Libri

“I fatti di Casignana”

di Giuseppe Mario Tripodi

I fatti di Casignana di Mario La Cava; a proposito dell’introduzione di Goffredo Fofi all’edizione Rubbettino, Soveria Mannelli 2018.

Bisogna dunque essere grati a Claudio Cavaliere per aver rimesso in circolo, con  Tumulti – Stragi contadine in Calabria (1906-1925) (Rubbettino, Soveria Mannelli 2020) le vicende dei contadini uccisi in terra calabra, per aver girato in lungo e in largo la regione prima per rendersi conto de visu  e dei luoghi delle stragi e poi, durante questa estate, per diffondere il suo libro.

Una delle stragi più efferate e complesse dal punto di vista storico è quella perpetrata a Casignana (RC) il 21 settembre 1922: lì, a differenza non morirono soltanto contadini vessati dalle tasse e schiacciati dalla prepotenza e dall’avarizia padronale che, improvvisamente, sussultano per la loro miseria e sono uccisi dal piombo poliziesco. Li, accanto ai lavoratori della terra, cadde  un vicesindaco e fu ferito gravemente un sindaco che li avevano guidati e che non li avevano lasciati soli contro i padroni, contro l’arrembante nemico fascista e contro le istituzioni presunte liberali nella veste non nuova di favoreggiatrici.

Casignana è anche importante, perché ha trovato, come Buggerru (Ca) in Sebastiano Satta, il suo difensore colto in Mario La Cava che ha fatto da cassa di risonanza alla vicenda per molto tempo ancora, almeno per i calabresi che continueranno a pascersi della loro letteratura.

C’è dunque da esser grati alla Rubbettino di Soveria Mannelli, editrice anche dei Tumulti di Cavaliere, per aver ristampato nel 2018 I fatti di Casignana che il suo autore aveva pubblicato nel 1974 presso Einaudi. Più il libro vivrà e più la vicenda dei morti di Casignana sarà conservata nella memoria di chi ha a cuore la condizione dei lavoratori della terra.

A volte anche i libri ritornano, verrebbe da dire. Ma questa volta con il libro di La Cava si sono riaffacciate, nella sette pagine introduttive di Goffredo Fofi che è cultural maker tra i più intesi e i più alla moda, le peggiori ubbie del Novecento.

È colpa dell’editore, il comunista aristocratico Einaudi, ça va sans dire, e la «mancanza di fiducia della sua casa editrice a non far riconoscere I fatti di Casignana per il grande libro che è» (p. 11) e poi dei recensori « più in voga non erano in grado di considerarlo come meritava»[1], ibidem; e ciò basta a  giustificare l’ignoranza di Fofi: «È forse significativo che un lettore accanito di cose italiane e meridionali come io ero negli anni sessanta e settanta, ignorasse del tutto questo libro e non altre opere di La Cava, segno probabile che l’editore poco ci credeva e non fece molto per lanciarlo», sempre a p. 11 e per la seconda volta viene ribadita la storiella della mancanza di fiducia dell’editore).

Ma non e finita: la sindrome del «risentimento» dell’introduttore ha ancora un’importante casamatta del nemico da indebolire, i giovani del ’68.

Come la rivoluzione russa non faceva dormire sogni tranquilli don Luigi Nicota così il ’68 è diventato l’incubo di Goffredo Fofi che lo incastona così, ex abrupto, anche nella dei fatti di Casignana; e mentre per la sua ignoranza concreta valeva l’esimente della mancata promozione del libro i sessantottini, nelle stesse condizioni di non promozione editoriale, vanno dannati per l’eternità: « i giovani lettori che più avrebbero dovuto leggerlo per concretamente apprenderne avevano altro da pensare, nei loro estemporanei furori (pp.11-12).       

Pistolotto contro la III internazionale che diffondeva idee sbagliate sul compito degli intellettuali e contro i comunisti che, immemori che la rivoluzione russa l’avessero fatta i contadini, diventarono loro nemici:

Sciascia, Vittorini e Calvino, interlocutori di La Cava erano portatori «di un’idea più vasta e seria del compito dell’intellettuale, di un “impegno”, di un “engagement”, assai diversa da quella promulgata dai seguaci della Terza Internazionale e del cosiddetto «realismo socialista» . … Non è che le rivolte dei contadini nella Russia della rivoluzione venissero represse meno brutalmente di quelle del mondo capitalista … I contadini, per la vulgata marxista e leninista, erano nemici o pesi morti, bisognava puntare tutto sugli operai di fabbrica … (p. 6).

Verrebbe da chiedersi se, oltre a non aver letto a suo tempo I fatti di Casignana, il de cuius abbia per caso ignorato anche gli scritti di Antonio Gramsci.

Ma se avesse letto con attenzione il romanzo avrebbe scoperto che nel sogno dei contadini di Casignana c’era la rivoluzione come in Russia (« … i casignanesi non avevano tollerato di farsi sopprimere dalle prepotenze di Don Luigi, avevano reagito ed avevano vinto. Il loro esempio doveva servire da insegnamento ai proletari, di monito ai padroni. Avanti, con la falce e il martello, e le catene dell’oppressione saranno rotte», p. 73) e che sono le ubbie del critico a coincidere con quelle di Don Luigi Nicota: «O quanto male aveva fatto la Russia, con la sua rivoluzione. Ma lì era un’altra cosa, al contrario di qui, dove i poveri avevano potuto sempre rubare per sopravvivere.» (ibidem).

E chiudiamo con la considerazione di due errori marchiani del Fofi: egli dice che il libro andrebbe ascritto alla tradizione dei democratici meridionali con «l’esempio ancora ben vivo di Zanotti Bianco o, su altri versanti, di Cinanni e, …, delle inchieste e dei romanzi del non dimenticabile Strati. È a questa storia che mi sento di iscrivere I fatti di Casignana e l’impegno politico, evidente in questo libro, del suo autore. Che avremmo definito un tempo “democratico progressista” più che socialista» (p. 7).

Ora il pot-pourri fatto da Fofi è irragionevole; non si possono mettere insieme un liberale come Zanotti Bianco, un comunista marxista e militante come Paolo Cinanni e un socialista come Saverio Strati e farne una tradizione unica cui iscrivere I fatti di Casignana, né tanto meno arruolare La Cava fra i «democratici progressisti» quando lui, ripetutamente si è dichiarato comunista; lo ha fatto in servizi televisivi e vi faceva riferimento anche in una lettera molto autoironica a Leonardo Sciascia del 18.XII.1963: «Sono alle prese con la campagna, derubato dai miei contadini democristiani che pigliano alla lettera il mio “comunismo” e mi vorrebbero più povero di quello che le circostanze hanno reso uno come me».[2]

Infine un’ altra affermazione di Fofi, di quelle che si fanno senza avere contezza alcuna di una vicenda tirando ad indovinare, riguarda l’«avvocato» La Cava: «Casignana confina con Bovalino, il paese in cui La Cava è nato ed in cui ha vissuto tutta la vita operandovi da «avvocato»; e quindi, …, esercitato a studiar documenti …» (p. 5 dell’introduzione rubbettiniana); non sappiamo cosa significano le virgolette appese intorno a quella parola, ma il gerundio che la introduce («operandovi da») e il riferimento allo studio dei documenti sembra inequivocabilmente riferirsi all’esercizio della professione di avvocato che La Cava, non ha nemmeno iniziato: si legga Mario La Cava-Autobiografia, disponibile sul web datata Bovalino 23.VII.1983 («Laureandomi in legge nel 1931, ritornato in paese, annunziai ai miei genitori che non intendevo intraprendere nessuna carriera pratica») nonché il suo profilo nel Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 63, Roma 2004), disponibile on-line, scritto da Patrizia Bartoli Amici: «Abbandonata l’idea di esercitare l’avvocatura il La Cava si dedicò principalmente ai suoi interessi letterari».

Delle boutades fofiane abbiamo, ovviamente, enumerate soltanto alcune di quelle che si ritrovano in quelle sette pagine di prefazioni; ce ne sono altre ma, ad analizzarle tutte, finirebbe per annottarci.


[1] Non è per nulla vero che il libro venne recensito meno degli altri di La Cava; Pasquino Crupi, Mario La Cava nella critica, …,cit, riproduce sette recensioni che si collocano come numero esattamente al V posto su nove romanzi.

[2]  Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo 1951-1988, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, p. 409.

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