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“La casa sul lago”

di Gabriele Ottaviani

L’arte non c’entra, è l’artista che conta. E tu cosa sei?

La casa sul lago, David James Poissant, NN. Traduzione di Gioia Guerzoni. Ci sono cose che volano e cose che restano: le case, perlomeno nell’immaginario collettivo, anche se la celebre e magnifica elegia di Emily Dickinson non le nomina, appartengono al secondo gruppo. Perché sono il luogo della famiglia, dell’identità, della definizione del sé attraverso la costruzione di una memoria, di riti e legami: la dimora sul lago, in quel North Carolina che agli appassionati di serie televisive fa subito sovvenire alla mente come un riflesso pavloviano le atmosfere di One Tree Hill, che ha emozionato una generazione, è il perno attorno al quale ruota l’intera storia di un nucleo, un uomo, una donna, due figli, mogli e fidanzati, che d’improvviso, quando ogni cosa sembra essere destinata a cambiare definitivamente, di ritrova a dover affrontare un imprevisto terribile, che mette in discussione tutto, al quale ognuno reagisce a suo modo, e che più di ogni altra cosa ancora dimostra quanto l’amore, se da un lato è immutabile, dall’altro è un concetto in eterna evoluzione. Travolgente e maestoso.

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“La casa sul lago”

La casa sul lago_Esec.indddi Gabriele Ottaviani

Nell’estate del 1957 la casa sul lago compì trent’anni. Almeno superficialmente, la struttura sembrava sopravvissuta bene a quegli anni. Il rivestimento esterno di legno era perfetto, con la vernice che ancora teneva; il tetto era uniforme, intatto; il pavimento della veranda sul retro, liscio e privo di muschio. A uno sguardo più attento, tuttavia, si capiva che alla casa occorreva un po’ di manutenzione. Alle finestre bisognava dare una mano di vernice, in cima ai comignoli c’erano delle intercapedini fra i mattoni da riempire e, adesso che la casa era abitata tutto l’anno, la piccola cucina si stava rivelando inadeguata. E il deterioramento probabilmente sarebbe continuato, dato che i Fuhrmann erano solo dei custodi e non avevano né i soldi né le capacità tecniche di ristrutturare. Fin da quando si erano trasferiti nella proprietà, i Fuhrmann avevano preso le direttive di Will Meisel molto sul serio, occupando soltanto metà della casa ed evitando le stanze proibite. I mobili dell’editore restarono coperti dai lenzuoli. Gli armadi, che traboccavano dei vestiti della moglie star del cinema, sapevano di naftalina e di chiuso. Gli spartiti Edition Meisel sul pianoforte si erano arricciati agli angoli, dopo la lunga esposizione al sole che entrava a fiotti dalle ampie finestre. Il senso di vuoto e abbandono che riempiva la casa si fece più palpabile quando la sorella di Lothar andò a vivere dalla zia a Potsdam. Non sorprende dunque, data la scarsità di alloggi che perdurava sin dalla massiccia distruzione di case della Seconda guerra mondiale, che la Gemeinde decidesse di trovare un altro  inquilino che condividesse l’abitazione con loro.

Thomas Harding, La casa sul lago, traduzione di Silvia Piraccini, Ponte alle grazie. La casa era pronta per essere demolita. Per sua nonna, che aveva dovuto abbandonarla suo malgrado, era stata un luogo importante. Uno di quei posti dell’anima che racchiudono in sé, in mezzo a tutta la materialità che li compone, il gomitolo dei sentimenti più intimi e intensi, che restano invischiati tra le assi di legno come granelli di polvere, particelle di storia che si intrecciano a quella con la esse maiuscola. Il giardino aveva un solco nel mezzo, una ferita che solo il tempo avrebbe forse potuto sanare, una cicatrice tracciata dal muro di Berlino, le pareti e ogni altro ambiente erano impregnati delle tracce di chi era passato di là: una famiglia ebrea, un compositore nazista… Intimo, struggente, bellissimo, scritto semplicemente, e in stato di grazia.

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