Libri

“Autobiografia di mia madre”

di Gabriele Ottaviani

Mi piaceva la mia bocca; le mie labbra erano spesse e larghe, e quando aprivo la bocca potevano entrarvi grandi quantità di piacere e di dolore, sveglia o addormentata non fa differenza. Era questa immagine di me stessa – occhi, naso, bocca, incastonati in quella pelle intatta, liscia, incontaminata che era il mio viso – che io esigevo di avere davanti a me. Per me il mio viso era un conforto, il mio corpo era un conforto, e non mi importava quanto qualcuno o qualcosa potessero trascinarmi via, alla fine non avrei permesso che nulla, nella mia mente, prendesse il posto del mio essere. In questo modo dunque vivevo, sola e tuttavia con tutte le cose e le persone che ero stata e avevo conosciuto, e che sarei stata e avrei conosciuto, escluso il mio presente; ma escludere da me il mio presente era impossibile. Un giorno vidi mio padre. Anche lui mi vide. I nostri occhi non si incontrarono. Non ci dicemmo parole. Era in groppa a un asino e portava l’uniforme da guardia carceraria, la stessa che portava sempre, camicia kaki e pantaloni kaki, tutto perfettamente stirato; solo che ora sulla spalla della camicia c’era un nuovo nastrino verde e giallo. Voleva dire che era stato elevato a nuovi livelli di autorità. Stava portando una convocazione a qualcuno; la sua presenza era, come sempre, un segno di sventura. Dovunque lui fosse, qualcuno era destinato ad avere meno di quanto avesse prima della sua comparsa. A guardarlo si sarebbe detto che fosse nato così: eretto, la schiena rigida e dritta, le labbra premute l’una contro l’altra, gli occhi limpidi…

Autobiografia di mia madre, Jamaica Kincaid, Adelphi. Traduzione di David Mezzacapa. Scrittrice nativa di Antigua e Barbuda con cittadinanza a stelle e strisce, Jamaica Kincaid, al secolo Elaine Cynthia Potter Richardson, ma non ha potuto usare il suo vero nome per firmare i propri splendidi volumi perché la famiglia disapprovava il fatto che si guadagnasse da vivere con la scrittura, è una delle voci narrative più autorevoli, importanti, potenti, raffinate e policrome – non a caso di fama planetaria, e giustamente pluripremiata – che si possa avere la fortuna di leggere: la sua prosa è densa, profonda, mai banale, intensa e ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, connotata da una complessità mai ostica resa al meglio dalla molteplicità di sfumature, lussureggiante come i fondali, che assumono il ruolo di veri e propri protagonisti, non meri luoghi ma connotati dell’orizzonte, di questa elegante traduzione. La sua vita è interessantissima e sorprendente, ha conosciuto l’epoca coloniale ed è stata finanche ragazza alla pari pur di mantenersi agli studi: l’estrema provincia dell’impero che qui racconta è l’humus fertilissimo da cui è gemmata la nuova linfa con cui ha contribuito a rendere migliore la letteratura di lingua inglese, proponendo all’attenzione del pubblico, come in questo caso, istanze gravide di desiderio di autodeterminazione. Da non perdere.

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Libri

“Annie John”

416BP5P0oZLdi Gabriele Ottaviani

Il mattino in cui lo impiccarono, la gente si radunò fuori dalla prigione e aspettò di sentir suonare la campana della chiesa, segno che la sentenza era stata eseguita. Io e Mineu avevamo sentito parlare tante volte di quella storia dai nostri genitori, finché lui aveva inventato un gioco. Come al solito, Mineu interpretava tutti i ruoli principali. Interpretava l’assassinato e l’assassino, passando dall’uno all’altro; la ragazza la lasciavamo in silenzio. Quando il caso arrivava in tribunale, Mineu interpretava il giudice, la giuria, il pubblico ministero e il condannato, seduto nella gabbia del condannato. Nulla era divertente quanto vederlo emettere il verdetto su se stesso, usando vecchi stracci e una parrucca per la parte del giudice; nulla era divertente quanto vederlo nel ruolo del boia ubriaco mentre impiccava se stesso. E dopo che era stato impiccato arrivavo io, la madre, a piangere sul corpo deposto a terra. Poi ci alzavamo e ricominciavamo tutto da capo. Appena concluso l’episodio tornavamo di nuovo al bar, con Mineu che litigava con se stesso e la sua ragazza e poi metteva fine a tutto con qualche rapido colpo. Tentavamo sempre di ricostruire nei dettagli la realtà come l’avevamo immaginata, e perciò eravamo andati in cerca di vecchi mobili per fare lo scranno del giudice e il banco della giuria, e avevamo messo alcune pietre davanti al giudice per rappresentare le sedie del pubblico e il pubblico stesso. Quanto all’impiccagione, anche quella doveva essere realistica, così Mineu aveva trovato un pezzo di corda e l’aveva legato sul cancello del suo cortile, poi aveva fatto un cappio per infilarci dentro la testa. Quando aveva il cappio intorno al collo, afferrava la corda da sopra e si dondolava avanti e indietro per far vedere che era impiccato e già morto. I nostri giochi si conclusero quando per poco non successe una cosa brutta. Un giorno, giocando nel solito modo, arrivammo alla parte del cappio intorno al collo. Quando Mineu si tirò su da terra, il cappio si strinse.

Annie John, Jamaica Kincaid, Adelphi, traduzione di Silvia Pareschi. La sensualità della bellezza di Antigua si spande come il profumo d’un fiore tropicale dai petali vellutati e policromi attraverso le pagine di questo magnifico romanzo, che sa essere consolante ma pure dolente e drammatico, animato da una forte tensione che accende l’attenzione del lettore, che si ritrova avviluppato in una fitta trama, da cui non si può desiderare di liberarsi, tale è il fascino. Annie John è la luce degli occhi di sua madre, cresce in un eden solitario. Il problema, però, è proprio questo: cresce. Da un giorno all’altro, quando si palesa il naturale passaggio all’età fertile, il rapporto con la genitrice muta, agli abbracci si sostituisce una lotta, su quel terreno franoso che mette in gioco presente, passato e futuro, incipiente maturità e primi palpiti d’adolescenza. Magnifico.

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