non dette, hanno cittadinanza solo quelle che restano. E quelle che restano sono montagne da scalare… Un tema così forte è rischiosissimo, perché se chi ti legge ha provato quella devastazione potrebbe vederne riverberate tinte disturbanti, persino volgari: si corre sempre il pericolo di mancare di rispetto non volendo quando ti dedichi ad affrontare le più torbide radici del dramma. Chiara Marchelli, però, ha il dono di una commovente delicatezza: raffigura una coppia avviluppata in intime e strazianti solitudini incomunicabili e descrive con potenza balsamica le dinamiche del cuore. Il suo nuovo, potentissimo, emozionante, appassionante, avvincente, avvolgente, coinvolgente e totalizzante libro, vibrante come un innamoramento, irresistibile come un desiderio che si insinua sotto la pelle e nel cuore, La memoria della cenere, edito da NN, racconta invece la storia di Elena, una scrittrice che decide di trasferirsi col suo Patrick nell’Auvergne, ai piedi del vulcano Puy de Lúg, per la convalescenza successiva all’aneurisma che una sera l’ha colpita nella sua casa di New York e l’ha quasi uccisa, lasciandola cambiata, diversa, ribollente di inquietudini faticosamente soffocate, così come il magma che preme incessantemente contro la crosta terrestre e che d’un tratto, mentre sono venuti a trovarla i genitori, esplode in un’eruzione che blocca tutti i protagonisti in casa. E la dimora, a sua volta, diventa il cratere verso cui si incanalano sentimenti pronti a detonare e a modificare inevitabilmente il panorama delle loro esistenze. Da leggere.

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