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“La cosa”

la cosadi Gabriele Ottaviani

Legno del mio legno, terra della mia terra, parte della mia nuova forma corporea. Oltre il fruscio del bosco, di pini e abeti e salici cangianti secondo la stagione e visitati spesso dai miei ricordi, nelle soffocanti estati quando le cicale imporporano di sangue e tufo antichi desideri che mai ebbero luogo se non nelle ossessive letture e nei disegni perversi di un paradiso ceruleo che mai abbandonava la triste infanzia extracosmica, ci conduceva lì il poliziotto con la sua macchina nei torridi pomeriggi dove lunghissime ore come serpenti mostruosi e deserto di cristallo e grano potevano dargli l’agio di giocare con noi, prima io poi lui, mio fratello, ma mai tutti e due insieme, la campagna conservava ancora il fascinoso segreto della sessualità confusa all’architettura selvaggia dei sentieri amorosi, ma solo per una costruzione dell’assenza, nel contrappunto dell’invasione aliena dei ritmi ipertesi della tecnologia. Una nostalgia scostante che non può avere più luogo.

La cosa, Gianluca Garrapa, Ensemble. Ognuno è un sé che non conosce, un estraneo ai suoi medesimi occhi, un gomitolo di contraddizioni che si aggrappano alle viscere e all’anima e tolgono il respiro, schiacciando i polmoni, mozzando il fiato, distruggendo ogni illusione, prendendosi gioco di ogni certezza. Del resto non siamo che il frutto dell’unione dei contrari, creature in cerca di luce terrorizzate dal buio ma ingenue tanto da non accorgerci che l’oscurità peggiore è quella che si annida nei recessi più inconfessabili del nostro cuore: Garrapa indaga con maestria l’animo umano nella sua policromia. Da leggere.

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